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#ELRPUB: Intervista con Francesco Leonetti

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La serie #ELRPUB si conclude con una simpatica intervista con Francesco Leonetti, esperto di editoria digitale scolastica. Gli argomenti trattati in questa serie, vertono in  questa intervista per l’appunto sulle esigenze e sulle dinamiche del mondo della scuola. Come cambia il modo di insegnare con gli ebook? Come cambia il modo di imparare con gli effetti audio-visivi e le funzioni interattive? Quali sono gli ostacoli per lo sviluppo delle’editoria digitale nella scuola? Sono questi alcuni punti dell’intervista alle quali Leonetti è riuscito a rispondere in modo puntuale e dettagliato avvalendosi di una lunga esperienza professionale in questo ambito (senza dover scopiazzare dai suoi colleghi).

 

ELR: Francesco Leonetti, da circa 25 anni lavori nell’ambito dell’e-learning. Come è nato l’interesse per l’utilizzo delle tecnologie multimediali e interattive nella didattica?

Francesco Leonetti: Del tutto fortuitamente, prima ancora di laurearmi in Scienze dell’Informazione all’Università di Bari, un Istituto Tecnico Commerciale per Ragionieri Programmatori privato, gestito dalle Suore del Sacro Cuore, mi chiese se fossi interessato a collaborare come assistente tecnico di laboratorio informatico e a tenere anche alcune docenze di informatica. Accettai, più che altro perché mi servivano soldi per completare gli studi. Non mi dissero, però, che le classi erano formate da studenti non udenti. Era infatti una scuola specializzata per sordi.

All’inizio rimasi del tutto disorientato e spiazzato. Spiegai che non avevo assolutamente idea di come si potesse comunicare o addirittura insegnare a persone con questo tipo di disabilità. Mi rassicurarono dicendo: “troverai il tuo modo”.

Fu un’esperienza assolutamente illuminante. Innanzitutto imparai dai ragazzi la Lingua dei Segni, che furono ovviamente felicissimi di insegnarmela in cambio delle mie lezioni sugli algoritmi di ordinamento o su come si accendeva il computer, e realizzai che la nozione di “disabilità” è del tutto relativa. Le difficoltà di apprendimento osservate sui non udenti non erano dovute a loro presunti intrinseci limiti cognitivi, ma al metodo inadeguato di insegnamento e nella progettazione dei contenuti di studio, tipicamente i libri di testo cartacei.

Le tecnologie multimediali ed interattive potevano essere utili a riguardo. Mi misi a studiare pedagogia, teorie dell’apprendimento, tecniche di metacognizione con mappe concettuali, eccetera e dedicai a questo tema la tesi di laurea: “Ipertesti, Multimedia e Interattività per la didattica agli audiolesi”. Sviluppai anche un prototipo, parliamo del 1991, scritto con Hypercard su Macintosh SE, che mostrava contenuti testuali accompagnati da traduzione in lingua dei segni (ripresi con una telecamera i ragazzi che si prestarono ad aiutarmi), e da mappe concettuale interattive e così via.

Il Laboratorio di Tecnologie dell’Educazione dell’Università di Firenze si interessò al mio lavoro e mi chiamò a collaborare, come anche il Laboratorio di Pedagogia Sperimentale dell’Università di Bari. Da allora sono rimasto nell’ambito dell’elearning e della didattica digitale. Ho trovato il mio modo.

ELR: Insieme ad altri esperti che formano il gruppo Espertoweb hai creato il progetto Epubeditor. Quali servizi offrite?

Francesco Leonetti: ePubEditor, a dispetto del nome, è più di un editor di ebook in formato EPUB.

È nato per offrire uno strumento agli autori di ebook che non manipolasse psicologicamente l’autore stesso, facendogli pensare all’ebook solo in termini cartacei nonostante lo stesse scrivendo in digitale.

Se ci fate caso, infatti, aprendo Word, oppure Google Documenti o LibreOffice, InDesign, un qualunque strumento di videoscrittura, questi esordisce presentandovi un foglio A4. Vi sta dicendo: “pensa a qualcosa che funzioni per la carta”.

Un ebook, invece, deve funzionare sullo schermo di un dispositivo digitale, persino connesso ad internet. Non va bene presentare all’autore di un ebook un foglio A4, quanto un qualcosa che somigli più ad un contenuto per il web, non per la stampa.

Dunque, con ePubEditor è possibile, in modo molto semplice ed intuitivo, creare contenuti espositivi che combinano testi, immagini, video, suoni, con contenuti interattivi, tipicamente quiz di varie tipologie, rendendolo particolarmente vocato all’ambito scolastico e formativo. Si possono realizzare pagina con media overlay, in cui cioè come in un karaoke, il testo viene evidenziato in sincrono con l’esecuzione di un brano audio, si possono marcare semanticamente le parti di testo in modo da attivare un “motore di ricerca semantico” sui contenuti dell’ebook, in grado cioè di eseguire interrogazioni del tipo: “fammi vedere tutti i personaggi storici citati in questo ebook che sono vissuti in tale periodo, oppure nel contesto di un tale evento, oppure in un particolare luogo geografico”.

Il lavoro finito può essere distribuito in forma di EPUB, oppure in SCORM, nel caso lo si voglia importare in una piattaforma di elearning, come Moodle per esempio, e tracciarne la fruizione da parte degli utenti.

ELR: A quali progetti state lavorando attualmente o quali vorrete realizzare in futuro?

Francesco Leonetti: Vorrei costruire attorno ad ePubEditor un ambiente più esteso e ricco, di cui ePubEditor sarà uno dei componenti. Uno spazio di apprendimento e insegnamento che consenta a docenti e studenti di realizzare esperienze digitali efficaci e significative.

Il progetto è in corso, e credo che potrà vedere la luce entro la fine del 2018.

ELR: Da una breve ricerca sul web sui libri elettronici risulta che la storia dell’editoria digitale inizi attorno all’anno 1993 quando due italiani, Franco Crugnola e sua moglie Isabella Rigamonti, hanno creato il primo libro elettronico e quando il poeta Zahur Klemath Zapata pubblica “L’Assassinio come una delle belle arti” di Thomas de Quincey in formato DBF (digital book format). Secondo te quando ha avuto inizio la storia dei libri digitali e quali sono alcuni dei momenti salienti della storia dell’editoria digitale?

Francesco Leonetti: Nel 2001 andai alla Buchmesse di Francoforte, l’equivalente della Fiera del Libro di Torino, ma molto, direi molto più in grande. Il tormentone di quell’anno era, appunto, l’ebook ed ero curioso di rendermi conto di come si presentassero. I dispositivi, però, erano ingombranti e pesanti, l’editoria cartacea poteva ancora stare tranquilla.

Il punto di svolta è stata l’uscita dell’Amazon Kindle, nel 2009 e poi dell’Apple iPad nel 2010.

Il Kindle ha dimostrato che un libro di carta, così com’è, si può leggere anche in digitale. L’iPad ha dimostrato che un libro di carta si può leggere anche in digitale, così com’è, oppure meglio, arricchito e ampliato, grazie alla multimedialità, interattività e alla connettività.

Eppure, ancora oggi, sono pochi i libri che sfruttano davvero lo status digitale. Sono ancora per la maggior parte pensati e progettati in primis per la carta e poi da questi fatta una “riduzione” e un adattamento in digitale. Peccato.

Lasciami essere drastico: oggi non conosciamo ancora davvero i libri digitali, ma solo libri di carta, portati in digitale. In futuro, vedremo. Ma è necessario un cambio radicale nella testa degli autori, soprattutto, e degli editori.

ELR: Nel 1997 il Project Gutenberg, iniziato nel 1971, raggiunge il numero 1000 di libri pubblicati con l’ebook #1000 “La divina commedia” di Dante Alighieri. Come si è sviluppato il mercato e la modalità di vendita e di diffusione dei libri elettronici in questi 20 anni?

Francesco Leonetti: Mi dispiace, non ho dati attendibili a riguardo. Magari facendo una rapida ricerca su Google qualcosa è possibile ricavarla. Ma comunque, non avendo a disposizione i dati di Amazon, che loro custodiscono gelosamente e non rendono pubblici, ogni statistica è oggettivamente monca del dato più importante e incisivo.

