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#ELRPUB: Intervista con Fabrizio Venerandi

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Fabrizio Venerandi è cofondatore della casa editrice digitale Quintadicopertina di Genova. In questa intervista che da inizio alla serie #ELRPUB dedicata all’editoria digitale, Venerandi ci parla della produzione, del mercato e della storia dell’editoria digitale offrendoci anche delle riflessioni su temi come la lettura, l’estetica e l’archiviazione delle opere digitali in formato EPUB.

 

 

ELR: Fabrizio Venerandi, nel 2014 hai rilasciato un’intervista all’ELR in cui ci hai parlato delle “Polistorie” (2010). Nel 2017 hai creato un’altra opera altrettanto innovativa: le “Poesie elettroniche”. Di cosa si tratta?

Fabrizio Venerandi: “Poesie Elettroniche” è un ebook di poesie che ho scritto e programmato in formato EPUB3. L’idea che sta dietro a questo testo di letteratura elettronica è che la programmazione di codice dia vita a nuovi strumenti retorici che si affiancano a quelli tradizionali come la rima, l’endiade, la similitudine, l’alliterazione, etc. Questi nuovi strumenti retorici sono legati alla tecnologia e quindi alla scrittura di algoritmi che “fanno fare” cose ai versi che non sarebbe possibile fare ugualmente su un libro di carta.

“Poesie Elettroniche” è una prima formalizzazione di alcuni di questi nuovi strumenti. Ho scelto un numero molto limitato di interazioni lettore/testo e ho lavorato su quelle per mostrare le possibilità espressive di ognuna. Quello che mi interessava era soprattutto mostrare come questi nuovi strumenti retorici non fossero delle semplici wunderkammer fatte per stupire il lettore, ma che avessero una finalità espressiva ben precisa.

In questo caso la silloge raccoglie una serie di poesie scritte in un periodo molto negativo per la mia vita. Mi ritrovavo a scrivere cose che non avevo la forza di rileggere e che – sostanzialmente – non volevo che nessuno leggesse. Ma che dovevo comunque scrivere per estrarle e buttarle fuori di me, perché mi stavano intossicando. Il codice è stato un modo naturale per me per fare qualcosa di nuovo: potevo scrivere queste cose senza doverle leggere e senza doverle far leggere nella nudità della loro messa in versi. I versi infatti, nell’ebook, cambiano, si modificano nel tempo, si nascondono nelle ore di luce, si muovono per lo schermo, si generano solo se sollecitati, si cancellano ed evitano di mostrarsi nella loro interezza. Il codice è funzionale alla mia necessità espressiva.

La  seconda cosa importante per me è stata produrre questo ebook come oggetto destinato al commercio. Un prodotto editoriale di mercato, messo in vendita sui maggiori canali di distribuzione digitale, con un suo ISBN e con un suo prezzo. Volevo mostrare come la letteratura elettronica sia un modo naturale di leggere un testo, rintracciabile all’interno di uno store generalista, e distribuito nel maggior numero possibile di lettori. Eliminare l’idea che electronic literature significhi solo ed esclusivamente sperimentazione on-line, magari nata e destinata ad un circolo ristretto di accademici.

ELR: Come cambia il modo di leggere con un libro elettronico in formato EPUB?

Fabrizio Venerandi: Dipende dalla consapevolezza di chi ha creato il testo e di chi lo sta leggendo. Il novantanove per cento dei testi ebook in commercio non sono libri digitali, ma libri digitalizzati. Non offrono niente di diverso rispetto alla tradizionale lettura sequenziale di un libro di carta. Diverso il caso in cui il testo è pensato, programmato, progettato per essere letto in formato digitale. Già in ePub2 è possibile creare “polistorie”, afferenti a quella che viene chiamata hypertext fiction. Ma ancora di più in EPUB3 dove il testo può sfruttare codice vero e proprio.

ELR: Secondo te c’è una consapevolezza e una volontà forte, nel tuo ambito lavorativo, per lo sviluppo di nuove tecnologie che agevoleranno il passaggio dall’editoria a stampa all’editoria digitale?

