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#ELRPUB: Intervista con Gino Roncaglia

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La ELR è molto lieta di annoverare questa intervista con Gino Roncaglia tra le interviste della serie #ELRPUB. I lettori della ELR lo hanno conosciuto attraverso la serie #ELRFEAT nella quale appoiono l’intervista con George Landow e l’intervista con David Kolb. Le constatazioni di Roncaglia si basano su una lunga esperienza in ambito accademico, ma anche come collaboratore e cofondatore di importanti progetti com Liber Liber e Progetto Manuzio. Le sue osservazioni sulla storia, sul mercato e sull’utilizzo dei nuovi media in ambito scolastico arricchiscono la serie #ELRPUB con validi argomenti e nuove idee.

 

ELR: Gino Roncaglia da quasi 20 anni lavori come docente universitario presso l’Università della Tuscia nell’ambito dell’editoria digitale dell’e-learning. Come è nato l’interesse per l’utilizzo della tecnologia informatica nell’editoria e nella didattica?

Gino Roncaglia: L’interesse per l’informatica è nato durante gli studi universitari. Mi sono laureato in filosofia, con una tesi legata a temi di storia della logica; professore di logica alla Sapienza – e poi correlatore della mia tesi – era Carlo Cellucci, un docente bravissimo, all’epoca molto interessato alla programmazione logica. Per i suoi corsi ho cominciato a studiare alcuni linguaggi di programmazione (LISP, PROLOG, C…) e a usare i primi computer (all’università c’era un PET CBM, mentre personalmente ho avuto prima un Sinclair ZX 81, poi un Commodore 64 e un Amiga 1000). Indirizzare l’interesse per l’informatica verso i campi dell’editoria e della didattica è stato poi abbastanza naturale, dato che di libri ed editoria mi sono sempre occupato, anche per imprinting familiare. A casa abbiamo sempre letto tutti moltissimo, e la stessa passione per l’insegnamento è un tratto di famiglia: sia mio padre sia mio fratello erano professori universitari, mentre mia madre insegnava italiano e storia nelle superiori.

ELR: Nel 1993 hai fondato insieme a Marco Calvo, Paolo Barberi, Fabio Ciotti e Marco Zela l’associazione culturale Liber Liber dedita alla condivisione e alla diffusione del sapere on-line. Come si è sviluppato il Progetto Manuzio che prende il nome dal noto tipografo veneziano Aldo Manuzio?

Gino Roncaglia: Il progetto è nato nel 1993 su MC-Link, che all’epoca era un BBS (Bulletin Board System) soprattutto romano, da uno scambio di mail fra Pieralfonso Longo e Marco Calvo sul progetto Gutenberg, il precursore diretto del progetto Manuzio, avviato già una ventina di anni prima da Michael Hart negli Stati Uniti. All’inizio degli anni ’90 Fabio Ciotti stava lavorando con Giuseppe Gigliozzi, uno dei pionieri dell’informatica umanistica italiana, scomparso purtroppo prematuramente, a una tesi di laurea legata a progetti di digitalizzazione di alcuni testi letterari; si è trattato dei primi testi messi a disposizione del progetto. Il mio contributo è stato inizialmente limitato a un suggerimento per far conoscere e finanziare l’iniziativa: tenere presso una sede ARCI dei corsi sull’uso di Internet, che esisteva da tempo ma di cui in Italia si cominciava appena a parlare. I corsi sono stati un successo, e dalle dispense di quei corsi è nata la prima edizione di un manuale – Internet ’96 – che la Laterza (assumendosi qualche rischio: all’epoca l’argomento era strettamente per addetti ai lavori…) accettò di pubblicare. Quel manuale ha poi conosciuto sei diverse edizioni e svariate ristampe, vendendo complessivamente circa settantacinquemila copie. L’idea dei corsi fu discussa in una birreria di San Lorenzo, se non sbaglio eravamo appunto Marco Calvo, Paolo Barberi, Fabio Ciotti, Marco Zela ed io, nella stessa occasione in cui decidemmo di dar vita all’associazione Liber Liber.

Personalmente, pensavo che il Progetto Manuzio potesse essere utile soprattutto per far capire le potenzialità del digitale; immaginavo però che sarebbe stato presto affiancato e progressivamente sostituito da progetti di digitalizzazione più ampi gestiti da università, biblioteche e centri di ricerca. Non avrei mai pensato che potesse sopravvivere venticinque anni. Il fatto che il progetto Manuzio sia ancora attivo e largamente utilizzato rappresenta un risultato davvero notevole: merito di Marco Calvo, che ha continuato a seguirlo; ma anche testimonianza di un persistente ritardo del paese rispetto alla digitalizzazione dei testi del nostro patrimonio culturale.

ELR: Quest’anno ha i pubblicato un libro intitolato “L’età della frammentazione. Cultura del libro e scuola digitale“. Di cosa si tratta?

Gino Roncaglia: Il libro discute il rapporto fra digitale, scuola e cultura del libro. Vorrebbe essere un libro in qualche misura politico e ‘militante’, perché propone delle strategie legate a quello che a me sembra oggi un bisogno formativo fondamentale: aiutare le nuove generazioni a sviluppare competenze nell’uso degli strumenti e dell’informazione digitale che non vadano solo in direzione della frammentazione, della granularizzazione, dello spacchettamento dei contenuti, ma affrontino anche il problema della loro ricomposizione in forme complesse e articolate. Le competenze legate alla gestione della complessità sono oggi spesso sacrificate in nome di quello che a me sembra un mito infondato: l’idea che il digitale sia nativamente, essenzialmente, necessariamente frammentato. Non è così: in digitale è possibile (ed è anzi necessario) realizzare anche contenuti strutturati e complessi, e le competenze legate alla gestione della complessità sono e saranno sempre più importanti nel nuovo ecosistema informativo. Alla luce di questa tesi di fondo, provo a discutere temi come l’evoluzione del web, la costruzione di nuovi ambienti di apprendimento capaci di integrare risorse e contenuti tradizionali e digitali, le metodologie per l’uso del digitale nella didattica, la funzione e il futuro dei libri di testo, il nuovo ruolo delle biblioteche scolastiche e l’idea di ‘lettura aumentata’.

ELR: Come hai vissuto personalmente il passaggio dall’editoria cartacea all’editoria digitale?

Gino Roncaglia: Ho sempre avuto moltissima curiosità per l’idea di lettura digitale, e ho cominciato molto presto a scrivere in digitale (ho sostituito la macchina da scrivere già con il Commodore 64, usando uno dei primi programmi di videoscrittura: l’ormai dimenticato PaperClip). L’idea che dispositivi digitali potessero essere usati anche per leggere era abbastanza naturale, anche se all’inizio, in assenza di dispositivi digitali delle dimensioni di un libro, la lettura in digitale era identificata con la lettura al computer. Lettura ‘lean forward’, protesa in avanti, adatta forse alle situazioni di lettura attiva e accompagnata dalla scrittura ma molto scomoda, ad esempio, per la lettura di un romanzo, che in genere avviene in modalità ‘lean back’, rilassati all’indietro. I dispositivi di lettura portatili hanno capovolto la situazione: ho provato già quelli di prima generazione, come il Rocketbook, il Gemstar, il Cybook, i REB 1100 e 1200. Gli schermi erano però ancora assai scadenti, le batterie duravano poco, i meccanismi di protezione erano un incubo (in parte, continuano ad esserlo) e la prima generazione di lettori non ha avuto molto successo. È andata meglio al Kindle e ai suoi successori; anche di quelli ho una bella collezione. Ma siamo ancora lontani dal dispositivo di lettura ideale.

ELR: Da una breve ricerca sul web sui libri elettronici risulta che la storia dell’editoria digitale inizi attorno all’anno 1993 quando due italiani, Franco Crugnola e sua moglie Isabella Rigamonti, hanno creato il primo libro elettronico e quando il poeta Zahur Klemath Zapata pubblica “L’Assassinio come una delle belle arti” di Thomas de Quincey in formato DBF (digital book format). Secondo te quando ha avuto inizio la storia dei libri digitali e quali sono alcuni dei momenti salienti della storia dell’editoria digitale?

Gino Roncaglia: Ah, a cercare date di inizio se ne trovano moltissime, ma secondo me la storia comincia molto, molto prima del 1993. In un certo senso si potrebbe dire che il primo lavoro nel campo dell’editoria digitale è stato quello, pionieristico, di Padre Busa, che nel 1949 contatta l’IBM per proporre l’uso dei calcolatori elettronici come strumento di codifica dei testi (e in particolare dei testi di Tommaso d’Aquino). Ne nasce un progetto ambizioso, l’Index Thomisticus, oggi fruibile attraverso il web e che già nel 1980 poteva vantare la digitalizzazione di 56 volumi di testi di Tommaso e di altri autori tomisti. E poi naturalmente c’è il progetto Gutenberg di Michael Hart, avviato all’inizio degli anni ’70. Come ho accennato, in Italia c’è stato il progetto Manuzio, nato nel 1993, poi gli e-book per la prima generazione di e-reader, fra il 1998 e il 2001. Fra gli altri momenti importanti possiamo ricordare la diffusione del Kindle e dei lettori basati su carta elettronica e inchiostro elettronico (a partire dal 2007: il Sony Librie è di tre anni prima ma aveva avuto scarsissimo successo), il passaggio dal formato OEBPS al suo successore, ePub2, la diffusione dei tablet (a partire dal 2010), il passaggio da ePub2 a ePub3… Come si vede ci sono sia tappe legate all’hardware dei dispositivi di lettura sia tappe legate ai formati di codifica. Ed è una storia che prosegue, sia su questi due versanti sia attraverso l’evoluzione del mercato.