ELR: Come si è sviluppato il mercato dei libri elettronici nell’editoria scolastica?

Francesco Leonetti: Pigramente e forzatamente. Nessun editore scolastico avrebbe davvero preso in considerazione l’idea di migrare completamente la propria produzione editoriale in digitale se non fosse stata costretta da precise leggi. Nel 2008 fu il Ministro dell’Economia Tremonti a persuadere il Ministro dell’Istruzione Gelmini a prevedere un obbligo esplicito per gli editori nel fornire alle famiglie l’opzione ebook, meramente per questioni di risparmio, non certo perché si aveva in mente un’idea di ebook distinto nella progettazione e funzione dal libro cartaceo. Prima di allora il digitale era considerato un gadget, spesso rappresentato da un CD incollato sulla quarta di copertina del libro cartaceo e quasi sistematicamente ignorato da docenti e studenti, anche perché se si provava ad usarlo venivano fuori vari problemi di funzionamento, di compatibilità con sistemi operativi diversi, e così via, tanto da scoraggiarne l’uso se non da parte di tenaci e motivati utenti.

È stato però il decreto ministeriale n. 781 del 27 settembre 2013, a firma dell’allora Ministro dell’Istruzione Carrozza, a definire meglio la nozione di libro digitale a cui gli editori avrebbero dovuto poi attenersi. In realtà furono annunciate anche delle Linee Guida per la produzione di Libri Digitali, a tutt’oggi ancora non pervenute. Dunque, mediamente, gli editori fanno un po’ quello che gli pare, ciascuno con la propria piattaforma editoriale a cui far accedere studenti e docenti, con le proprie funzioni e contenuti, spesso incompatibili con reciproche piattaforme e contenuti editoriali, traducendo il tutto in un’esperienza frustrante per gli utenti finali.

Nel novembre 2013 fui invitato dal Ministro Carrozza a tenere un intervento, insieme a numerosi altri relatori rappresentanti dei vari mondi, universitario, editoriale, scolastico, nell’ambito di un convegno presso la Scuola Normale Superiore di Pisa con il quale cercai di contribuire alla definizione dei criteri per la stesura delle Linee Guida, proponendo l’adozione di standard internazionali per la metadatazione, rappresentazione e interoperabilità dei contenuti editoriali sulle diverse piattaforme, scongiurando l’idea di una “piattaforma unica”. Al momento, come dicevo, nulla di fatto. Ogni Governo e Ministro succeduto ha ribadito a parole l’importanza strategica del digitale senza in realtà fornire strumenti efficaci per il loro uso condiviso e significativo.

ELR: Come viene accolta la nuova tecnologia dagli insegnanti e dagli studenti? Come viene vissuto il passaggio dalla stampa al digitale nell’editoria scolastica?

Generalmente gli insegnanti non accolgono favorevolmente le nuove tecnologie. Beninteso, nell’uso didattico. Altrove gli insegnanti, come chiunque, usa abbondantemente tecnologie digitali, ma non in classe. Se lo fa, lo fa anche qui un po’ forzatamente e senza molto convinzione, a parte ovviamente la minoranza di docenti particolarmente illuminati, ma decisamente minoranza rispetto ai quasi 800 mila insegnanti di ruolo. Il motivo è presto spiegato: il modo di fare lezione non richiede l’uso di tecnologie. È perfettamente inutile, infatti, usare tablet, smartphone, LIM, eccetera se la lezione e le attività didattiche che si vogliono far svolgere agli studenti sono basate di fatto sulle procedure abilitate dagli strumenti tradizionali quali lavagna di ardesia, quaderni, penne, libri di carta.

Non ha senso dire, ad esempio: “aprite il tablet a pagina 23”, come purtroppo molti ebook di fatto costringono a fare per come sono costruiti, replicando cioè pari-pari il libro di carta sullo schermo. Anzi, il libro digitale non dovrebbe neanche essere considerato un “concorrente” del libro cartaceo, ma piuttosto un alleato con cui integrare il contenuto e l’attività didattica abilitando cose che la carta non consente.

Sul banco di uno studente, insomma, ci deve essere libro di carta, semplificato e limitato a rappresentare le cose che solo la carta sa fare bene, e un dispositivo digitale, con contenuti e funzioni che solo il digitale consente di esprimere.

Invece, oggi, si assiste ancora alla patetica diatriba: digitale sì, digitale no, la carta fa bene, lo schermo fa male, e così via.

Non si è capito che usare il digitale implica cambiare modo di fare scuola. Cambiare modo di fare scuola è cosa molto più complessa e articolata rispetto al montare una LIM. Da qui, credo, deriva il fallimento di fatto di tutte le iniziative che hanno tentato di introdurre il digitale a scuola, dal Piano di Introduzione delle Tecnologie Didattiche della metà degli anni ‘90 fino al Piano Nazionale Scuola Digitale del 2015.

ELR: Come cambia il modo di imparare con un testo arricchito da effetti audio-visuali?

Non si tratta solo di effetti audio-visuali. Il digitale abilita esperienze d’uso del tutto inedite. Ad esempio, permette di geolocalizzare luoghi ed eventi citati, permette di agire sui contenuti in modo interattivo, studiando ad esempio fenomeni fisici, eventi storici (come ha fatto Annibale a sconfiggere i Romani? E se i soldati fossero stati disposti diversamente come sarebbe andata la battaglia?), permette di rappresentare formalmente tramite tag semantici il significato dei contenuti e farci con essi elaborazioni e manipolazioni interattive e così via.

Lo stato digitale del contenuto, quando progettato espressamente per il digitale, consente di realizzare esperienze didattiche che oltre alla rappresentazione della conoscenza (cosa alla quale in genere si ferma il libro di carta) fornisce anche l’opportunità di costruire su di essa competenza. Lo studente, insomma, non ha solo un libro davanti a sé, ma un laboratorio con cui imparare e anche sperimentare e applicare quanto appreso.

ELR: In un video del 2017 hai fornito delle spiegazioni sulle caratteristiche di un ebook. Quali sono invece secondo te i criteri estetici fondamentali per l’impaginazione di un ebook?

Francesco Leonetti: Personalmente detesto gli ebook a layout fisso. Ma non solo per fisima estetica, ma anche e soprattutto funzionale. Mi rendo conto che un ebook a layout fisso, per l’autore, è più fico. Consente di definire aspetto grafico e visivo ottimale per dare all’utente un’esperienza anche gradevole e piacevole nello studio. Però pone un grave ostacolo all’accessibilità e alla fruibilità del contenuto da diversi schermi e dispositivi.

D’altra parte, la pagina di un ebook non è una vera pagina. Continuiamo ad usare la parola “pagina” ma è solo metafora di quella cartacea.

La pagina di un ebook può scorrere all’infinito, può mostrare contenuti a vari livelli, ad esempio tramite clic posso aprire box di approfondimento e poi farli sparire quando non mi servono più, eccetera. Sono funzionalità che un designer dovrebbe conoscere e sfruttare per progettare l’ebook e la sua esperienza d’uso. È del tutto privo di senso, insomma, applicare all’ebook gli stessi criteri e limiti di progettazione che si adottano sulla carta, perché la carta ha limiti e funzionalità diversi dai dispositivi digitali.

La sfida dell’ebook designer, dunque, deve essere conciliare efficacia estetica con quella funzionale. Non facile, certo, non invidio affatto il designer in questo compito, ma è quello che andrebbe fatto. Se non ci si dovesse riuscire, personalmente preferisco che si rinunci all’aspetto grafico preferendo di fornire almeno un’esperienza d’uso funzionale efficace e indipendente da dispositivi e sistemi operativi. Troppo facile fare ebook a layout fisso solo per iPad, per esempio, e sarebbero anche troppo simili ai libri di carta. Dunque, in quel caso, meglio la carta, no?

ELR: Quanto è importante conoscere le lingue di programmazione per creare degli e-book? Che consigli darebbe a coloro che vogliono iniziare a imparare a programmare?