Fabrizio Venerandi: No. C’è un freno a mano inserito da parte di diversi soggetti sia nazionali che transnazionali. Non si tratta di limiti tecnici, ma prettamente economici e di mercato. Gli editori non investono in testi nativi digitali perché è un prodotto che non potrebbero poi spendere su carta (mentre è vero il contrario); alcuni grandi soggetti come Amazon ed Apple depotenziano le possibilità della lettura digitale con un supporto povero o inesistente ai formati più avanzati come EPUB3, cercando invece di chiudere il lettore in ecosistemi proprietari; le specifiche per la letteratura elettronica sono primitive e incoerenti, avendo in mente un libro di carta “arricchito” da elementi digitali, invece che un testo nativo digitale; i DRM vincolano e dissuadono la creazione di killer application per la lettura. Sono tutti fattori, questi ed altri ancora, collegati l’un l’altro che hanno di fatto rallentato quello che – ingenuamente – nel 2010 pensavo sarebbe stato il progresso naturale della lettura digitale. Vedremo cosa succederà con DPUB.

ELR: Oltre a scrivere e pubblicare ebook tu insegni anche editoria digitale. A chi si rivolgono i corsi e come sono strutturati?

Fabrizio Venerandi: I nostri corsi sono segnalati nel sito Ebook Design School  Si rivolgono a chiunque abbia a che fare con la scrittura e l’editoria digitale: case editrici, liberi professionisti, scrittori, docenti. I corsi sono strutturati a moduli tematici: mercato, promozione, redazione digitale. La parte di progettazione e costruzione ebook è svolta in due laboratori che partono dalle basi della marcatura per arrivare ad un ebook completo.

ELR: Da una breve ricerca sul web sui libri elettronici risulta che la storia dell’editoria digitale inizi attorno all’anno 1993 quando due italiani, Franco Crugnola e sua moglie Isabella Rigamonti, hanno creato il primo libro elettronico e quando il poeta Zahur Klemath Zapata pubblica “L’Assassinio come una delle belle arti” di Thomas de Quincey in formato DBF (digital book format). Secondo te quando ha avuto inizio la storia dei libri digitali e quali sono alcuni dei momenti salienti della storia dell’editoria digitale?

Fabrizio Venerandi: Io sposterei le lancette indietro di una ventina di anni. Per quanto mi riguarda la letteratura elettronica è già tale con la nascita delle prime text adventure, quindi a metà degli anni settanta per la lingua inglese e il 1982 per l’Italia con Enrico Colombini. Noto una certa ritrosia nella critica accademica nel considerare queste opere come letteratura elettronica perché erano (almeno inizialmente) giochi, non erano opere editoriali in senso stretto, nel senso che non assomigliano in nessun modo ad un libro ed erano nei loro primi anni letterariamente molto scarne. Invece proprio il fatto che non assomigliassero a “qualcosa di editoriale o letterario” è il segno che erano software avanzatissimi nel proporre una fabula che non si leggeva come si legge un libro ma a cui ci si approccia con un intreccio intimamente digitale. Molti concetti e strutture dei text adventure sono ancora oggi molto più centrati su una nuova narrativa rispetto a tanti ebook “aumentati” che invece appaiono come una semplice espansione del libro di carta.

ELR: Per la preservazione delle opere digitali esistono varie strategie come la migrazione, la duplicazione, l’emulazione o l’utilizzo di metadati. Quali di queste strategie possono essere o vengono usate per gli ebook?

Fabrizio Venerandi: Utilizzo di formati aperti, rimozione dei DRM e copia. I formati chiusi sono un rischio per la preservazione e soprattutto per la fruizione continuata dei loro contenuti. Un conto è poi creare un ambiente virtualizzato nel quale far “girare” un determinato contenuto ormai obsoleto, un altro è pensare il contenuto digitale come qualcosa che non diventa affatto obsoleto ma viene sfruttato in maniera sempre diversa man mano che si evolvono le tecnologie per la lettura. Nel momento in cui scrivo le tecnologie più solide sono quelle del W3C.

ELR: In un tuo articolo pubblicato su Nazione Indiana hai descritto i “Formati per fare ebook”: EPUB2, EPUB3, MOBI e KF8. Eppure il formato che viene usato prevalentemente sembra essere ancora il pdf. Come si sono sviluppati il mercato dei libri elettronici statici in formato pdf e quello dei libri elettronici arricchiti con funzioni multimediali e interattivi in formato EPUB?