ELR: Nel 1997 il Project Gutenberg, iniziato nel 1971, raggiunge il numero 1000 di libri pubblicati con l’ebook #1000 “La divina commedia” di Dante Alighieri. Come si è sviluppato il mercato e la modalità di vendita e di diffusione dei libri elettronici in questi 20 anni?

Gino Roncaglia: Il mercato si è sviluppato in modo diseguale in paesi diversi. In realtà, nonostante le aspettative (all’epoca notevoli), i primi dispositivi del periodo 1998-2001 non erano riusciti a costruire un mercato numericamente significativo: la nascita del mercato e-book avviene solo a partire dal 2007, con il lancio del Kindle; e il mercato cresce inizialmente soprattutto negli Stati Uniti, dove Amazon è una presenza già consolidata e promuove il Kindle non solo come dispositivo di lettura per libri elettronici ma anche come strumento di accesso al proprio ecosistema per la lettura (fatto anche di raccomandazioni, recensioni, sconti…). È l’ecosistema Amazon nel suo complesso a vincere la prima sfida, più che il Kindle come dispositivo specifico. Ed è soprattutto questo ecosistema che porta in pochi anni la quota di lettura digitale negli Stati Uniti attorno al 25% del mercato. L’Europa ha seguito piuttosto lentamente, e siamo ancora lontani da quelle cifre. Negli ultimi anni il mercato è comunque abbastanza fermo: la quota di lettura digitale è cresciuta assai più lentamente, e semmai è mutata la segmentazione interna della lettura digitale: in digitale si leggono sempre più libri pubblicati da editori indipendenti o autopubblicati, mentre la quota di mercato digitale dei grandi editori negli ultimi anni negli Stati Uniti è ferma se non addirittura diminuita. In Italia seguiamo a distanza, e il mercato digitale è segnato soprattutto dall’effetto di sconti e offerte speciali: solo i libri offerti a prezzi assai più bassi della carta vendono discretamente. Ma i limiti dei dispositivi di lettura – ad esempio rispetto alle annotazioni – e la gestione assai complessa delle protezioni, che impediscono il passaggio semplice di un e-book da un dispositivo all’altro, frenano la crescita. Cosa che certo non dispiace agli editori: il meccanismo delle rese li rende in Italia fortemente dipendenti dalle librerie fisiche, e gli e-book sono stati percepiti – e continuano ad essere percepiti – come un fattore che potrebbe mettere in crisi questo equilibrio. Anche per questo, gli editori hanno al momento poco interesse a stimolare la crescita del mercato dell’editoria digitale, se non in settori dalle caratteristiche molto particolari (come l’editoria accademica e scientifica).

ELR: Come vengono archiviate le opere digitali? Quali sono le strategie per la preservazione digitale?

Gino Roncaglia: Nel parlare di conservazione vanno distinte almeno tre dimensioni: l’uso del digitale come strumento di conservazione di opere nate a stampa (attraverso i processi di digitalizzazione bibliotecaria), la conservazione di breve periodo dei contenuti digitali (anche lato utente), e la conservazione di lungo periodo. Si tratta di questioni evidentemente collegate, ma ciascuna ha anche le sue specificità, che non è certo possibile analizzare in questa sede. Possiamo però dire che in tutti e tre i casi servono non solo appositi strumenti di conservazione (ad esempio, repository interoperabili) ma anche politiche adeguate: un campo sul quale siamo ancora molto indietro. Politiche di metadatazione (giacché la buona descrizione dei contenuti è una fase essenziale della conservazione), politiche di riversamento periodico dei dati (per fronteggiare l’obsolescenza dei supporti e dei formati), politiche di conservazione ridondante (giacché la possibilità di creare facilmente ridondanza è comunque il principale vantaggio del digitale in termini di conservazione).

ELR: Quali sono le differenze tra il modo di concepire l’impaginazione di un ebook in formato EPUB e quello della tipografia a stampa? Quali sono secondo te dei criteri estetici fondamentali per l’impaginazione di un ebook in formato EPUB?

Gino Roncaglia: La differenza principale è ben nota: ePub è un formato basato su un’impaginazione fluida, mentre la tipografia a stampa è basata sull’impaginazione fissa. L’impaginazione fluida permette di selezionare il font e la dimensione di carattere preferiti e di leggere lo stesso file su dispositivi di dimensioni diverse, adattando la pagina allo schermo, ma l’impaginazione fissa ha il notevole vantaggio di presentare la pagina anche come una sorta di ‘mappa’ geografica stabile, aiutando la memorizzazione. Quando leggiamo su carta, il nostro sguardo tiene sempre presenti gli angoli della pagina: li usa come punti di riferimento e ‘colloca’ il testo all’interno di quei confini; quando leggiamo in digitale tendiamo invece a scorrere il testo ‘a bandiera’, e questo non solo quando la pagina scorre in verticale ma, curiosamente, anche quando usiamo un layout paginato, a scorrimento orizzontale. Dobbiamo dunque migliorare la tipografia digitale, ad esempio integrando nel testo altre forme di riferimenti visivi che sostituiscano quelli offerti dall’impaginazione fissa. È quel che in parte si faceva nel mondo del manoscritto e delle prime edizioni a stampa attraverso capilettera e ‘maniculae’. Quali strumenti usare in digitale per raggiungere gli stessi risultati? Si tratta di un campo sul quale c’è ancora bisogno di parecchio lavoro, credo, e la tipografia digitale sta compiendo solo i primi passi. Va anche tenuto conto che i libri elettronici non sono (e non dovrebbero essere) necessariamente delle repliche digitali di un libro a stampa: hanno potenzialità aggiuntive (in termini di interattività, integrazione di codici comunicativi diversi, uso di animazioni e di strumenti di visualizzazione dei dati…) che dobbiamo ancora imparare a sfruttare e a gestire dal punto di vista grafico e tipografico.

ELR: In un tuo recente articolo hai affrontato i temi della promozione della letteratura digitale e della promozione digitale della lettura facendo un accenno alla tecnologia della realtà aumentata (Augmented Reality). Secondo te come si svilupperà la tecnologia degli ebook e come cambierà il modo di diffusione del sapere?

Gino Roncaglia: Attenzione: non parlo in primo luogo di realtà aumentata ma di lettura aumentata. La lettura aumentata è quel che fa già ciascuno di noi quando accompagna la lettura di un libro (non importa se su carta o in digitale) con la navigazione in rete, ad esempio per cercare un’immagine o una mappa dei luoghi di cui parla il libro, maggiori informazioni su un autore o su un personaggio storico, commenti e recensioni di altri lettori. La rete è già oggi una sorta di ‘spazio di espansione’ per la nostra attività di lettura. La realtà aumentata è invece una tecnologia specifica, certo assai interessante e di grande futuro ma meno direttamente connessa alla lettura, pur essendo ben possibile che anche applicazioni e strumenti di realtà aumentata possano essere utili. Ad esempio, attraverso l’uso dei QR code, che già oggi possono funzionare come una forma di rimando diretto a risorse di rete. I QR code possono così essere stampati all’interno di un libro tradizionale per includere contenuti on-line, o aggiunti dal lettore al libro attraverso etichette adesive o post-it.

Quanto agli sviluppi futuri degli e-book, è difficile fare previsioni. Penso però che servano soprattutto cinque cose: una tecnologia che sappia mettere insieme il meglio degli schermi OLED (video, colori brillanti, refresh veloce) ed eInk (lettura anche alla luce solare diretta, prevalenza della luce riflessa su quella emessa), un meccanismo più facile e meno invasivo di gestione dei diritti, buoni strumenti standard di annotazione anche con stilo, una buona disponibilità di strumenti di lettura standard anche per formati ‘ricchi’ come ePub3 e le sue evoluzioni (compresi i nuovi formati di pubblicazione ai quali sta lavorando il W3C), e più attenzione alla ricerca e all’innovazione da parte degli editori.

ELR: Quanto è importante conoscere le lingue di programmazione per creare degli e-book in formato EPUB? Che consigli daresti a coloro che vogliono iniziare a imparare a programmare?

Gino Roncaglia: Per creare e-book di tipo tradizionale non servono particolari competenze di programmazione (al massimo, per capire cosa succede, è utile sapere come funziona un linguaggio di marcatura come HTML, quali sono le componenti di un pacchetto ePub, e cosa sono i fogli stile: competenze certo tecniche, ma non troppo complesse). Se invece si vogliono aggiungere elementi interattivi e fare qualcosa di più originale è importante conoscere Javascript. E per padroneggiare Javascript serve sapere cosa sia un linguaggio di programmazione. Cosa peraltro utilissima a capire un po’ meglio i fondamenti del mondo digitale. È per questo che è importante introdurre nelle scuole pratiche come quelle del coding, che avvicinano fin dall’infanzia alla logica della programmazione.

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#ELRPUB: Intervista con Paolo Albert

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Nella serie #ELRPUB non poteva mancare la casa editrice PubCoder, una delle prime case editrici digitali italiane con sede a Torino di cui c’è un breve accenno in un’altra intervista con Daniela Calisi. Alle domande della ELR questa volta risponde Paolo Albert, uno dei cofondatori della ditta software, che ci racconta come si è sviluppato il progetto iniziato nel 2010 e come si è evoluto il settore dell’editoria digitale. In uno stile al quanto sobrio, Albert spiega anche quali sono i vantaggi delle tecnologie applicate da PubCoder e quali potrebbero essere i futuri sviluppi del settore.

 

 

ELR: Paolo Albert, nel 2013 hai fondato insieme a Paolo Giovine, Angelo Scicolone e Enrico Gazzano la ditta software PubCoder, una delle poche case editrici in Italia attiva nell’ambito dell’editoria digitale. Ci racconti quando è nato l’interesse per l’editoria digitale e come si è formato il gruppo dei fondatori di PubCoder?