Non è importante, però aiuta. Specie se si vuole andare oltre l’ebook realizzabile con gli strumenti autore generalisti, quali Adobe inDesign, per esempio, o i vari software di videoscrittura. Se si vogliono esplorare le potenzialità interattive, oltre a quelle multimediali, un poco di codice bisogna saperlo mettere insieme.

I linguaggi dell’EPUB sono, essenzialmente: HTML, CSS, Javascript, XML. Guarda caso sono gli stessi linguaggi con cui vengono sviluppati i siti web. Guarda caso, di nuovo, il consorzio EPUB si è unito al consorzio W3C (quello che definisce gli standard dei linguaggi del web) nel formare il Publishing@W3C con l’obiettivo di definire gli standard evolutivi di EPUB unificandosi, una volta per tutte, a quelli del web. Perché, tutto sommato, cosa è un ebook, un vero ebook, se non un oggetto del quale sono più evidenti le webitudini rispetto alle libritudini? (Ok, parole che non esistono, ho chiesto alla Crusca se me le accettano ma ancora non mi hanno risposto, comunque hai capito cosa intendo).

Dunque, per chi volesse acquisire le competenze di programmazione nei codici degli ebook posso suggerire lo stesso percorso di chi sviluppa siti web, partendo intanto dall’ aprire ebook semplici e vedere come sono fatti, quindi provare a modificarli, estenderli, arricchirli e poi approfondire man mano tecniche e sintassi, restando sempre con antenne ben sintonizzate e aperti ad ogni cambiamento. Chi fa questo mestiere è costretto a non smettere mai di imparare. Per questo, soprattutto, mi piace.

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#ELRPUB: Intervista con Gino Roncaglia

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La ELR è molto lieta di annoverare questa intervista con Gino Roncaglia tra le interviste della serie #ELRPUB. I lettori della ELR lo hanno conosciuto attraverso la serie #ELRFEAT nella quale appoiono l’intervista con George Landow e l’intervista con David Kolb. Le constatazioni di Roncaglia si basano su una lunga esperienza in ambito accademico, ma anche come collaboratore e cofondatore di importanti progetti com Liber Liber e Progetto Manuzio. Le sue osservazioni sulla storia, sul mercato e sull’utilizzo dei nuovi media in ambito scolastico arricchiscono la serie #ELRPUB con validi argomenti e nuove idee.

 

ELR: Gino Roncaglia da quasi 20 anni lavori come docente universitario presso l’Università della Tuscia nell’ambito dell’editoria digitale dell’e-learning. Come è nato l’interesse per l’utilizzo della tecnologia informatica nell’editoria e nella didattica?

Gino Roncaglia: L’interesse per l’informatica è nato durante gli studi universitari. Mi sono laureato in filosofia, con una tesi legata a temi di storia della logica; professore di logica alla Sapienza – e poi correlatore della mia tesi – era Carlo Cellucci, un docente bravissimo, all’epoca molto interessato alla programmazione logica. Per i suoi corsi ho cominciato a studiare alcuni linguaggi di programmazione (LISP, PROLOG, C…) e a usare i primi computer (all’università c’era un PET CBM, mentre personalmente ho avuto prima un Sinclair ZX 81, poi un Commodore 64 e un Amiga 1000). Indirizzare l’interesse per l’informatica verso i campi dell’editoria e della didattica è stato poi abbastanza naturale, dato che di libri ed editoria mi sono sempre occupato, anche per imprinting familiare. A casa abbiamo sempre letto tutti moltissimo, e la stessa passione per l’insegnamento è un tratto di famiglia: sia mio padre sia mio fratello erano professori universitari, mentre mia madre insegnava italiano e storia nelle superiori.

ELR: Nel 1993 hai fondato insieme a Marco Calvo, Paolo Barberi, Fabio Ciotti e Marco Zela l’associazione culturale Liber Liber dedita alla condivisione e alla diffusione del sapere on-line. Come si è sviluppato il Progetto Manuzio che prende il nome dal noto tipografo veneziano Aldo Manuzio?

Gino Roncaglia: Il progetto è nato nel 1993 su MC-Link, che all’epoca era un BBS (Bulletin Board System) soprattutto romano, da uno scambio di mail fra Pieralfonso Longo e Marco Calvo sul progetto Gutenberg, il precursore diretto del progetto Manuzio, avviato già una ventina di anni prima da Michael Hart negli Stati Uniti. All’inizio degli anni ’90 Fabio Ciotti stava lavorando con Giuseppe Gigliozzi, uno dei pionieri dell’informatica umanistica italiana, scomparso purtroppo prematuramente, a una tesi di laurea legata a progetti di digitalizzazione di alcuni testi letterari; si è trattato dei primi testi messi a disposizione del progetto. Il mio contributo è stato inizialmente limitato a un suggerimento per far conoscere e finanziare l’iniziativa: tenere presso una sede ARCI dei corsi sull’uso di Internet, che esisteva da tempo ma di cui in Italia si cominciava appena a parlare. I corsi sono stati un successo, e dalle dispense di quei corsi è nata la prima edizione di un manuale – Internet ’96 – che la Laterza (assumendosi qualche rischio: all’epoca l’argomento era strettamente per addetti ai lavori…) accettò di pubblicare. Quel manuale ha poi conosciuto sei diverse edizioni e svariate ristampe, vendendo complessivamente circa settantacinquemila copie. L’idea dei corsi fu discussa in una birreria di San Lorenzo, se non sbaglio eravamo appunto Marco Calvo, Paolo Barberi, Fabio Ciotti, Marco Zela ed io, nella stessa occasione in cui decidemmo di dar vita all’associazione Liber Liber.

Personalmente, pensavo che il Progetto Manuzio potesse essere utile soprattutto per far capire le potenzialità del digitale; immaginavo però che sarebbe stato presto affiancato e progressivamente sostituito da progetti di digitalizzazione più ampi gestiti da università, biblioteche e centri di ricerca. Non avrei mai pensato che potesse sopravvivere venticinque anni. Il fatto che il progetto Manuzio sia ancora attivo e largamente utilizzato rappresenta un risultato davvero notevole: merito di Marco Calvo, che ha continuato a seguirlo; ma anche testimonianza di un persistente ritardo del paese rispetto alla digitalizzazione dei testi del nostro patrimonio culturale.

ELR: Quest’anno ha i pubblicato un libro intitolato “L’età della frammentazione. Cultura del libro e scuola digitale“. Di cosa si tratta?

Gino Roncaglia: Il libro discute il rapporto fra digitale, scuola e cultura del libro. Vorrebbe essere un libro in qualche misura politico e ‘militante’, perché propone delle strategie legate a quello che a me sembra oggi un bisogno formativo fondamentale: aiutare le nuove generazioni a sviluppare competenze nell’uso degli strumenti e dell’informazione digitale che non vadano solo in direzione della frammentazione, della granularizzazione, dello spacchettamento dei contenuti, ma affrontino anche il problema della loro ricomposizione in forme complesse e articolate. Le competenze legate alla gestione della complessità sono oggi spesso sacrificate in nome di quello che a me sembra un mito infondato: l’idea che il digitale sia nativamente, essenzialmente, necessariamente frammentato. Non è così: in digitale è possibile (ed è anzi necessario) realizzare anche contenuti strutturati e complessi, e le competenze legate alla gestione della complessità sono e saranno sempre più importanti nel nuovo ecosistema informativo. Alla luce di questa tesi di fondo, provo a discutere temi come l’evoluzione del web, la costruzione di nuovi ambienti di apprendimento capaci di integrare risorse e contenuti tradizionali e digitali, le metodologie per l’uso del digitale nella didattica, la funzione e il futuro dei libri di testo, il nuovo ruolo delle biblioteche scolastiche e l’idea di ‘lettura aumentata’.

ELR: Come hai vissuto personalmente il passaggio dall’editoria cartacea all’editoria digitale?