Fabrizio Venerandi: Il pdf non è un formato che nasce per fare ebook, ma per rendere trasportabile un impaginato finalizzato alla stampa. Negli anni si è sviluppato, ha assorbito numerose funzioni di accessibilità, ma continuo a pensare che i formati liquidi, legati a doppio filo con gli strumenti di lettura on line, abbiano maggiore possibilità di sviluppo nel medio-lungo termine. Già oggi la lettura di narrativa con schermi piccoli funziona notevolmente meglio in ePub o KF8 rispetto che pdf. Ma non si tratta per me di una guerra di religione: molti dei nostri ebook ipertestuali sono pubblicati anche in formato pdf. L’importante è che l’editore abbia in mano, a monte, uno workflow di sviluppo che veda il pdf come una delle possibili uscite del suo contenuto, non l’unica. Riguardo agli epub con funzioni interattive, come dicevo sopra, hanno avuto finora uno sviluppo marginale. Quando mostro le cose che Quintadicopertina ha sviluppato in questi sette anni, da Locusta Temporis a Poesie Elettroniche, vedo ancora stupore e interesse per queste cose, segno che qualcosa non ha funzionato. Lo sdoganamento del prodotto letterario nativo digitale ancora non c’è stato.

ELR: Quale di questi formati (Fixed layout e Reflowable layout) viene utilizzato per i libri digitali di Quintadicopertina e per quali ragioni?

Fabrizio Venerandi: Ad oggi abbiamo sempre utilizzato il formato reflowable. In un mercato così piccolo, vincolarsi ad una sola dimensione di lettura è un rischio. Ma – di nuovo – non è una guerra di religione. Ci possono essere progetti e collane tablet-oriented, in cui anche il fixed potrebbe avere senso.

ELR: Secondo te quali sono i fattori estetici più importanti per l’impaginazione di un ebook?​

Fabrizio Venerandi: Va ripensata l’estetica della pagina, perché non abbiamo una pagina, ma contemporaneamente abbiamo contenuti inseriti in uno “spazio pagina” che può ibridarsi a seconda di chi sta leggendo quel testo e di come lo sta facendo. Nei testi più sofisticati possiamo avere contenuti che cambiano adattandosi alle scelte di chi legge, quindi cose che possono apparire o meno all’interno della pagina stessa. Certi elementi che oggi non possiamo utilizzare, come le note a pié di pagina, vanno completamente ripensati. Anche gli elementi grafici inseriti nel testo assumono una grandissima importanza, perché diventano ancore di memorizzazione dei contenuti, essendo sparita la “visione foglio”, soprattutto se questi elementi non sono più accessori del testo, ma integrati e interagenti con i contenuti stessi. È un tipo di progettazione che è diversa sia da quella della pagina web, sia da quella del libro, pur avendo elementi comuni con entrambe. Non parlerei nemmeno di ‘impaginazione’, quanto di ‘istruzione’ . Non impagino dei contenuti ma gli insegno cosa sono e come devono comportarsi quando si relazionano con i loro vicini.

ELR: Quanto è importante conoscere le lingue di programmazione per creare degli ebook in formato EPUB? Che consigli daresti a coloro che vogliono iniziare a imparare a programmare?

Fabrizio Venerandi: Nel medio termine io credo che sia un punto di non ritorno. Se stai costruendo contenuti digitali, ovvero testi, suoni, animazioni e immagini marcate, codificate, programmate, ‘istruite’, conoscere la marcatura, i CSS, la programmazione e quello che c’è sotto al cofano ti permette di avere in mano tutto il sistema di produzione. Detto molto banalmente: ci sono cose che semplicemente non ti verrebbe in mente di fare se non conoscessi il codice con cui si possono fare. Idee che non emergerebbero nella tua testa. E anche il contrario: eviteresti di disperdere risorse in progetti digitali abnormi fatti controcorrente che non hanno senso.  Per quanto riguarda quali linguaggi di programmazione imparare: credo che in questo momento sia utile sapere cosa sia XML e HTML5, la gestione degli stili con i CSS, i linguaggi di programmazione per interrogare dati come XQuery, i tool pratici come le RegEx e ovviamente Javascript.