Paolo Albert: Con Paolo Giovine siamo amici di vecchia data, nel 2010 la nostra esperienza come papà e l’avvento del primo iPad ci ha ispirati nello stesso modo: abbiamo visto subito enormi potenzialità nel settore dei libri interattivi per bambini.

All’inizio pensavamo di sviluppare direttamente dei prodotti pensati ad hoc, poi abbiamo iniziato a ragionare su uno strumento che permettesse di abbattere i costi e fosse facile da utilizzare: anche senza scrivere codice.

L’idea era quella di dare a chi non era programmatore la possibilità di sviluppare un progetto interattivo in tutte le sue fasi: dalla bozza alla pubblicazione.

Ci mettiamo alla ricerca di uno sviluppatore e ci imbattiamo in Angelo Scicolone con cui lavoriamo alla prima versione del software. Nel 2013 nasce ufficialmente la nostra start up.

ELR: Nella pagina dei Case Studies è possibile scaricare e leggere alcune opere che sono state create con PubCoder. Gli autori dei libri, si legge in cima alla pagina, “pubblicano libri in diversi formati e in diverse lingue sui più importanti bookstore online”. Quali sono i formati e i generi letterari che finora sono stati creati con PubCoder?

Paolo Albert: PubCoder è nata principalmente per realizzare eBook per bambini, ma le stesse funzionalità sono utili per qualsiasi contenuto a interattività complessa, ad esempio: graphic novel, libri per la scolastica con la possibilità di implementare gli eventuali esercizi, libri studiati apposta per i lettori dislessici la cui fruizione è totalmente personalizzabile, cataloghi con interazioni per una user experience di gran lunga migliore rispetto ai pdf statici e prodotti animati per il digital storytelling dei brand.

Il software è stato utilizzato da piccoli e grandi editori internazionali per bambini, da MacMillan a Giunti, da Bonnier a De Agostini; agenzie creative l’hanno usato per raccontare storie dei loro clienti; moltissimi self-publisher se ne sono serviti per pubblicare le loro storie. Su questa pagina trovate un elenco dei prodotti che sono stati fatti con PubCoder.

ELR: Sul sito è anche possibile creare un Shelf, ovvero un ecosistema per la distribuzione dei libri creati con PubCoder. Quali sono i vantaggi di un Shelf e da cosa è nata l’esigenza di creare una nuova piattaforma online piuttosto che usare quelle già esistenti?

Paolo Albert: Quasi sempre gli utilizzatori di PubCoder hanno l’esigenza di pubblicare lo stesso contenuto su piattaforme diverse, questo significa conoscere tutti i formati e le tante regole degli store.

Ci siamo quindi chiesti se non fosse utile creare un ambiente dove pubblicare e distribuire i propri contenuti creati con PubCoder.

Ѐ nato così Shelf un’app library totalmente personalizzabile dal cliente, dal template grafico alla struttura di navigazione, che permette la vendita diretta su App Store e Google Play Store.

ELR: PubCoder offre anche corsi di formazione. Come sono strutturati i corsi e a chi sono rivolti?

Paolo Albert: Abbiamo organizzato corsi di formazione per molto tempo, oggi con un pubblico sempre più vasto e internazionale ci rivolgiamo direttamente alle scuole in cui si insegna grafica e design e ai partner che hanno aggiunto PubCoder tra i loro strumenti.

ELR: I progetti PubCoder possono essere esportati nel formato fisso (fixed layout EPUB3). A cosa è dovuta questa scelta e quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questo formato?

Paolo Albert: Il formato fisso permette al creativo di avere controllo pixel per pixel del contenuto.

Ad esempio, una palla che rimbalza dal punto A al punto B dovrà avere delle coordinate specifiche tutte le volte che cambiano le proporzioni del progetto.

Questo significa che il contenuto è sempre tagliato ad hoc per il dispositivo d’atterraggio, un lavoro “in più” all’inizio, ma che consente di avere un risultato preciso alla fine.

ELR: In un tuo articolo pubblicato su medium.com spieghi la differenza tra il Desktop Publishing (DTP) e il web-based software accennando alla possibilità di usufruire della tecnologia dell’Intelligenza Artificiale per unire queste due modalità di pubblicazione. Prendendo spunto da questa tua intuizione, secondo te come si svilupperà la tecnologia dell’editoria digitale?

Paolo Albert: Se pensiamo che l’hype del momento sono gli audiolibri, ci sono sviluppi molto promettenti legati all’applicazione di nuovi tool di AI a questa tipologia di prodotto, penso ad esempio ad Amazon Alexa e ad Amazon Echo. La sfida per gli editori, ancora una volta, è quella di saper cogliere le opportunità senza per forza viverle come una minaccia.

ELR: Nel 1997 il Project Gutenberg, iniziato nel 1971, raggiunge il numero 1000 di libri pubblicati con l’ebook #1000 “La divina commedia” di Dante Alighieri. Come si sono sviluppati il mercato e la modalità di vendita e di diffusione dei libri elettronici in questi 20 anni?

Paolo Albert: Amazon è stato il primo motore di sviluppo dell’ebook. Il lato negativo è che l’azienda di Seattle vede il libro in pura ottica commerciale. Si dice infatti che una delle strategie del successo della sua piattaforma di e-commerce sia stato proprio il libro, utilizzato come vero e proprio cavallo di Troia (il target “lettore”, si sa, è alto spendente). Dall’altra parte questo puro interesse commerciale è anche la croce dell’ebook, nel senso che non c’è scarsa propensione a innovare il formato, se non è supportato o giustificato da ragioni meramente commerciali. Amazon, ancora oggi, è padrone indiscusso del mercato, e qualsiasi discorso di crescita e futuro non può che passare dalle loro grinfie.

ELR: Come si è sviluppato invece il mercato dei libri elettronici in formato EPUB?

Paolo Albert: Il formato EPUB è uno standard che ha conosciuto la sua fortuna grazie alla diffusione dei Reader. Con l’avvento della terza versione dello standard (EPUB3, appunto), si è intravista l’opportunità di evolvere il formato verso nuove frontiere di lettura: non solo romanzi di testo, ma anche libri per bambini in fixed-layout, l’introduzione dell’interattività, la possibilità di pubblicare veri e propri “magazine”. Tuttavia, il nuovo formato ha faticato nel diffondersi. Come detto, il leader di mercato è Amazon che usa un altro formato, e quindi l’EPUB viene scartato dai produttori di contenuti perché percepito il rapporto costo/opportunità di lavorare quel formato è troppo elevato.

ELR: In che modo vengono salvate e archiviate opere interattive e multimediali come gli ebook di PubCoder?

Paolo Albert: PubCoder è un software di authoring, e permette di esportare un file che è totalmente nelle mani del suo autore. Ci sono in effetti dei campi di metadatazione per aiutare i distributori (soprattutto di ebook), ma tendenzialmente non è un problema di cui ci siamo mai direttamente occupati.

ELR: Quanto è importante conoscere le lingue di programmazione per creare degli e-book in formato EPUB? Che consigli daresti a coloro che vogliono iniziare a imparare a programmare?

Paolo Albert: Il linguaggio HTML è fondamentale perché è la base per la formattazione del testo e degli altri contenuti (img, video), per la “taggatura” semantica dei contenuti che permette di rendere l’ebook accessibile, ecc.

Il formato EPUB stesso è a sua volta un formato che definisce un modo standard di impacchettare contenuti di pagine/paragrafi che sono costruiti in formato HTML. Quindi nessun dubbio: andate sul sito del W3C senza perdere altro tempo!

#ELRPUB: Intervista con Michela Di Stefano

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Il nostro viaggio nel mondo dell’editoria digitale continua con l’intervista con Michela Di Stefano, fondatrice di Studio 361° con sede a Brescia. Grazie alla sua lunga esperienza lavorativa iniziata nei primi anni Novanta, svariati progetti per diverse aziende italiane e l’attività di docente, riusciamo a ottenere una visione più ampia del settore dell’editoria digitale. La testimoninanza coinvelgente di Michela Di Stefano ci farà conoscere meglio questo “blue ocean“.

 

ELR: Michela Di Stefano, nel 2007 hai fondato Studio 361°, un network di specialisti della comunicazione, nel quale svolgi attività di docente. Ci racconti com’è nata la passione per l’editoria digitale?

Michela Di Stefano: Ho iniziato a fare formazione nel 1992 come tecnico informatico in un’azienda che vendeva i primi computer Apple alle tipografie ed agenzie di pubblicità. Ho visto i primi modelli di computer Mac e le prime versioni dei software ancora in bianco e nero! Poi ho fatto altre esperienze professionali: web designer, stampa di grande formato e gadgets, fino alla decisione di mettermi in proprio nel 2004 con il riconoscimento da parte di Adobe del titolo di Adobe Guru. La scelta di creare nel 2007 il network di Studio 361° è arrivata in modo molto naturale, vista l’esigenza di coprire diverse necessità e richieste da parte dei clienti e non essendo in grado di poterle soddisfare in prima persona.

La scoperta dell’editoria digitale è arrivata nel 2011 quando il mercato della carta stampata ha cominciato ad essere veramente inflazionato ed un mercato in cui è risultato sempre più difficile far prevalere la qualità del servizio sul prezzo più basso. Quando ho comprato il mio primo iPad, mi si è presentato un vero e proprio miraggio: un mercato assolutamente nuovo, stimolante ed inesplorato in cui potevamo esprimere la nostra competenza, i nostri valori ed in cui non era possibile improvvisarsi visto che richiede una reale preparazione tecnica per poter distribuire sugli store e per poter rimanere sempre aggiornati sui continui cambiamenti ed aggiornamenti di questo settore. Posso dire che ci siamo innamorati di questo mercato ed ancora oggi raccogliamo grandi soddisfazioni dai progetti che realizziamo, molte di più di quelle che raccogliamo per la realizzazione di progetti di editoria tradizionale. Sicuramente qui in Italia è un mercato ancora sconosciuto, ma confidiamo in un futuro non troppo lontano per vedere crescere il nostro impegno nel far conoscere questo “blue ocean” anche nel nostro paese.