Gino Roncaglia: Ho sempre avuto moltissima curiosità per l’idea di lettura digitale, e ho cominciato molto presto a scrivere in digitale (ho sostituito la macchina da scrivere già con il Commodore 64, usando uno dei primi programmi di videoscrittura: l’ormai dimenticato PaperClip). L’idea che dispositivi digitali potessero essere usati anche per leggere era abbastanza naturale, anche se all’inizio, in assenza di dispositivi digitali delle dimensioni di un libro, la lettura in digitale era identificata con la lettura al computer. Lettura ‘lean forward’, protesa in avanti, adatta forse alle situazioni di lettura attiva e accompagnata dalla scrittura ma molto scomoda, ad esempio, per la lettura di un romanzo, che in genere avviene in modalità ‘lean back’, rilassati all’indietro. I dispositivi di lettura portatili hanno capovolto la situazione: ho provato già quelli di prima generazione, come il Rocketbook, il Gemstar, il Cybook, i REB 1100 e 1200. Gli schermi erano però ancora assai scadenti, le batterie duravano poco, i meccanismi di protezione erano un incubo (in parte, continuano ad esserlo) e la prima generazione di lettori non ha avuto molto successo. È andata meglio al Kindle e ai suoi successori; anche di quelli ho una bella collezione. Ma siamo ancora lontani dal dispositivo di lettura ideale.

ELR: Da una breve ricerca sul web sui libri elettronici risulta che la storia dell’editoria digitale inizi attorno all’anno 1993 quando due italiani, Franco Crugnola e sua moglie Isabella Rigamonti, hanno creato il primo libro elettronico e quando il poeta Zahur Klemath Zapata pubblica “L’Assassinio come una delle belle arti” di Thomas de Quincey in formato DBF (digital book format). Secondo te quando ha avuto inizio la storia dei libri digitali e quali sono alcuni dei momenti salienti della storia dell’editoria digitale?

Gino Roncaglia: Ah, a cercare date di inizio se ne trovano moltissime, ma secondo me la storia comincia molto, molto prima del 1993. In un certo senso si potrebbe dire che il primo lavoro nel campo dell’editoria digitale è stato quello, pionieristico, di Padre Busa, che nel 1949 contatta l’IBM per proporre l’uso dei calcolatori elettronici come strumento di codifica dei testi (e in particolare dei testi di Tommaso d’Aquino). Ne nasce un progetto ambizioso, l’Index Thomisticus, oggi fruibile attraverso il web e che già nel 1980 poteva vantare la digitalizzazione di 56 volumi di testi di Tommaso e di altri autori tomisti. E poi naturalmente c’è il progetto Gutenberg di Michael Hart, avviato all’inizio degli anni ’70. Come ho accennato, in Italia c’è stato il progetto Manuzio, nato nel 1993, poi gli e-book per la prima generazione di e-reader, fra il 1998 e il 2001. Fra gli altri momenti importanti possiamo ricordare la diffusione del Kindle e dei lettori basati su carta elettronica e inchiostro elettronico (a partire dal 2007: il Sony Librie è di tre anni prima ma aveva avuto scarsissimo successo), il passaggio dal formato OEBPS al suo successore, ePub2, la diffusione dei tablet (a partire dal 2010), il passaggio da ePub2 a ePub3… Come si vede ci sono sia tappe legate all’hardware dei dispositivi di lettura sia tappe legate ai formati di codifica. Ed è una storia che prosegue, sia su questi due versanti sia attraverso l’evoluzione del mercato.

ELR: Nel 1997 il Project Gutenberg, iniziato nel 1971, raggiunge il numero 1000 di libri pubblicati con l’ebook #1000 “La divina commedia” di Dante Alighieri. Come si è sviluppato il mercato e la modalità di vendita e di diffusione dei libri elettronici in questi 20 anni?

Gino Roncaglia: Il mercato si è sviluppato in modo diseguale in paesi diversi. In realtà, nonostante le aspettative (all’epoca notevoli), i primi dispositivi del periodo 1998-2001 non erano riusciti a costruire un mercato numericamente significativo: la nascita del mercato e-book avviene solo a partire dal 2007, con il lancio del Kindle; e il mercato cresce inizialmente soprattutto negli Stati Uniti, dove Amazon è una presenza già consolidata e promuove il Kindle non solo come dispositivo di lettura per libri elettronici ma anche come strumento di accesso al proprio ecosistema per la lettura (fatto anche di raccomandazioni, recensioni, sconti…). È l’ecosistema Amazon nel suo complesso a vincere la prima sfida, più che il Kindle come dispositivo specifico. Ed è soprattutto questo ecosistema che porta in pochi anni la quota di lettura digitale negli Stati Uniti attorno al 25% del mercato. L’Europa ha seguito piuttosto lentamente, e siamo ancora lontani da quelle cifre. Negli ultimi anni il mercato è comunque abbastanza fermo: la quota di lettura digitale è cresciuta assai più lentamente, e semmai è mutata la segmentazione interna della lettura digitale: in digitale si leggono sempre più libri pubblicati da editori indipendenti o autopubblicati, mentre la quota di mercato digitale dei grandi editori negli ultimi anni negli Stati Uniti è ferma se non addirittura diminuita. In Italia seguiamo a distanza, e il mercato digitale è segnato soprattutto dall’effetto di sconti e offerte speciali: solo i libri offerti a prezzi assai più bassi della carta vendono discretamente. Ma i limiti dei dispositivi di lettura – ad esempio rispetto alle annotazioni – e la gestione assai complessa delle protezioni, che impediscono il passaggio semplice di un e-book da un dispositivo all’altro, frenano la crescita. Cosa che certo non dispiace agli editori: il meccanismo delle rese li rende in Italia fortemente dipendenti dalle librerie fisiche, e gli e-book sono stati percepiti – e continuano ad essere percepiti – come un fattore che potrebbe mettere in crisi questo equilibrio. Anche per questo, gli editori hanno al momento poco interesse a stimolare la crescita del mercato dell’editoria digitale, se non in settori dalle caratteristiche molto particolari (come l’editoria accademica e scientifica).

ELR: Come vengono archiviate le opere digitali? Quali sono le strategie per la preservazione digitale?

Gino Roncaglia: Nel parlare di conservazione vanno distinte almeno tre dimensioni: l’uso del digitale come strumento di conservazione di opere nate a stampa (attraverso i processi di digitalizzazione bibliotecaria), la conservazione di breve periodo dei contenuti digitali (anche lato utente), e la conservazione di lungo periodo. Si tratta di questioni evidentemente collegate, ma ciascuna ha anche le sue specificità, che non è certo possibile analizzare in questa sede. Possiamo però dire che in tutti e tre i casi servono non solo appositi strumenti di conservazione (ad esempio, repository interoperabili) ma anche politiche adeguate: un campo sul quale siamo ancora molto indietro. Politiche di metadatazione (giacché la buona descrizione dei contenuti è una fase essenziale della conservazione), politiche di riversamento periodico dei dati (per fronteggiare l’obsolescenza dei supporti e dei formati), politiche di conservazione ridondante (giacché la possibilità di creare facilmente ridondanza è comunque il principale vantaggio del digitale in termini di conservazione).

ELR: Quali sono le differenze tra il modo di concepire l’impaginazione di un ebook in formato EPUB e quello della tipografia a stampa? Quali sono secondo te dei criteri estetici fondamentali per l’impaginazione di un ebook in formato EPUB?