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Interview with Christine Wilks

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ELR: Christine Wilks as you can read on your website crissxross.net you published your first works of electronic literature in 2004 “Sitting Pretty” and “Social Dis-Ease”. What was your motivation to start creating works for the web and where did your inspiration come from?

Christine Wilks: I started out as a visual artist but I couldn’t bear turning my back on storytelling so I quickly moved into filmmaking (and animation). It was difficult to make indie films in the UK, there was so little funding, and, although I tried, I didn’t feel at home in the TV world. What I really wanted was a multimedia creative practice but it seemed like you had to specialise. Then, when I came across the internet, the world-wide web – wow! Here was a medium that encompassed all other media and there were few, if any, barriers for a hard-up independent multimedia-maker to create and distribute their work – no gatekeepers, nothing stopping me – theoretically.

At first I hadn’t a clue how to create anything for the web, but I came across the trAce Online Writing Centre, set up by Sue Thomas, and lurked around that creative community for a while. Then I took part in their pilot online course, ‘Digital Writing: an Introduction’, led by Tim Wright, and I was absolutely blown away by it. At last, I had found my element! Not only could I work with multimedia but interactivity too. I loved that! I made my first work, ‘Sitting Pretty’, during that course. It was a tongue-in-cheek reflection on my condition at the time, flouting ergonomic advice, forever hunched over my desktop computer, my portal to another world. Way back in my pre-internet days, I got a grant to make a short science-fiction film called ‘Zombie UB40’ in which I depicted aliens whose form had evolved to be perpetually hunched over computers. Oddly prescient, now I think about it. Actually, it’s just occurred to me that the film bore some aesthetic similarities with my animated multimedia poem, ‘Out of Touch’. There’s a network of invisible threads connecting the works I’ve made but I’ll avoid getting tangled up in that for now.

ELR: From 2007-2013 you were as a core member of the collective R3M1XW0RX (Remixworks, 2006-2014), which was conceived as a collaborative space for remixing visual poetry, e-poetry, playable media, animation, art, music, spoken word, texts and more. What were the main challenges in the creation of a network and why did it stop in 2014?

Christine Wilks: Actually, R3MIXW0RX is still active here – remixworx.com – although not in the same way. But I’ll come back to that.

R3MIXW0RX was started by Randy Adams (runran) after the trAce Online Writing Centre closed down. He missed the collaborative creative environment of trAce, as did other people, such as Chris Joseph (babel) and myself (crissxross), who also joined the group. For the first year or two Remixworx was a stunningly productive, fertile environment – new works being created, remixed and posted online every week, almost every day at some points – it was fantastic! A great place to learn and develop. For instance, I learnt to love the random and to really appreciate Dada through collaborating in R3MIXW0RX. I talk about it more fully in my crissxross trail through Remixworx. However, with busy lives to lead and other creative projects to work on, that level of almost feverish productivity couldn’t persist. The initial whirlwind of creativity gradually calmed and new works blew in on the breeze or in occasional gusts. It might have carried on in this manner for some time if Randy hadn’t died (too young, from cancer) in 2014. It took the wind out of our sails. Randy and I collaborated on our last piece for R3MIXW0RX, ‘A Revolution of Words’, while he was undergoing chemotherapy.

Chris, however, is still doing wonderful stuff for R3MIXW0RX . He now maintains and hosts the site. His new remixes are created in HTML5 and JavaScript, whereas, in the past, both he and I worked almost exclusively in Flash. I’d love to start remixing again but until I finish the major interactive digital fiction I’m creating for my practice-based PhD, I haven’t got time. The great thing now is that, with platforms like Codepen.io, the ability to remix using HTML, CSS and JavaScript has become even more accessible. Currently, I’m using my Codepen for tests and research, but I’m really looking forward to having the time to use it for pure creative remixing fun!

ELR: In your works you use a wide range of different media like sound, ambient music, visuals and videos. How important are these audio-visual effects in your works and how does multimedia content effect the reading process of a work literature?

Christine Wilks: Marie-Laure Ryan says, “The ultimate goal of art is to involve the whole of the embodied mind, the intellect as well as the senses” (Ryan 2014). She argues that language most readily engages the intellect, whereas sound and imagery appeal to the senses, so combining them is a way of striving towards that goal, and that’s what I aspire to.