ELR: Lavori nell’ambito delle aziende, delle agenzie di comunicazione, delle tipografie ed istituti di formazione. In che modo viene utilizzata la tecnologia dell’editoria digitale in questi settori?

Michela Di Stefano: Insegno all’Hdemia Santa Giulia di Brescia, in 3 dei miei corsi ho insegnato l’utilizzo dell’editoria digitale: nel corso di Progettazione Multimediale all’interno del percorso di didattica museale, ho insegnato a realizzare degli eBook interattivi per allestire mostre e far conoscere musei. In seguito al mio corso, alcuni allievi hanno realizzato degli eBook per dei cataloghi di mostre: Viandanti dell’anima, Kòsmos. Daniele Salvalai, Gabriella Benedini. I tempi del cielo. Questi allievi hanno trovato lavoro grazie alla loro capacità di realizzare eBook interattivi ed è stato un traguardo molto importante.

Durante il corso di Graphic Design, ho insegnato a realizzare eBook interattivi per presentare un progetto ad un cliente, io stessa utilizzo degli ePub interattivi per fare delle riunioni importanti e presentare dei progetti ai miei clienti.

Nel biennio di specializzazione invece ho insegnato a realizzare delle App utilizzando InDesign insieme a Twixl Publisher e Paperlit. In entrambi i casi gli allievi hanno realizzato una rivista in formato cartaceo e successivamente in formato digitale. Si possono vedere degli esempi su questa pagina.

Nelle aziende c’è ancora pochissima conoscenza di questo mercato, tutti conoscono la parola App, ma le idee sulla realizzazione ed utilità reale di questo strumento è molto bassa. Per quanto riguarda gli eBook la situazione è ancora peggiore, neppure le agenzie di pubblicità ed i creativi sono a conoscenza delle potenzialità e delle caratteristiche di questo prodotto. Nella maggior parte dei casi il concetto di eBook viene abbinato ad un romanzo leggibile su un eReader in bianco e nero come il Kindle oppure ad un PDF da sfogliare su computer…. Può sembrare incredibile, ma abbiamo avuto maggiore riscontro riguardo all’editoria digitale da figure che non si occupano di comunicazione, ma di cultura. Abbiamo realizzato già 3 monografie per la Fondazione Martino Dolci di Brescia che ha capito come la realizzazione di eBook con le monografie dei pittori bresciani, possa avvicinare i giovani al mondo dell’arte e possa far conoscere loro questi artisti, cosa che le monografie cartacee realizzate fino a 3 anni fa, non avrebbero potuto fare.

ELR: Nel 2017 hai iniziato a organizzare il “BreakfastPro” un ciclo di incontri a scadenza mensile per professionisti della comunicazione, del marketing e dell’editoria. Quali sono stati finora gli esiti più significativi della “colazione 4.0”?

Michela Di Stefano: L’interesse suscitato da questi incontri molto brevi e fuori dalle fasce orarie tradizionali è stato altissimo. Abbiamo avuto una richiesta di partecipazione superiore del 50% alla capienza della sala che avevamo a disposizione ed abbiamo dovuto attivare una “lista in piedi” per permettere un numero più alto di iscrizioni. Poi qualche assente dell’ultimo minuto ha permesso a tutti di sedersi ed avere sempre la sala con un’alta partecipazione. Possiamo ritenerci molto soddisfatti perché l’orario dalle 8.00 alle 9.30 ed i mesi invernali (il primo incontro è stato a settembre 2017 e l’ultimo a dicembre 2017) non erano di buon auspicio. Visto l’interesse ed il successo riscontrato, abbiamo deciso di riproporli anche per il 2018.

Probabilmente la formula “colazione+formazione” ha avuto successo perché permette in un tempo limitato di scoprire 1 solo argomento e potersi concentrare su quello a differenza degli altri eventi che organizziamo più impegnativi sia in termini di organizzazione che di partecipazione degli utenti. Ovviamente si tratta di incontri ben diversi, infatti l’evento annuale del Digital Publishing Explorers è già in calendario per il 2019 e si svolgerà a Brescia. Come ogni edizione la giornata sarà fitta di incontri e di informazioni, un taglio completamente diverso dai BreakfastPRO, nato per offrire strumenti essenziali ai professionisti che desiderano tenersi aggiornati ed al passo con la tecnologia per offrire e trovare sempre nuove strategie di business.

ELR: Come sono strutturati i vostri corsi di formazione? Quali nozioni di base devono avere i partecipanti?

Michela Di Stefano: Tutti i nostri corsi sono “personalizzati” nel senso che, prima di partire c’è un colloquio telefonico con il richiedente. Solo in questo modo è possibile costruire un percorso formativo su misura per chi lo richiede. Che si tratti di un libero professionista, che di un team aziendale, prima di fare formazione è necessario conoscere il livello dei partecipanti, quali sono gli obiettivi da raggiungere e quanto tempo viene messo a disposizione per farlo. Sulla base di questi elementi formuliamo un programma ad Hoc ogni volta. Sul sito ci sono gli elenchi delle funzioni di ogni pacchetto, ma il corso è molto di più, rilasciamo anche link a tutorial, videotutorial e altro materiale importante che non è possibile approfondire durante la lezione live.

ELR: Secondo te c’è una consapevolezza e una volontà forte, nel tuo ambito lavorativo, per lo sviluppo di nuove tecnologie che agevoleranno il passaggio dall’editoria a stampa all’editoria digitale?

Michela Di Stefano: Purtroppo l’utilizzo e l’utilità delle nuove tecnologie che permettono di migrare o semplicemente distribuire progetti di stampa tradizionale in formato digitale sono ancora sconosciuti e visti con diffidenza. In Italia la parola eBook viene utilizzata per indicare un PDF e un App per indicare un gioco o qualcosa di molto complesso mentre non è così. Dal 2011 ad oggi ci siamo impegnati per far conoscere questo mercato al mondo dei creativi e di tutti coloro che operano nel settore della comunicazione, oggi (nel 2018) si cominciano a vedere i primi risultati di quanto abbiamo seminato, ma la strada  ancora molto lunga…

ELR: Da una breve ricerca sul web sui libri elettronici risulta che la storia dell’editoria digitale inizi attorno all’anno 1993 quando due italiani, Franco Crugnola e sua moglie Isabella Rigamonti, hanno creato il primo libro elettronico e quando il poeta Zahur Klemath Zapata pubblica “L’Assassinio come una delle belle arti” di Thomas de Quincey in formato DBF (digital book format). Secondo te quando ha avuto inizio la storia dei libri digitali e quali sono alcuni dei momenti salienti della storia dell’editoria digitale?

Michela Di Stefano: Secondo me, come per il Web, inizialmente implementato da Tim Berners-Lee mentre era ricercatore al CERN, sulla base di sue idee e di un suo collega, Robert Cailliau. Tim Berners pubblicò  il 6 agosto 1991 il primo sito Web al mondo, presso il CERN, ma passarono anni prima che questa tecnologia prendesse piede in Italia, ancora oggi ci sono aziende che non hanno un sito Web e lo considerano inutile per il proprio business!!! Peggio ancora ci sono aziende che ne hanno uno inefficiente e non idoneo ad essere visualizzato sui nuovi device mobili.

Nello stesso modo l’editoria digitale è arrivata con i primi strumenti di lettura di Amazon e poi si è evoluta in modo incredibile, tuttavia è ancora in gran parte sconosciuta. Sia il formato ePUb interattivo che le applicazioni editoriali, possono essere sfruttati per distribuire informazioni editoriali in modo veloce ed economico, ma sono visti come investimenti troppo complessi e costosi a causa della scarsa cultura in merito. Alcune aziende si sono inoltrate senza la guida di strutture professionali come la nostra su questi mercati ed hanno ottenuto grandi frustrazioni e scarsissimi risultati dovuti alla mancata conoscenza degli strumenti e delle regole che sono alla base del mercato dell’editoria digitale.

Questo mercato è sicuramente efficace, ma in continua evoluzione. Si tratta di un mercato gestito da regole ben precise che gli Store di distribuzione dettano a tutti coloro che desiderano distribuire su questi canali. A seguito di ciò, le aziende non sono in grado di gestire in autonomia questo passo importante, ma pensano di potersi in qualche modo arrangiare con modalità a dir poco “casalinghe”, mentre i professionisti che operano in questo settore da tempo, potrebbero essere di grandissimo aiuto per risparmiare denaro e tempo ed accompagnarli verso il risultato più efficace per loro.

Per tornare alla domanda iniziale, anche un PDF (nato nel 1991 con il progetto Camelot di Adobe) può essere considerato un esempio di editoria digitale, ma non si tratta di eBook. Quando parliamo di eBook parliamo di formato .ePub o .mobi o altri formati di lettura fruibili su device specifici in grado di effettuare anche operazioni aggiuntive come:

  • Ingrandimento/riduzione del carattere di lettura
  • Cambiamento del Font di lettura
  • Possibilità di mettere note e segnalibri
  • Ricerca del testo
  • Link ipertestuali
  • Funzioni di interattività per i formati ePub interattivi:
  • Animazioni
  • Audio e video
  • Gallerie fotografiche

Ecc. ecc.