Gino Roncaglia: La differenza principale è ben nota: ePub è un formato basato su un’impaginazione fluida, mentre la tipografia a stampa è basata sull’impaginazione fissa. L’impaginazione fluida permette di selezionare il font e la dimensione di carattere preferiti e di leggere lo stesso file su dispositivi di dimensioni diverse, adattando la pagina allo schermo, ma l’impaginazione fissa ha il notevole vantaggio di presentare la pagina anche come una sorta di ‘mappa’ geografica stabile, aiutando la memorizzazione. Quando leggiamo su carta, il nostro sguardo tiene sempre presenti gli angoli della pagina: li usa come punti di riferimento e ‘colloca’ il testo all’interno di quei confini; quando leggiamo in digitale tendiamo invece a scorrere il testo ‘a bandiera’, e questo non solo quando la pagina scorre in verticale ma, curiosamente, anche quando usiamo un layout paginato, a scorrimento orizzontale. Dobbiamo dunque migliorare la tipografia digitale, ad esempio integrando nel testo altre forme di riferimenti visivi che sostituiscano quelli offerti dall’impaginazione fissa. È quel che in parte si faceva nel mondo del manoscritto e delle prime edizioni a stampa attraverso capilettera e ‘maniculae’. Quali strumenti usare in digitale per raggiungere gli stessi risultati? Si tratta di un campo sul quale c’è ancora bisogno di parecchio lavoro, credo, e la tipografia digitale sta compiendo solo i primi passi. Va anche tenuto conto che i libri elettronici non sono (e non dovrebbero essere) necessariamente delle repliche digitali di un libro a stampa: hanno potenzialità aggiuntive (in termini di interattività, integrazione di codici comunicativi diversi, uso di animazioni e di strumenti di visualizzazione dei dati…) che dobbiamo ancora imparare a sfruttare e a gestire dal punto di vista grafico e tipografico.

ELR: In un tuo recente articolo hai affrontato i temi della promozione della letteratura digitale e della promozione digitale della lettura facendo un accenno alla tecnologia della realtà aumentata (Augmented Reality). Secondo te come si svilupperà la tecnologia degli ebook e come cambierà il modo di diffusione del sapere?

Gino Roncaglia: Attenzione: non parlo in primo luogo di realtà aumentata ma di lettura aumentata. La lettura aumentata è quel che fa già ciascuno di noi quando accompagna la lettura di un libro (non importa se su carta o in digitale) con la navigazione in rete, ad esempio per cercare un’immagine o una mappa dei luoghi di cui parla il libro, maggiori informazioni su un autore o su un personaggio storico, commenti e recensioni di altri lettori. La rete è già oggi una sorta di ‘spazio di espansione’ per la nostra attività di lettura. La realtà aumentata è invece una tecnologia specifica, certo assai interessante e di grande futuro ma meno direttamente connessa alla lettura, pur essendo ben possibile che anche applicazioni e strumenti di realtà aumentata possano essere utili. Ad esempio, attraverso l’uso dei QR code, che già oggi possono funzionare come una forma di rimando diretto a risorse di rete. I QR code possono così essere stampati all’interno di un libro tradizionale per includere contenuti on-line, o aggiunti dal lettore al libro attraverso etichette adesive o post-it.

Quanto agli sviluppi futuri degli e-book, è difficile fare previsioni. Penso però che servano soprattutto cinque cose: una tecnologia che sappia mettere insieme il meglio degli schermi OLED (video, colori brillanti, refresh veloce) ed eInk (lettura anche alla luce solare diretta, prevalenza della luce riflessa su quella emessa), un meccanismo più facile e meno invasivo di gestione dei diritti, buoni strumenti standard di annotazione anche con stilo, una buona disponibilità di strumenti di lettura standard anche per formati ‘ricchi’ come ePub3 e le sue evoluzioni (compresi i nuovi formati di pubblicazione ai quali sta lavorando il W3C), e più attenzione alla ricerca e all’innovazione da parte degli editori.

ELR: Quanto è importante conoscere le lingue di programmazione per creare degli e-book in formato EPUB? Che consigli daresti a coloro che vogliono iniziare a imparare a programmare?

Gino Roncaglia: Per creare e-book di tipo tradizionale non servono particolari competenze di programmazione (al massimo, per capire cosa succede, è utile sapere come funziona un linguaggio di marcatura come HTML, quali sono le componenti di un pacchetto ePub, e cosa sono i fogli stile: competenze certo tecniche, ma non troppo complesse). Se invece si vogliono aggiungere elementi interattivi e fare qualcosa di più originale è importante conoscere Javascript. E per padroneggiare Javascript serve sapere cosa sia un linguaggio di programmazione. Cosa peraltro utilissima a capire un po’ meglio i fondamenti del mondo digitale. È per questo che è importante introdurre nelle scuole pratiche come quelle del coding, che avvicinano fin dall’infanzia alla logica della programmazione.

#ELRPUB: Intervista con Michela Di Stefano

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Il nostro viaggio nel mondo dell’editoria digitale continua con l’intervista con Michela Di Stefano, fondatrice di Studio 361° con sede a Brescia. Grazie alla sua lunga esperienza lavorativa iniziata nei primi anni Novanta, svariati progetti per diverse aziende italiane e l’attività di docente, riusciamo a ottenere una visione più ampia del settore dell’editoria digitale. La testimoninanza coinvelgente di Michela Di Stefano ci farà conoscere meglio questo “blue ocean“.

 

ELR: Michela Di Stefano, nel 2007 hai fondato Studio 361°, un network di specialisti della comunicazione, nel quale svolgi attività di docente. Ci racconti com’è nata la passione per l’editoria digitale?

Michela Di Stefano: Ho iniziato a fare formazione nel 1992 come tecnico informatico in un’azienda che vendeva i primi computer Apple alle tipografie ed agenzie di pubblicità. Ho visto i primi modelli di computer Mac e le prime versioni dei software ancora in bianco e nero! Poi ho fatto altre esperienze professionali: web designer, stampa di grande formato e gadgets, fino alla decisione di mettermi in proprio nel 2004 con il riconoscimento da parte di Adobe del titolo di Adobe Guru. La scelta di creare nel 2007 il network di Studio 361° è arrivata in modo molto naturale, vista l’esigenza di coprire diverse necessità e richieste da parte dei clienti e non essendo in grado di poterle soddisfare in prima persona.

La scoperta dell’editoria digitale è arrivata nel 2011 quando il mercato della carta stampata ha cominciato ad essere veramente inflazionato ed un mercato in cui è risultato sempre più difficile far prevalere la qualità del servizio sul prezzo più basso. Quando ho comprato il mio primo iPad, mi si è presentato un vero e proprio miraggio: un mercato assolutamente nuovo, stimolante ed inesplorato in cui potevamo esprimere la nostra competenza, i nostri valori ed in cui non era possibile improvvisarsi visto che richiede una reale preparazione tecnica per poter distribuire sugli store e per poter rimanere sempre aggiornati sui continui cambiamenti ed aggiornamenti di questo settore. Posso dire che ci siamo innamorati di questo mercato ed ancora oggi raccogliamo grandi soddisfazioni dai progetti che realizziamo, molte di più di quelle che raccogliamo per la realizzazione di progetti di editoria tradizionale. Sicuramente qui in Italia è un mercato ancora sconosciuto, ma confidiamo in un futuro non troppo lontano per vedere crescere il nostro impegno nel far conoscere questo “blue ocean” anche nel nostro paese.

ELR: Lavori nell’ambito delle aziende, delle agenzie di comunicazione, delle tipografie ed istituti di formazione. In che modo viene utilizzata la tecnologia dell’editoria digitale in questi settori?

Michela Di Stefano: Insegno all’Hdemia Santa Giulia di Brescia, in 3 dei miei corsi ho insegnato l’utilizzo dell’editoria digitale: nel corso di Progettazione Multimediale all’interno del percorso di didattica museale, ho insegnato a realizzare degli eBook interattivi per allestire mostre e far conoscere musei. In seguito al mio corso, alcuni allievi hanno realizzato degli eBook per dei cataloghi di mostre: Viandanti dell’anima, Kòsmos. Daniele Salvalai, Gabriella Benedini. I tempi del cielo. Questi allievi hanno trovato lavoro grazie alla loro capacità di realizzare eBook interattivi ed è stato un traguardo molto importante.

Durante il corso di Graphic Design, ho insegnato a realizzare eBook interattivi per presentare un progetto ad un cliente, io stessa utilizzo degli ePub interattivi per fare delle riunioni importanti e presentare dei progetti ai miei clienti.

Nel biennio di specializzazione invece ho insegnato a realizzare delle App utilizzando InDesign insieme a Twixl Publisher e Paperlit. In entrambi i casi gli allievi hanno realizzato una rivista in formato cartaceo e successivamente in formato digitale. Si possono vedere degli esempi su questa pagina.