Multimedia content is vital to my work, and I’ve experimented with different forms, but what I’m most interested in is how the multimodal elements operate within the user interface to create an engaging interactive experience. I always think in terms of reading imagery as much as text, indeed, reading the whole interface, including audio – everything is part of the reading process. For my current interactive digital work, I’m aiming for something akin to the experience of having a conversation. In human-to-human interaction, you communicate through language whilst simultaneously reading the signs – facial expressions, body language, what’s happening in the environment, etc. – the context and the subtext, all of which affect the choices you make.

Film and TV are also plurimedial art forms and you ‘read’ those media too but not in the same way. Interaction demands a more attentive reading of the user interface (that is, until you become familiar with it). In a game or interactive narrative, it’s often the case that the player must read the interface rigorously in order to work out how to interact and how to progress. It’s part of the pleasure. This kind of vigilant or scrupulous reading is not a requirement of moving through the narrative of screen drama. Although, in some viewing situations, you can choose to close read film and TV – you can pause a video, study still frames, re-run a scene over and over – screen drama is not usually designed for viewing like that. All the same, with interactive works, it would be too much to ask the reader-player to constantly pay equal attention to every modality within a given work. Some modalities should, by design, affect the reader-player more subliminally (e.g. ambient sound or motion, colour schemes) depending on what effect the author/s want/s to achieve.

ELR: Your works Inkubus (2014), Underbelly (2010), A Revolution of Words (2013) and Rememori (2011) are game-like works in which the reader becomes a player, as you explain in the description, and thus is invited to play a poem or play on words. What strategy lies behind the use of ludic elements in your works and what is, in your opinion, the difference between a work of electronic literature and a videogame?

Christine Wilks: My strategy? Well, it just seemed to me that as soon as I started ‘playing’ with interactive elements – creating interactive works – ludic elements arose, as if naturally, without me consciously trying to include them. In other words, while creating a work, I would become aware that the feature I was developing or thinking about was game-like in some way, so I went with it. Why resist the affordances of the medium? I’m of a generation that didn’t grow up with videogames, so I don’t tend to think in terms of videogame mechanics, but interactivity feels playful to me, and playful interactivity tends towards the ludic. At least, that’s been my experience. When my narrative works include gameplay, I try to meld the two together somehow. I’d rather avoid chunks of narrative interspersed with gameplay or vice versa. However, it all depends on the central idea behind the work. It’s entirely possible that an idea might be best expressed with gameplay and cut-scenes, for example. Never say never…

What’s the difference between a work of electronic literature and a videogame? I’m not a theorist so it’s not something I think about very much – apart from when I struggle to explain or describe what I do or create to someone whose unfamiliar with it. As a maker of works, the distinction is mainly useful in so far as it helps to inform a potential audience – to make the thing being offered understandable in broad terms and therefore potentially attractive to them. One difference is that a videogame has to have some form of gameplay but a work of e-lit need not have. ‘Videogame’ is a more commercial descriptor and is likely to attract more people, but may also repel others – and there’s possibly a sizeable audience among them for e-lit. However, outside academia, I doubt if many people have heard of ‘electronic literature’. Both categories are so broad, we need more focused terms, more genres to emerge.

ELR: In your critical writing “Interactive Narrative and the Art of Steering Through Possible Worlds” (2016) you discuss the disparity between men and women in the field of game development through your latest work “Stitched Up” (in progress). Would you say that there is a similar issue of gender discrimination also in the field of electronic literature?

Christine Wilks: I haven’t specifically studied the issue of gender discrimination in the field of electronic literature and I haven’t experienced any personally. Certainly, there are a lot of great women creative practitioners, researchers and theorists in the field and there seems to be a pretty fair gender balance amongst the artists, writers and editors represented in the various anthologies of electronic literature produced by the E-Lit community. Also, I’m really thrilled to be part of a forthcoming book, #WomenTechLit, a volume of essays by pioneering female creative practitioners, critics, historians and scholars, edited by María Mencía (West Virginia University Press). Look out for it!

Reference: Ryan, M.-L., 2014. Narration in Various Media | the living handbook of narratology. the living handbook of narratology. Available at: http://www.lhn.uni-hamburg.de/article/narration-various-media [Accessed December 2, 2016].

 

 

Written by ELR

January 20, 2017 at 9:00 am

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