Alla luce di quanto sopra, posso tranquillamente dire che la storia dell’editoria digitale si sta ancora scrivendo.

ELR: Come si è sviluppato il mercato dell’editoria digitale negli ultimi 20 anni in Italia? Quale paese europeo è all’avanguardia in questo settore?

Michela Di Stefano: In parte ho risposto a questa domanda nelle precedenti risposte perché in Italia il mercato dell’editoria digitale è molto acerbo ed in gran parte sconosciuto. Se pensiamo che l’editoria tradizionale cartacea è di per sé in crisi, i libri che sono stati convertiti in digitale hanno dato come risultato un mercato del 3% del mercato editoriale tradizionale, una cifra veramente irrisoria. Il punto è proprio questo. Il termine “editoria digitale” non indica la conversione del libro cartaceo in versione digitale, ma è molto di più. Il termine Publishing già indica in modo più ampio il processo di produzione e distribuzione di letteratura, musica o informazioni e l’attività di rendere queste informazioni fruibili al pubblico su vari supporti. Come puoi immaginare, l’Editoria digitale permette di allargare questo concetto e di abbracciare un numero di settori molto vari che sono:

  • la fotografia
  • il video
  • il web
  • i social network
  • la carta
  • gli eBook e le app

Tutti insieme permettono di distribuire contenuti su nuovi supporti digitali, pertanto il concetto di Editoria digitale è molto più ampio di come lo pensiamo di solito.

ELR: Da un punto di vista dell’estetica del medium quali sono le differenze tra il modo di concepire l’impaginazione di un ebook e quello della tipografia a stampa?

Michela Di Stefano: Se parliamo di un eBook fixed layout, l’impaginazione può essere molto simile a quella del formato cartaceo, tuttavia bisogna ricordare che questi contenuti devono essere fruibili su schermi di diverse dimensioni e quindi è importante studiare il layout di impaginazione affinchè sia leggibile sul maggior numero di dispositivi. Per poterlo fare, è necessario sfruttare font adeguati alla lettura su display (ad esempio evitando i font con grazie molto accentuate), settare la dimensione dei caratteri ad almeno 20 pt per la visualizzazione su tablet dai 7” in su, mentre per gli smartphone è necessario pensare un layout diverso e dedicato. Se si ignorano questi parametri, si costringe l’utente a dover fare “pinch and zoom” per riuscire a leggere i contenuti e questo è veramente scomodo e controproducente per il lettore.

ELR: Quali sono secondo te i criteri estetici fondamentali per l’impaginazione di un ebook in formato EPUB?

Michela Di Stefano: Una parte di risposta è già stata fornita nella precedente, aggiungo che prevalgono i criteri di leggibilità ai criteri di estetica. Se l’eBook non è leggibile, non importa quanto sia bella l’impaginazione. La sfida in questo momento storico è trovare un format che sia fruibile sul maggior numero di device senza dover realizzare impaginati diversi, anche perché, a differenza delle applicazioni editoriali, un ebook non ha la possibilità di riconoscere il device di lettura quando viene scaricato dagli store, funzione invece attiva per le app che sono in grado di riconoscere se il device è uno smartphone o un tablet e permettono di realizzare delle “rendition” ad hoc per ogni tipologia di supporto.

ELR: Quanto è importante conoscere le lingue di programmazione per lavorare nel settore dell’editoria digitale? Che consigli daresti a coloro che vogliono iniziare a imparare a programmare?

Michela Di Stefano: Avere delle conoscenze di programmazione html permette di entrare più in profondità nella realizzazione di un ePub e permette di aggirare alcuni ostacoli. Poter mettere mano al codice html di un eBook significa avere il controllo “quasi assoluto” di come verrà visualizzato sul device. Il mio consiglio è quello di conoscere questo linguaggio di programmazione per poterlo sfruttare in caso di necessità.

 

#ELRPUB: Intervista con Antonio Tombolini

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In questa intervista Antonio Tombolini, fondatore della casa editrice StreetLib ci racconta come dalla sua passione per i libri e la lettura è scaturito l’interesse per l’editoria digitale. Un mondo tutto da scoprire, come rivelano le sue parole. Un settore industriale che è saldamente legato alla tradizione della stampa e che solo lentamente riesce a creare un proprio mercato che richiede solide strategie e vedute molto ampie, ma che consente anche di avere la testa “tra le nuvole”.

 

 

ELR: Antonio Tombolini, nel 2006 hai fondato la casa editrice Simplicimus Book Farm che dal 2016 si chiama StreetLib. Come è nato l’interesse per l’editoria digitale?

Antonio Tombolini: Semplicemente dalla mia passione per i libri e la lettura, che mi portò all’epoca a chiedermi se anche il libro non avrebbe dovuto fare i conti, prima o poi, con la transizione al digitale che la musica stava già affrontando.

ELR: Nel 2014 hai fondato un’altra casa editrice, la Antonio Tombolini Editore (ATE), un’editoria digital first che come StreetLib pubblica anche libri cartacei. Sul sito dell’ATE promuovi dei workshop. Come sono strutturati i workshop? Quali sono le prerogative per partecipare ai vostri corsi di formazione?

Antonio Tombolini: L’esperienza dei workshop ATE è stata preliminare alla creazione (a cui stiamo lavorando proprio in questi mesi) di un’offerta di formazione specialistica sul libro in tutti i suoi aspetti, che prenderà entro il 2018 la forma di una vera e propria “Scuola Permanente del Libro”, con una grande molteplicità di corsi e percorsi formativi, sia nell’area delle professionalità tecniche, che in quella dei contenuti e delle professionalità economico-manageriali. Siamo convinti che la transizione al digitale e alla rete comporti anche per l’industria del libro un adeguamento delle competenze e intendiamo offrire gli strumenti migliori per acquisirle.

ELR: Secondo te c’è nel settore editoriale una consapevolezza e una volontà forte per lo sviluppo di nuove tecnologie che agevoleranno il passaggio dall’editoria a stampa all’editoria digitale?

Antonio Tombolini: No, o almeno non in maniera adeguata nei protagonisti attuali dell’editoria. Sì, invece, e in misura crescente, tra gli autori, specie i più giovani, e i lettori.

ELR: Personalmente come hai vissuto il passaggio dalla stampa al digitale dal 2006 a oggi?

Antonio Tombolini: È stato ed è ancora un percorso di scoperte progressive, che sarà ancora lungo, perché siamo ancora ai primi passi di una evoluzione di cui non abbiamo visto che una piccola parte. Quello che ho imparato nel frattempo è che in queste fasi di cambiamenti radicali dei paradigmi di un intero settore, i meno avveduti e i meno adatti a individuare e coltivare il nuovo sono proprio quelli che in teoria si troverebbero nella posizione di maggior vantaggio, ovvero quelli che nel settore ci lavorano già. E più grossi sono, peggio è.

ELR: Da una breve ricerca sul web sui libri elettronici risulta che la storia dell’editoria digitale inizi attorno all’anno 1993 quando due italiani, Franco Crugnola e sua moglie Isabella Rigamonti, hanno creato il primo libro elettronico e quando il poeta Zahur Klemath Zapata pubblica “L’Assassinio come una delle belle arti” di Thomas de Quincey in formato DBF (digital book format). Secondo te quando ha avuto inizio la storia dei libri digitali e quali sono alcuni dei momenti salienti della storia dell’editoria digitale?

Antonio Tombolini: Riesce sempre difficile, e in fondo neanche troppo utile, rincorrere il primato di questo o di quello nell’avvento di un fenomeno. Il libro in realtà viene scritto e prodotto in digitale da tantissimi anni, da decenni, direi dall’avvento degli antenati dei computer, a fine anni ‘70 del secolo scorso, quando cominciarono a circolare non ancora i computer, ma le macchine per scrittura elettronica, di cui Olivetti era un precursore: da allora il libro viene scritto prevalentemente in digitale, lavorato impaginato corretto ecc. sempre in digitale, attraverso appositi programmi software. Il punto di svolta a mio avviso risiede in realtà nell’avvento dei primi dispositivi di lettura con schermo e-ink, che iniziammo a vendere, primi nel mondo, e non solo in Europa, proprio alla fine del 2006: è solo con questi schermi che leggere elettronicamente un libro diventa un’esperienza finalmente comparabile al comfort della esperienza di lettura su carta.

ELR: Nei StreetLib Stores è possibile acquistare o scaricare gratuitamente ebook nei formati PDF, EPUB e Kindle come anche libri cartacei in tantissime lingue – dallo Zulu al Bokmal. Quali sono i formati e i generi letterari più gettonati? Come si è sviluppato il mercato dei diversi formati?

Antonio Tombolini: Quanto ai formati il mercato si è andato concentrando su Kindle per il mondo Amazon e su EPUB per tutto il resto, con una residuale importanza del PDF per la diffusione gratuita e per la manualistica.

Quanto ai generi letterari invece la parte del leone la fa senz’altro la narrativa, per ora, anche se la saggistica sta già mostrando segnali di crescita, e sarà destinata a crescere molto più della narrativa nei prossimi anni, man mano che miglioreranno i software di lettura digitale.

ELR: Sui siti Simplicissimus.it e StreetLib.com è possibile distribuire gli ebook attraverso le rispettive piattaforme STEALTH e PUBLISH. Da dove nasce l’esigenza di creare delle piattaforme digitali? Quali sono i vantaggi rispetto ai servizi online già esistenti?

Antonio Tombolini: Piattaforme come la nostra consentono anche a piccoli editori e self publishers di raggiungere col proprio libro tutti gli scaffali di tutti gli ebook store del mondo, dai più grandi e globali fino ai più piccoli e locali. E tutto con un clic, senza bisogno di negoziare con una pluralità crescente di store, e senza dover gestire separatamente ciascuno di essi, anche dal punto di vista amministrativo e contabile, che come si può immaginare è particolarmente complesso.