Nelle aziende c’è ancora pochissima conoscenza di questo mercato, tutti conoscono la parola App, ma le idee sulla realizzazione ed utilità reale di questo strumento è molto bassa. Per quanto riguarda gli eBook la situazione è ancora peggiore, neppure le agenzie di pubblicità ed i creativi sono a conoscenza delle potenzialità e delle caratteristiche di questo prodotto. Nella maggior parte dei casi il concetto di eBook viene abbinato ad un romanzo leggibile su un eReader in bianco e nero come il Kindle oppure ad un PDF da sfogliare su computer…. Può sembrare incredibile, ma abbiamo avuto maggiore riscontro riguardo all’editoria digitale da figure che non si occupano di comunicazione, ma di cultura. Abbiamo realizzato già 3 monografie per la Fondazione Martino Dolci di Brescia che ha capito come la realizzazione di eBook con le monografie dei pittori bresciani, possa avvicinare i giovani al mondo dell’arte e possa far conoscere loro questi artisti, cosa che le monografie cartacee realizzate fino a 3 anni fa, non avrebbero potuto fare.

ELR: Nel 2017 hai iniziato a organizzare il “BreakfastPro” un ciclo di incontri a scadenza mensile per professionisti della comunicazione, del marketing e dell’editoria. Quali sono stati finora gli esiti più significativi della “colazione 4.0”?

Michela Di Stefano: L’interesse suscitato da questi incontri molto brevi e fuori dalle fasce orarie tradizionali è stato altissimo. Abbiamo avuto una richiesta di partecipazione superiore del 50% alla capienza della sala che avevamo a disposizione ed abbiamo dovuto attivare una “lista in piedi” per permettere un numero più alto di iscrizioni. Poi qualche assente dell’ultimo minuto ha permesso a tutti di sedersi ed avere sempre la sala con un’alta partecipazione. Possiamo ritenerci molto soddisfatti perché l’orario dalle 8.00 alle 9.30 ed i mesi invernali (il primo incontro è stato a settembre 2017 e l’ultimo a dicembre 2017) non erano di buon auspicio. Visto l’interesse ed il successo riscontrato, abbiamo deciso di riproporli anche per il 2018.

Probabilmente la formula “colazione+formazione” ha avuto successo perché permette in un tempo limitato di scoprire 1 solo argomento e potersi concentrare su quello a differenza degli altri eventi che organizziamo più impegnativi sia in termini di organizzazione che di partecipazione degli utenti. Ovviamente si tratta di incontri ben diversi, infatti l’evento annuale del Digital Publishing Explorers è già in calendario per il 2019 e si svolgerà a Brescia. Come ogni edizione la giornata sarà fitta di incontri e di informazioni, un taglio completamente diverso dai BreakfastPRO, nato per offrire strumenti essenziali ai professionisti che desiderano tenersi aggiornati ed al passo con la tecnologia per offrire e trovare sempre nuove strategie di business.

ELR: Come sono strutturati i vostri corsi di formazione? Quali nozioni di base devono avere i partecipanti?

Michela Di Stefano: Tutti i nostri corsi sono “personalizzati” nel senso che, prima di partire c’è un colloquio telefonico con il richiedente. Solo in questo modo è possibile costruire un percorso formativo su misura per chi lo richiede. Che si tratti di un libero professionista, che di un team aziendale, prima di fare formazione è necessario conoscere il livello dei partecipanti, quali sono gli obiettivi da raggiungere e quanto tempo viene messo a disposizione per farlo. Sulla base di questi elementi formuliamo un programma ad Hoc ogni volta. Sul sito ci sono gli elenchi delle funzioni di ogni pacchetto, ma il corso è molto di più, rilasciamo anche link a tutorial, videotutorial e altro materiale importante che non è possibile approfondire durante la lezione live.

ELR: Secondo te c’è una consapevolezza e una volontà forte, nel tuo ambito lavorativo, per lo sviluppo di nuove tecnologie che agevoleranno il passaggio dall’editoria a stampa all’editoria digitale?

Michela Di Stefano: Purtroppo l’utilizzo e l’utilità delle nuove tecnologie che permettono di migrare o semplicemente distribuire progetti di stampa tradizionale in formato digitale sono ancora sconosciuti e visti con diffidenza. In Italia la parola eBook viene utilizzata per indicare un PDF e un App per indicare un gioco o qualcosa di molto complesso mentre non è così. Dal 2011 ad oggi ci siamo impegnati per far conoscere questo mercato al mondo dei creativi e di tutti coloro che operano nel settore della comunicazione, oggi (nel 2018) si cominciano a vedere i primi risultati di quanto abbiamo seminato, ma la strada  ancora molto lunga…

ELR: Da una breve ricerca sul web sui libri elettronici risulta che la storia dell’editoria digitale inizi attorno all’anno 1993 quando due italiani, Franco Crugnola e sua moglie Isabella Rigamonti, hanno creato il primo libro elettronico e quando il poeta Zahur Klemath Zapata pubblica “L’Assassinio come una delle belle arti” di Thomas de Quincey in formato DBF (digital book format). Secondo te quando ha avuto inizio la storia dei libri digitali e quali sono alcuni dei momenti salienti della storia dell’editoria digitale?

Michela Di Stefano: Secondo me, come per il Web, inizialmente implementato da Tim Berners-Lee mentre era ricercatore al CERN, sulla base di sue idee e di un suo collega, Robert Cailliau. Tim Berners pubblicò  il 6 agosto 1991 il primo sito Web al mondo, presso il CERN, ma passarono anni prima che questa tecnologia prendesse piede in Italia, ancora oggi ci sono aziende che non hanno un sito Web e lo considerano inutile per il proprio business!!! Peggio ancora ci sono aziende che ne hanno uno inefficiente e non idoneo ad essere visualizzato sui nuovi device mobili.

Nello stesso modo l’editoria digitale è arrivata con i primi strumenti di lettura di Amazon e poi si è evoluta in modo incredibile, tuttavia è ancora in gran parte sconosciuta. Sia il formato ePUb interattivo che le applicazioni editoriali, possono essere sfruttati per distribuire informazioni editoriali in modo veloce ed economico, ma sono visti come investimenti troppo complessi e costosi a causa della scarsa cultura in merito. Alcune aziende si sono inoltrate senza la guida di strutture professionali come la nostra su questi mercati ed hanno ottenuto grandi frustrazioni e scarsissimi risultati dovuti alla mancata conoscenza degli strumenti e delle regole che sono alla base del mercato dell’editoria digitale.

Questo mercato è sicuramente efficace, ma in continua evoluzione. Si tratta di un mercato gestito da regole ben precise che gli Store di distribuzione dettano a tutti coloro che desiderano distribuire su questi canali. A seguito di ciò, le aziende non sono in grado di gestire in autonomia questo passo importante, ma pensano di potersi in qualche modo arrangiare con modalità a dir poco “casalinghe”, mentre i professionisti che operano in questo settore da tempo, potrebbero essere di grandissimo aiuto per risparmiare denaro e tempo ed accompagnarli verso il risultato più efficace per loro.

Per tornare alla domanda iniziale, anche un PDF (nato nel 1991 con il progetto Camelot di Adobe) può essere considerato un esempio di editoria digitale, ma non si tratta di eBook. Quando parliamo di eBook parliamo di formato .ePub o .mobi o altri formati di lettura fruibili su device specifici in grado di effettuare anche operazioni aggiuntive come:

  • Ingrandimento/riduzione del carattere di lettura
  • Cambiamento del Font di lettura
  • Possibilità di mettere note e segnalibri
  • Ricerca del testo
  • Link ipertestuali
  • Funzioni di interattività per i formati ePub interattivi:
  • Animazioni
  • Audio e video
  • Gallerie fotografiche

Ecc. ecc.

Alla luce di quanto sopra, posso tranquillamente dire che la storia dell’editoria digitale si sta ancora scrivendo.

ELR: Come si è sviluppato il mercato dell’editoria digitale negli ultimi 20 anni in Italia? Quale paese europeo è all’avanguardia in questo settore?

Michela Di Stefano: In parte ho risposto a questa domanda nelle precedenti risposte perché in Italia il mercato dell’editoria digitale è molto acerbo ed in gran parte sconosciuto. Se pensiamo che l’editoria tradizionale cartacea è di per sé in crisi, i libri che sono stati convertiti in digitale hanno dato come risultato un mercato del 3% del mercato editoriale tradizionale, una cifra veramente irrisoria. Il punto è proprio questo. Il termine “editoria digitale” non indica la conversione del libro cartaceo in versione digitale, ma è molto di più. Il termine Publishing già indica in modo più ampio il processo di produzione e distribuzione di letteratura, musica o informazioni e l’attività di rendere queste informazioni fruibili al pubblico su vari supporti. Come puoi immaginare, l’Editoria digitale permette di allargare questo concetto e di abbracciare un numero di settori molto vari che sono:

  • la fotografia
  • il video
  • il web
  • i social network
  • la carta
  • gli eBook e le app

Tutti insieme permettono di distribuire contenuti su nuovi supporti digitali, pertanto il concetto di Editoria digitale è molto più ampio di come lo pensiamo di solito.

ELR: Da un punto di vista dell’estetica del medium quali sono le differenze tra il modo di concepire l’impaginazione di un ebook e quello della tipografia a stampa?

Michela Di Stefano: Se parliamo di un eBook fixed layout, l’impaginazione può essere molto simile a quella del formato cartaceo, tuttavia bisogna ricordare che questi contenuti devono essere fruibili su schermi di diverse dimensioni e quindi è importante studiare il layout di impaginazione affinchè sia leggibile sul maggior numero di dispositivi. Per poterlo fare, è necessario sfruttare font adeguati alla lettura su display (ad esempio evitando i font con grazie molto accentuate), settare la dimensione dei caratteri ad almeno 20 pt per la visualizzazione su tablet dai 7” in su, mentre per gli smartphone è necessario pensare un layout diverso e dedicato. Se si ignorano questi parametri, si costringe l’utente a dover fare “pinch and zoom” per riuscire a leggere i contenuti e questo è veramente scomodo e controproducente per il lettore.

ELR: Quali sono secondo te i criteri estetici fondamentali per l’impaginazione di un ebook in formato EPUB?

Michela Di Stefano: Una parte di risposta è già stata fornita nella precedente, aggiungo che prevalgono i criteri di leggibilità ai criteri di estetica. Se l’eBook non è leggibile, non importa quanto sia bella l’impaginazione. La sfida in questo momento storico è trovare un format che sia fruibile sul maggior numero di device senza dover realizzare impaginati diversi, anche perché, a differenza delle applicazioni editoriali, un ebook non ha la possibilità di riconoscere il device di lettura quando viene scaricato dagli store, funzione invece attiva per le app che sono in grado di riconoscere se il device è uno smartphone o un tablet e permettono di realizzare delle “rendition” ad hoc per ogni tipologia di supporto.

ELR: Quanto è importante conoscere le lingue di programmazione per lavorare nel settore dell’editoria digitale? Che consigli daresti a coloro che vogliono iniziare a imparare a programmare?

Michela Di Stefano: Avere delle conoscenze di programmazione html permette di entrare più in profondità nella realizzazione di un ePub e permette di aggirare alcuni ostacoli. Poter mettere mano al codice html di un eBook significa avere il controllo “quasi assoluto” di come verrà visualizzato sul device. Il mio consiglio è quello di conoscere questo linguaggio di programmazione per poterlo sfruttare in caso di necessità.

 

#ELRPUB: Intervista con Antonio Tombolini

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In questa intervista Antonio Tombolini, fondatore della casa editrice StreetLib ci racconta come dalla sua passione per i libri e la lettura è scaturito l’interesse per l’editoria digitale. Un mondo tutto da scoprire, come rivelano le sue parole. Un settore industriale che è saldamente legato alla tradizione della stampa e che solo lentamente riesce a creare un proprio mercato che richiede solide strategie e vedute molto ampie, ma che consente anche di avere la testa “tra le nuvole”.

 

 

ELR: Antonio Tombolini, nel 2006 hai fondato la casa editrice Simplicimus Book Farm che dal 2016 si chiama StreetLib. Come è nato l’interesse per l’editoria digitale?

Antonio Tombolini: Semplicemente dalla mia passione per i libri e la lettura, che mi portò all’epoca a chiedermi se anche il libro non avrebbe dovuto fare i conti, prima o poi, con la transizione al digitale che la musica stava già affrontando.

ELR: Nel 2014 hai fondato un’altra casa editrice, la Antonio Tombolini Editore (ATE), un’editoria digital first che come StreetLib pubblica anche libri cartacei. Sul sito dell’ATE promuovi dei workshop. Come sono strutturati i workshop? Quali sono le prerogative per partecipare ai vostri corsi di formazione?

Antonio Tombolini: L’esperienza dei workshop ATE è stata preliminare alla creazione (a cui stiamo lavorando proprio in questi mesi) di un’offerta di formazione specialistica sul libro in tutti i suoi aspetti, che prenderà entro il 2018 la forma di una vera e propria “Scuola Permanente del Libro”, con una grande molteplicità di corsi e percorsi formativi, sia nell’area delle professionalità tecniche, che in quella dei contenuti e delle professionalità economico-manageriali. Siamo convinti che la transizione al digitale e alla rete comporti anche per l’industria del libro un adeguamento delle competenze e intendiamo offrire gli strumenti migliori per acquisirle.

ELR: Secondo te c’è nel settore editoriale una consapevolezza e una volontà forte per lo sviluppo di nuove tecnologie che agevoleranno il passaggio dall’editoria a stampa all’editoria digitale?

Antonio Tombolini: No, o almeno non in maniera adeguata nei protagonisti attuali dell’editoria. Sì, invece, e in misura crescente, tra gli autori, specie i più giovani, e i lettori.

ELR: Personalmente come hai vissuto il passaggio dalla stampa al digitale dal 2006 a oggi?

Antonio Tombolini: È stato ed è ancora un percorso di scoperte progressive, che sarà ancora lungo, perché siamo ancora ai primi passi di una evoluzione di cui non abbiamo visto che una piccola parte. Quello che ho imparato nel frattempo è che in queste fasi di cambiamenti radicali dei paradigmi di un intero settore, i meno avveduti e i meno adatti a individuare e coltivare il nuovo sono proprio quelli che in teoria si troverebbero nella posizione di maggior vantaggio, ovvero quelli che nel settore ci lavorano già. E più grossi sono, peggio è.

ELR: Da una breve ricerca sul web sui libri elettronici risulta che la storia dell’editoria digitale inizi attorno all’anno 1993 quando due italiani, Franco Crugnola e sua moglie Isabella Rigamonti, hanno creato il primo libro elettronico e quando il poeta Zahur Klemath Zapata pubblica “L’Assassinio come una delle belle arti” di Thomas de Quincey in formato DBF (digital book format). Secondo te quando ha avuto inizio la storia dei libri digitali e quali sono alcuni dei momenti salienti della storia dell’editoria digitale?

Antonio Tombolini: Riesce sempre difficile, e in fondo neanche troppo utile, rincorrere il primato di questo o di quello nell’avvento di un fenomeno. Il libro in realtà viene scritto e prodotto in digitale da tantissimi anni, da decenni, direi dall’avvento degli antenati dei computer, a fine anni ‘70 del secolo scorso, quando cominciarono a circolare non ancora i computer, ma le macchine per scrittura elettronica, di cui Olivetti era un precursore: da allora il libro viene scritto prevalentemente in digitale, lavorato impaginato corretto ecc. sempre in digitale, attraverso appositi programmi software. Il punto di svolta a mio avviso risiede in realtà nell’avvento dei primi dispositivi di lettura con schermo e-ink, che iniziammo a vendere, primi nel mondo, e non solo in Europa, proprio alla fine del 2006: è solo con questi schermi che leggere elettronicamente un libro diventa un’esperienza finalmente comparabile al comfort della esperienza di lettura su carta.

ELR: Nei StreetLib Stores è possibile acquistare o scaricare gratuitamente ebook nei formati PDF, EPUB e Kindle come anche libri cartacei in tantissime lingue – dallo Zulu al Bokmal. Quali sono i formati e i generi letterari più gettonati? Come si è sviluppato il mercato dei diversi formati?