D’altro lato consentiamo ai player più grandi e globali, come Amazon, Apple, Google, Kobo, di offrire in vendita titoli (distribuiamo ad oggi quasi 250mila titoli, e acquisiamo circa 500 titoli nuovi a settimana) provenienti da piccoli editori e self publishers che loro non sarebbero mai in grado di raggiungere e gestire.

ELR: Da un punto di vista di estetica del medium come cambia il modo di concepire l’impaginazione di un ebook arricchito con effetti interattivi e multimediali rispetto a un libro cartaceo?

Antonio Tombolini: Questo è in realtà un terreno molto delicato e su cui c’è molto da sperimentare. I software di lettura non sono tutti allineati, e inserire troppi “effetti” rischierebbe di far funzionare il libro su una piattaforma e non su un’altra. Non solo: questi “effetti” vanno dosati con grande cautela, perché il passo da “ebook interattivo ben fatto” a “videogame fatto male” è molto breve.

ELR: Come vengono salvate e archiviate opere interattive e multimediali?

Antonio Tombolini: I file delle opere risiedono nei nostri server “on the clouds”, con repliche in varie aree del mondo, così che qualora dovessero aversi interruzioni di connessione in un’area, per esempio nei server USA, possano entrare in funzione i server europei o asiatici.

ELR: Quanto è importante conoscere le lingue di programmazione per creare degli ebook in formato EPUB? Che consigli daresti a coloro che vogliono iniziare a imparare a programmare?

Antonio Tombolini: Chi vuole dedicarsi al mestiere dell’impaginatore oggi non può certo fare a meno di studiarsi il formato EPUB, che è fondamentale, ma che è anche, in fondo, una sorta di “dialetto” specializzato per i libri del HTML.

Chi invece scrive libri non ne ha affatto bisogno. Noi stessi offriamo un’applicazione gratuita online, StreetLib Write attraverso cui è possibile scrivere il proprio libro, o importare il proprio libro esistente in formato Word e simili, per ottenere automaticamente un formato EPUB, Kindle e PDF validato e pronto per la distribuzione.

#ELRPUB: Intervista con Fabrizio Venerandi

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Fabrizio Venerandi è cofondatore della casa editrice digitale Quintadicopertina di Genova. In questa intervista che da inizio alla serie #ELRPUB dedicata all’editoria digitale, Venerandi ci parla della produzione, del mercato e della storia dell’editoria digitale offrendoci anche delle riflessioni su temi come la lettura, l’estetica e l’archiviazione delle opere digitali in formato EPUB.

 

 

ELR: Fabrizio Venerandi, nel 2014 hai rilasciato un’intervista all’ELR in cui ci hai parlato delle “Polistorie” (2010). Nel 2017 hai creato un’altra opera altrettanto innovativa: le “Poesie elettroniche”. Di cosa si tratta?

Fabrizio Venerandi: “Poesie Elettroniche” è un ebook di poesie che ho scritto e programmato in formato EPUB3. L’idea che sta dietro a questo testo di letteratura elettronica è che la programmazione di codice dia vita a nuovi strumenti retorici che si affiancano a quelli tradizionali come la rima, l’endiade, la similitudine, l’alliterazione, etc. Questi nuovi strumenti retorici sono legati alla tecnologia e quindi alla scrittura di algoritmi che “fanno fare” cose ai versi che non sarebbe possibile fare ugualmente su un libro di carta.

“Poesie Elettroniche” è una prima formalizzazione di alcuni di questi nuovi strumenti. Ho scelto un numero molto limitato di interazioni lettore/testo e ho lavorato su quelle per mostrare le possibilità espressive di ognuna. Quello che mi interessava era soprattutto mostrare come questi nuovi strumenti retorici non fossero delle semplici wunderkammer fatte per stupire il lettore, ma che avessero una finalità espressiva ben precisa.

In questo caso la silloge raccoglie una serie di poesie scritte in un periodo molto negativo per la mia vita. Mi ritrovavo a scrivere cose che non avevo la forza di rileggere e che – sostanzialmente – non volevo che nessuno leggesse. Ma che dovevo comunque scrivere per estrarle e buttarle fuori di me, perché mi stavano intossicando. Il codice è stato un modo naturale per me per fare qualcosa di nuovo: potevo scrivere queste cose senza doverle leggere e senza doverle far leggere nella nudità della loro messa in versi. I versi infatti, nell’ebook, cambiano, si modificano nel tempo, si nascondono nelle ore di luce, si muovono per lo schermo, si generano solo se sollecitati, si cancellano ed evitano di mostrarsi nella loro interezza. Il codice è funzionale alla mia necessità espressiva.

La  seconda cosa importante per me è stata produrre questo ebook come oggetto destinato al commercio. Un prodotto editoriale di mercato, messo in vendita sui maggiori canali di distribuzione digitale, con un suo ISBN e con un suo prezzo. Volevo mostrare come la letteratura elettronica sia un modo naturale di leggere un testo, rintracciabile all’interno di uno store generalista, e distribuito nel maggior numero possibile di lettori. Eliminare l’idea che electronic literature significhi solo ed esclusivamente sperimentazione on-line, magari nata e destinata ad un circolo ristretto di accademici.

ELR: Come cambia il modo di leggere con un libro elettronico in formato EPUB?

Fabrizio Venerandi: Dipende dalla consapevolezza di chi ha creato il testo e di chi lo sta leggendo. Il novantanove per cento dei testi ebook in commercio non sono libri digitali, ma libri digitalizzati. Non offrono niente di diverso rispetto alla tradizionale lettura sequenziale di un libro di carta. Diverso il caso in cui il testo è pensato, programmato, progettato per essere letto in formato digitale. Già in ePub2 è possibile creare “polistorie”, afferenti a quella che viene chiamata hypertext fiction. Ma ancora di più in EPUB3 dove il testo può sfruttare codice vero e proprio.

ELR: Secondo te c’è una consapevolezza e una volontà forte, nel tuo ambito lavorativo, per lo sviluppo di nuove tecnologie che agevoleranno il passaggio dall’editoria a stampa all’editoria digitale?

Fabrizio Venerandi: No. C’è un freno a mano inserito da parte di diversi soggetti sia nazionali che transnazionali. Non si tratta di limiti tecnici, ma prettamente economici e di mercato. Gli editori non investono in testi nativi digitali perché è un prodotto che non potrebbero poi spendere su carta (mentre è vero il contrario); alcuni grandi soggetti come Amazon ed Apple depotenziano le possibilità della lettura digitale con un supporto povero o inesistente ai formati più avanzati come EPUB3, cercando invece di chiudere il lettore in ecosistemi proprietari; le specifiche per la letteratura elettronica sono primitive e incoerenti, avendo in mente un libro di carta “arricchito” da elementi digitali, invece che un testo nativo digitale; i DRM vincolano e dissuadono la creazione di killer application per la lettura. Sono tutti fattori, questi ed altri ancora, collegati l’un l’altro che hanno di fatto rallentato quello che – ingenuamente – nel 2010 pensavo sarebbe stato il progresso naturale della lettura digitale. Vedremo cosa succederà con DPUB.

ELR: Oltre a scrivere e pubblicare ebook tu insegni anche editoria digitale. A chi si rivolgono i corsi e come sono strutturati?

Fabrizio Venerandi: I nostri corsi sono segnalati nel sito Ebook Design School  Si rivolgono a chiunque abbia a che fare con la scrittura e l’editoria digitale: case editrici, liberi professionisti, scrittori, docenti. I corsi sono strutturati a moduli tematici: mercato, promozione, redazione digitale. La parte di progettazione e costruzione ebook è svolta in due laboratori che partono dalle basi della marcatura per arrivare ad un ebook completo.

ELR: Da una breve ricerca sul web sui libri elettronici risulta che la storia dell’editoria digitale inizi attorno all’anno 1993 quando due italiani, Franco Crugnola e sua moglie Isabella Rigamonti, hanno creato il primo libro elettronico e quando il poeta Zahur Klemath Zapata pubblica “L’Assassinio come una delle belle arti” di Thomas de Quincey in formato DBF (digital book format). Secondo te quando ha avuto inizio la storia dei libri digitali e quali sono alcuni dei momenti salienti della storia dell’editoria digitale?

Fabrizio Venerandi: Io sposterei le lancette indietro di una ventina di anni. Per quanto mi riguarda la letteratura elettronica è già tale con la nascita delle prime text adventure, quindi a metà degli anni settanta per la lingua inglese e il 1982 per l’Italia con Enrico Colombini. Noto una certa ritrosia nella critica accademica nel considerare queste opere come letteratura elettronica perché erano (almeno inizialmente) giochi, non erano opere editoriali in senso stretto, nel senso che non assomigliano in nessun modo ad un libro ed erano nei loro primi anni letterariamente molto scarne. Invece proprio il fatto che non assomigliassero a “qualcosa di editoriale o letterario” è il segno che erano software avanzatissimi nel proporre una fabula che non si leggeva come si legge un libro ma a cui ci si approccia con un intreccio intimamente digitale. Molti concetti e strutture dei text adventure sono ancora oggi molto più centrati su una nuova narrativa rispetto a tanti ebook “aumentati” che invece appaiono come una semplice espansione del libro di carta.

ELR: Per la preservazione delle opere digitali esistono varie strategie come la migrazione, la duplicazione, l’emulazione o l’utilizzo di metadati. Quali di queste strategie possono essere o vengono usate per gli ebook?

Fabrizio Venerandi: Utilizzo di formati aperti, rimozione dei DRM e copia. I formati chiusi sono un rischio per la preservazione e soprattutto per la fruizione continuata dei loro contenuti. Un conto è poi creare un ambiente virtualizzato nel quale far “girare” un determinato contenuto ormai obsoleto, un altro è pensare il contenuto digitale come qualcosa che non diventa affatto obsoleto ma viene sfruttato in maniera sempre diversa man mano che si evolvono le tecnologie per la lettura. Nel momento in cui scrivo le tecnologie più solide sono quelle del W3C.

ELR: In un tuo articolo pubblicato su Nazione Indiana hai descritto i “Formati per fare ebook”: EPUB2, EPUB3, MOBI e KF8. Eppure il formato che viene usato prevalentemente sembra essere ancora il pdf. Come si sono sviluppati il mercato dei libri elettronici statici in formato pdf e quello dei libri elettronici arricchiti con funzioni multimediali e interattivi in formato EPUB?

Fabrizio Venerandi: Il pdf non è un formato che nasce per fare ebook, ma per rendere trasportabile un impaginato finalizzato alla stampa. Negli anni si è sviluppato, ha assorbito numerose funzioni di accessibilità, ma continuo a pensare che i formati liquidi, legati a doppio filo con gli strumenti di lettura on line, abbiano maggiore possibilità di sviluppo nel medio-lungo termine. Già oggi la lettura di narrativa con schermi piccoli funziona notevolmente meglio in ePub o KF8 rispetto che pdf. Ma non si tratta per me di una guerra di religione: molti dei nostri ebook ipertestuali sono pubblicati anche in formato pdf. L’importante è che l’editore abbia in mano, a monte, uno workflow di sviluppo che veda il pdf come una delle possibili uscite del suo contenuto, non l’unica. Riguardo agli epub con funzioni interattive, come dicevo sopra, hanno avuto finora uno sviluppo marginale. Quando mostro le cose che Quintadicopertina ha sviluppato in questi sette anni, da Locusta Temporis a Poesie Elettroniche, vedo ancora stupore e interesse per queste cose, segno che qualcosa non ha funzionato. Lo sdoganamento del prodotto letterario nativo digitale ancora non c’è stato.

ELR: Quale di questi formati (Fixed layout e Reflowable layout) viene utilizzato per i libri digitali di Quintadicopertina e per quali ragioni?

Fabrizio Venerandi: Ad oggi abbiamo sempre utilizzato il formato reflowable. In un mercato così piccolo, vincolarsi ad una sola dimensione di lettura è un rischio. Ma – di nuovo – non è una guerra di religione. Ci possono essere progetti e collane tablet-oriented, in cui anche il fixed potrebbe avere senso.

ELR: Secondo te quali sono i fattori estetici più importanti per l’impaginazione di un ebook?​

Fabrizio Venerandi: Va ripensata l’estetica della pagina, perché non abbiamo una pagina, ma contemporaneamente abbiamo contenuti inseriti in uno “spazio pagina” che può ibridarsi a seconda di chi sta leggendo quel testo e di come lo sta facendo. Nei testi più sofisticati possiamo avere contenuti che cambiano adattandosi alle scelte di chi legge, quindi cose che possono apparire o meno all’interno della pagina stessa. Certi elementi che oggi non possiamo utilizzare, come le note a pié di pagina, vanno completamente ripensati. Anche gli elementi grafici inseriti nel testo assumono una grandissima importanza, perché diventano ancore di memorizzazione dei contenuti, essendo sparita la “visione foglio”, soprattutto se questi elementi non sono più accessori del testo, ma integrati e interagenti con i contenuti stessi. È un tipo di progettazione che è diversa sia da quella della pagina web, sia da quella del libro, pur avendo elementi comuni con entrambe. Non parlerei nemmeno di ‘impaginazione’, quanto di ‘istruzione’ . Non impagino dei contenuti ma gli insegno cosa sono e come devono comportarsi quando si relazionano con i loro vicini.

ELR: Quanto è importante conoscere le lingue di programmazione per creare degli ebook in formato EPUB? Che consigli daresti a coloro che vogliono iniziare a imparare a programmare?

Fabrizio Venerandi: Nel medio termine io credo che sia un punto di non ritorno. Se stai costruendo contenuti digitali, ovvero testi, suoni, animazioni e immagini marcate, codificate, programmate, ‘istruite’, conoscere la marcatura, i CSS, la programmazione e quello che c’è sotto al cofano ti permette di avere in mano tutto il sistema di produzione. Detto molto banalmente: ci sono cose che semplicemente non ti verrebbe in mente di fare se non conoscessi il codice con cui si possono fare. Idee che non emergerebbero nella tua testa. E anche il contrario: eviteresti di disperdere risorse in progetti digitali abnormi fatti controcorrente che non hanno senso.  Per quanto riguarda quali linguaggi di programmazione imparare: credo che in questo momento sia utile sapere cosa sia XML e HTML5, la gestione degli stili con i CSS, i linguaggi di programmazione per interrogare dati come XQuery, i tool pratici come le RegEx e ovviamente Javascript.

Interview with Alan Bigelow

with one comment

Co-edited by Maíra Borges Wiese

ELR: Alan Bigelow on your website you have published your flash works from 1999-2011 and your HTML5 works published from 2011-2015. Could you tell us how you got started in the field of digital literature?

Bigelow: I got started in electronic literature for a very selfish reason: I owned the domain Cinema2.com, and I wanted to protect it from any corporation that might want it for themselves. This was in 1999, and the domain name craze was at its height, with names like Cinema.com selling for US $700,00 (I even called the sellers, Great Domains, during the auction for Cinema.com, and told them I had Cinema2.com and were they interested? A polite “no” was their answer). So I created a story based on the domain name. The story is about a moving company called Cinema2.com. They don’t physically move people from location to location, like a typical moving company does—instead, they emotionally move them to catharsis using unique and innovative practices. They even have special devices to test for emotional states and effect treatment. The piece was part HTML, part Flash, and it was my first introduction to electronic literature. But back then, I didn’t know it was called electronic literature. I thought I was doing something completely original and new to the internet. It was shortly after that I found other people doing the same thing online, and I realized there was already a community of writers doing what I was doing, and we had the whole web to talk to each other about it.

NOTE TO SELF: Hopefully, one day we won’t have to call it “electronic literature” anymore. What we do will be so commonplace as to be simply called “literature.”

ELR: Can you tell us where your inspiration comes from? My source of inspiration has changed over the years. Early on, in addition to the basic elements of traditional fiction like plot and character (which drove, for example, PamelaSmall.com, “Saving the Alphabet,” other earlier works), I was also driven by the thrill of exploration just to see where it would lead me next; the path was just as interesting as the story itself. Then the goal became (or was it always my goal?) to create a thing of beauty. I may have done this already, but I am not sure yet… Now my source of inspiration has come full circle to plot and character again. Despite the innovation of what we do, it seems that people still like a good story with a beginning, middle, and end (despite what order they are in). They also like a character who they recognize as themselves, someone they know, or someone they have never met before. A good character or plot can drive a story and give it enduring value. It also offers the reader what the French sometimes call attention: there may not be any pages to turn on the web, but a page turner can still keep a reader’s attention. Character and plot can move people, and in the attention-deficit world of the web, moving people with fiction is getting harder and harder to do. So it is back to basics for me. Perhaps this approach might help build a better bridge between the old and the new, from print readership to a readership expecting, and appreciating, multimedia stories on the web. Like the movers in Cinema2.com, my goal is to move people to catharsis. I am getting closer to that goal, I hope, with recent works like “Life of FLY” and “Protect the Poet.”

ELR: Is there a particular reason for the change from flash works to HTML5?

Bigelow: My reason for leaving Flash was simple: there was an iPhone in my pocket, and I could not see my own work on it. I resisted, though. I thought an app would come along to display Flash in a seamless and effortless way (there were some apps, but none were good). I emailed Steve Jobs about how Flash was great for creative work and an artistic tool unparalleled in the marketplace, but he never replied. (I understood—he was busy dying and had more important things on his mind). Finally, because it is adapt or die, I switched to HTML5. Thanks to a good coder I know who helps me with the difficult parts… Well, I have not looked back.

Has switching to HTML5 changed the way you write?

Yes. First, not having Flash as a tool has forced me to revise my approaches as to how readers navigate through the pieces. I have simplified the navigational interface in some newer pieces, and often made them more linear in user interaction. This is convenient because with my renewed interest in plot and character, a linear approach to navigation can be useful. Second, adapting to HTML5, and particularly mobile devices, has forced me to renegotiate with a story’s text as it appears on the screen. Only so much text can comfortably fit on the screen of a phone, so where I can condense, I condense. Where I can cut, all the better. Third, in HTML5, since visual effects are not yet as easy and seamless as they were in Flash, I find myself using visuals where they will do the most good to support theme or action. I try not to include any extraneous visual effects or non-essential coding. The story is primary, and every element supports that, and only that. If a visual or audio element does not have a specific reason for being there, it goes in the garbage heap. The final product must have an expressive and efficient synthesis of all its elements to create the overall effect.

ELR: Where do you see the main challenge in such a fast changing and variegated field like electronic literature?

Bigelow: Keeping pace.

ELR: In many of your works the topic is life as in “The Human Mystery” and “Last Words.”

Bigelow: If it’s not life, it’s death. And anything in between. As a writer, I am not unusual in this.

ELR: Is life (or death) one of your favourite topics? What other topics do you write about?  

Bigelow: Death is a preoccupation in my daily thoughts, rather than a major theme in my writing. I also write about (************************************************************* ******************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************). NOTE TO SELF: Continue to vary the topics you cover in your work. It will stop you from being typecast and never working in Hollywood again.

ELR: Readers who are used to reading printed books may be surprised or even irritated and challenged by the audio-visual effects of works of electronic literature.

Bigelow: I am certain this is a temporary phenomenon. Children growing up now will have no problem with multimedia stories, because they are already reading them on their handheld devices. They are also reading and interacting with multimedia in virtually every aspect of their online life. I feel sorry for these kids when they get to college and some professor (like me, for instance) asks them to read stories from a print anthology. It is like they are taking one huge step back for humankind.  

ELR: How does multimedia change the aesthetics of literature?

Bigelow: Other writers about electronic literature have already addressed this question better than I can. In addition to the many individual articles that touch on this topic, two recent anthologies address this question in a variety of ways: The Johns Hopkins Guide to Digital Media (eds. Marie-Laure Ryan, Lori Emerson, and Benjamin J. Robertson) and New Literary Hybrids in the Age of Multimedia Expression (ed. Marcel Cornis-Pope). However, as a writer, one thing I have learned from the aesthetics of digital literature is the importance of conserving words. Saying more with less is a unspoken mantra on the web, where there is so much competition for the reader’s attention. I have always been a spare writer, but elit has forced me to make every word count and to treasure the sentence over the paragraph, the short word over the long, and the period over the comma. One day, I may return to text-based writing just to see how I can apply the lessons about language, graphics, and audio that are at the core of my digital work. Going retro to push print forward might be an interesting game to play.

ELR: Your Ten Predictions about Digital Literature are rather optimistic.

Bigelow: That blog post was published on August 28, 2010. I was too optimistic in some places, but in general, I could probably find up-to-date examples to support each of the ten claims. In fact, I might do a follow-up blog just to make my point… J

ELR: What would you say about the present status of digital literature in academia?

Bigelow: I have mixed emotions about the current status of electronic literature in academia. On the one hand, it is truly great how so many new media and literature classes around the world have incorporated elit into their curricula. It is also terrific how many scholarly articles, books, presentations, panels, and conferences have emerged in the field. This indicates an extremely healthy life for electronic literature within academia, a life I am extremely thankful for both as a writer and a lover of elit. But I have misgivings. Any new artistic movement (and in many ways, elit is still new) needs an expanding culture to incubate in. It needs to grow new readership, encourage new writers, and create an economic platform so it is commercially viable. In other words, the general public must be involved somewhere in the early or middle stages of any artistic movement.

NOTE TO READER: For purposes of definition, I distinguish what we in academia generally understand as electronic literature versus how it is seen in the wider public arena. For us in academia (and of course, I do not speak for everyone!) electronic literature might be described as the more refined fiction and poetry you see in journals, festivals, on and off-line galleries, and in the course readings for many colleges and university classes. In the wider public arena, electronic literature is already a significant presence in social media like Facebook, blogs, and Instagram, although not typically identified by the name “electronic literature.” In these, and many other online venues, images and text—and in the case of Facebook, audio and video and text—are already a common occurrence in the telling of stories and daily events. If our brand of electronic literature remains predominantly in the world of academia, and stays relatively removed from the general public, its academic incarnations, for the most part, will remain alive, but our brand of electronic literature as a viable art form will atrophy. It will atrophy because despite all the great analyses, books, presentations, and conferences (not to mention the dynamic works of elit themselves)—all of this will fade from public memory because they were never in the larger public memory to begin with. The elit movement, as we know it, will have been stillborn into academia. But the risk is really only for writers like myself and others whose work is recognized within academia but not so much outside of it. We (and by “we” I mean all of us within the world of elit) need to have contact with a larger audience because there already is a larger audience for elit—they’re just not reading the same things we are. The larger audience is gaming their stories, tweeting their traumas, and plurking their pathos, all without ever hearing the phrase “electronic literature” or knowing that writers such as myself, and so many others, even exist. And if they do not know about our brand of elit, whose fault is that? For sure, the ELO, I ♥ E-Poetry, and other organizations and individuals have done much to bring our brand of elit to the public eye. Their good work continues, and they have our lasting thanks. We would be so much worse off without their help and hard work. But in the end, it has to be a group effort if we want electronic literature, as we know it, to survive us.

So here is my call to everyone involved in electronic literature: if you are not doing it already, get the word out. Write about and talk about and teach as many different types of elit as you can because the young writers-in-waiting, the ones who are aching to try something new, must have the full panoply of creative works to model from. They must not believe that elit is just randomly generated poems any more than elit is solely stories with traditional plots and characters. We have to share elit in all its iterations and all its platforms, even sharing pieces we do not like. If these students and others see that elit is wide open in terms of form, and has plenty of space for new practitioners… Maybe they, as the next generation of writers, can widen the circle of creative works and engage a larger audience.

NOTE TO SELF: PUT YOUR POETRY WHERE YOUR MOUTH IS! Make sure in your next literature class that you demonstrate a wide variety of electronic literature for your students (even the pieces you hate, because some of the students might love them), and give them opportunities to explore more. Encourage the ones with even the slightest interest in elit to come to you if they would like suggestions for further readings, or tips on how they can create and publish their own electronic literature. Make sure they know there is help out there and plenty of publishing, gallery, and festival opportunities.

IMPORTANT! FINAL NOTE TO SELF: Once a month, identify and reach out to at least one writer outside of the known elit community who is writing elit but may not call it by that name. Congratulate them on their work, introduce them to the ELO, and encourage them to get involved with our organization. Do this at least once every month, and more, if possible.

Interview with Andy Campbell

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co-edited by Maíra Borges Wiese

ELR: Andy Campbell, since 1999 you publish your works on your website Dreaming Methods. How did you get involved in the field of digital fiction?

Campbell: When I was in my teens I worked in a large warehouse on night shifts unloading deliveries of sand and cement. During the daytime, when I wasn’t asleep, I taught myself to program video games for the Commodore Amiga, until eventually I became accomplished enough to make money out of it. I also started writing fiction.

I bundled a few of my games with prologues or epilogues that could be read from the screen or printed. I made disk-based short story collections for distribution in the Public Domain. My games and ‘digital writing anthologies’ were reviewed around 60 times during the early-mid 90s in the international computing press, and often featured on magazine cover disks and CDs.

During 1998-2001 my writing became heavily audio/spoken word-based, and I did a lot of performance gigs at local (and not so local) cafes, arts centres and theatres. I also began to experiment more seriously with ‘electronic fiction’ or ‘digital fiction’ – and in 2000 registered the domain name Digital Fiction which is now Dreaming Methods.

ELR: The visual composition in your works is very impressive, for its complexity, originality and high quality. How important is aesthetics in your works?

Campbell: For me, very important. I spend a lot of time on the visuals – months. I get many of my ideas and inspiration from the life and work of my grandmother, who was a painter, and even these days I imagine her sitting with me and looking at my work and commenting on its appearance and colours. If she approves, in my mind, then I’m happy. If she thinks it sucks, I work on it more, until I get the reaction I think she’d have if she were here.

ELR: Many of your digital fictions have game features, like Inkubus and #PRISOM, especially for using navigation and immersion tools to make the story progress.  How do you consider the ludic aspect of works of digital literature in general?

Campbell: Because of my background in programming games on earlier home computers, I’ve always had a ‘video game style’ approach to this kind of work. Dreaming Methods is about extreme experimentation, risk-taking, pushing the written word into unusual/unexpected digital places. It’s also about creating glimpses or ‘portholes’ into atmospheric, often short-lived worlds, where text exists as an integrated part of the fabric. The technology that powers video games provides a fantastic platform for that kind of realisation. Game-style mechanics allow for reader/player exploration through common control systems. And, for me, game engines allow many layers of media to be mixed in ways that would be very tricky through browser-based technologies alone.

ELR: Some of your works, like The Dead Tower and #Carnivast, mix programming code language with verbal language in the composition of their textual parts. How to read them, or interpret their functionality (especially to readers that are not used to programming code language)?

Campbell: You are referring here to my work with Mez Breeze, which began in 2012 with The Dead Tower.

I’m fascinated by the idea of ‘digitally born’ narratives that carry little or no obvious ‘baggage’ from the ‘traditional’ writing world. Much of my non-collaborative work (including The Flat, Glimmer and Dim O’Gauble) was written spontaneously into software GUIs (Graphical User Interface) and edited/modified ‘live’ as the work evolved. Mezangelle appealed to me as an entire poetic language born out of digital, and, after being lucky enough to collaborate with Mez, is now a beautiful part of a series of increasingly rich and evolving narrative worlds.

Although Mezangelle can exist in print, I see it primarily as a kind of ‘liquid’ or ‘quantum’ language; challenging to uninitiated readers, of course, but also infused with meaning and ripe with dazzling aesthetic potential. Mezangelle can be experienced in as many ways as it can be interpreted, from studious unpacking to an almost mesmerising visual flow.

ELR: Many of your digital fictions have a kind of enclosed atmosphere, like Glimmer, Duel and The Flat, and sometimes provoke a mix of feelings of curiosity, fear and anxiety. Why is this atmosphere common in your works?

Campbell: For me, digital is a multi-layered medium which invites a curious but also fearful exploration, a drawing back of curtains behind curtains, lies inside truths inside lies. Stories don’t just start at point A and end at point B, they ripple and twist and duplicate and rewrite and mutate and bend in on themselves, much like human memories and experiences. That can be frightening, but also compelling and rewarding.

My work started out extremely enclosed and dark (Fractured, Facedown for instance) – far more than it is now. Some of it is rendered in black and white. Chaotic, scrambled, enigmatic, bordering on horror. When I look back, I feel like that was my direction ‘being born’. I was finding my way, shedding a sense of confusion and anxiety about the world around me as a young person no doubt, but also as an artist getting to grips with a complicated medium.

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