Antonio Tombolini: Quanto ai formati il mercato si è andato concentrando su Kindle per il mondo Amazon e su EPUB per tutto il resto, con una residuale importanza del PDF per la diffusione gratuita e per la manualistica.

Quanto ai generi letterari invece la parte del leone la fa senz’altro la narrativa, per ora, anche se la saggistica sta già mostrando segnali di crescita, e sarà destinata a crescere molto più della narrativa nei prossimi anni, man mano che miglioreranno i software di lettura digitale.

ELR: Sui siti Simplicissimus.it e StreetLib.com è possibile distribuire gli ebook attraverso le rispettive piattaforme STEALTH e PUBLISH. Da dove nasce l’esigenza di creare delle piattaforme digitali? Quali sono i vantaggi rispetto ai servizi online già esistenti?

Antonio Tombolini: Piattaforme come la nostra consentono anche a piccoli editori e self publishers di raggiungere col proprio libro tutti gli scaffali di tutti gli ebook store del mondo, dai più grandi e globali fino ai più piccoli e locali. E tutto con un clic, senza bisogno di negoziare con una pluralità crescente di store, e senza dover gestire separatamente ciascuno di essi, anche dal punto di vista amministrativo e contabile, che come si può immaginare è particolarmente complesso.

D’altro lato consentiamo ai player più grandi e globali, come Amazon, Apple, Google, Kobo, di offrire in vendita titoli (distribuiamo ad oggi quasi 250mila titoli, e acquisiamo circa 500 titoli nuovi a settimana) provenienti da piccoli editori e self publishers che loro non sarebbero mai in grado di raggiungere e gestire.

ELR: Da un punto di vista di estetica del medium come cambia il modo di concepire l’impaginazione di un ebook arricchito con effetti interattivi e multimediali rispetto a un libro cartaceo?

Antonio Tombolini: Questo è in realtà un terreno molto delicato e su cui c’è molto da sperimentare. I software di lettura non sono tutti allineati, e inserire troppi “effetti” rischierebbe di far funzionare il libro su una piattaforma e non su un’altra. Non solo: questi “effetti” vanno dosati con grande cautela, perché il passo da “ebook interattivo ben fatto” a “videogame fatto male” è molto breve.

ELR: Come vengono salvate e archiviate opere interattive e multimediali?

Antonio Tombolini: I file delle opere risiedono nei nostri server “on the clouds”, con repliche in varie aree del mondo, così che qualora dovessero aversi interruzioni di connessione in un’area, per esempio nei server USA, possano entrare in funzione i server europei o asiatici.

ELR: Quanto è importante conoscere le lingue di programmazione per creare degli ebook in formato EPUB? Che consigli daresti a coloro che vogliono iniziare a imparare a programmare?

Antonio Tombolini: Chi vuole dedicarsi al mestiere dell’impaginatore oggi non può certo fare a meno di studiarsi il formato EPUB, che è fondamentale, ma che è anche, in fondo, una sorta di “dialetto” specializzato per i libri del HTML.

Chi invece scrive libri non ne ha affatto bisogno. Noi stessi offriamo un’applicazione gratuita online, StreetLib Write attraverso cui è possibile scrivere il proprio libro, o importare il proprio libro esistente in formato Word e simili, per ottenere automaticamente un formato EPUB, Kindle e PDF validato e pronto per la distribuzione.

#ELRPUB: Intervista con Fabrizio Venerandi

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Fabrizio Venerandi è cofondatore della casa editrice digitale Quintadicopertina di Genova. In questa intervista che da inizio alla serie #ELRPUB dedicata all’editoria digitale, Venerandi ci parla della produzione, del mercato e della storia dell’editoria digitale offrendoci anche delle riflessioni su temi come la lettura, l’estetica e l’archiviazione delle opere digitali in formato EPUB.

 

 

ELR: Fabrizio Venerandi, nel 2014 hai rilasciato un’intervista all’ELR in cui ci hai parlato delle “Polistorie” (2010). Nel 2017 hai creato un’altra opera altrettanto innovativa: le “Poesie elettroniche”. Di cosa si tratta?

Fabrizio Venerandi: “Poesie Elettroniche” è un ebook di poesie che ho scritto e programmato in formato EPUB3. L’idea che sta dietro a questo testo di letteratura elettronica è che la programmazione di codice dia vita a nuovi strumenti retorici che si affiancano a quelli tradizionali come la rima, l’endiade, la similitudine, l’alliterazione, etc. Questi nuovi strumenti retorici sono legati alla tecnologia e quindi alla scrittura di algoritmi che “fanno fare” cose ai versi che non sarebbe possibile fare ugualmente su un libro di carta.

“Poesie Elettroniche” è una prima formalizzazione di alcuni di questi nuovi strumenti. Ho scelto un numero molto limitato di interazioni lettore/testo e ho lavorato su quelle per mostrare le possibilità espressive di ognuna. Quello che mi interessava era soprattutto mostrare come questi nuovi strumenti retorici non fossero delle semplici wunderkammer fatte per stupire il lettore, ma che avessero una finalità espressiva ben precisa.

In questo caso la silloge raccoglie una serie di poesie scritte in un periodo molto negativo per la mia vita. Mi ritrovavo a scrivere cose che non avevo la forza di rileggere e che – sostanzialmente – non volevo che nessuno leggesse. Ma che dovevo comunque scrivere per estrarle e buttarle fuori di me, perché mi stavano intossicando. Il codice è stato un modo naturale per me per fare qualcosa di nuovo: potevo scrivere queste cose senza doverle leggere e senza doverle far leggere nella nudità della loro messa in versi. I versi infatti, nell’ebook, cambiano, si modificano nel tempo, si nascondono nelle ore di luce, si muovono per lo schermo, si generano solo se sollecitati, si cancellano ed evitano di mostrarsi nella loro interezza. Il codice è funzionale alla mia necessità espressiva.

La  seconda cosa importante per me è stata produrre questo ebook come oggetto destinato al commercio. Un prodotto editoriale di mercato, messo in vendita sui maggiori canali di distribuzione digitale, con un suo ISBN e con un suo prezzo. Volevo mostrare come la letteratura elettronica sia un modo naturale di leggere un testo, rintracciabile all’interno di uno store generalista, e distribuito nel maggior numero possibile di lettori. Eliminare l’idea che electronic literature significhi solo ed esclusivamente sperimentazione on-line, magari nata e destinata ad un circolo ristretto di accademici.

ELR: Come cambia il modo di leggere con un libro elettronico in formato EPUB?

Fabrizio Venerandi: Dipende dalla consapevolezza di chi ha creato il testo e di chi lo sta leggendo. Il novantanove per cento dei testi ebook in commercio non sono libri digitali, ma libri digitalizzati. Non offrono niente di diverso rispetto alla tradizionale lettura sequenziale di un libro di carta. Diverso il caso in cui il testo è pensato, programmato, progettato per essere letto in formato digitale. Già in ePub2 è possibile creare “polistorie”, afferenti a quella che viene chiamata hypertext fiction. Ma ancora di più in EPUB3 dove il testo può sfruttare codice vero e proprio.

ELR: Secondo te c’è una consapevolezza e una volontà forte, nel tuo ambito lavorativo, per lo sviluppo di nuove tecnologie che agevoleranno il passaggio dall’editoria a stampa all’editoria digitale?

Fabrizio Venerandi: No. C’è un freno a mano inserito da parte di diversi soggetti sia nazionali che transnazionali. Non si tratta di limiti tecnici, ma prettamente economici e di mercato. Gli editori non investono in testi nativi digitali perché è un prodotto che non potrebbero poi spendere su carta (mentre è vero il contrario); alcuni grandi soggetti come Amazon ed Apple depotenziano le possibilità della lettura digitale con un supporto povero o inesistente ai formati più avanzati come EPUB3, cercando invece di chiudere il lettore in ecosistemi proprietari; le specifiche per la letteratura elettronica sono primitive e incoerenti, avendo in mente un libro di carta “arricchito” da elementi digitali, invece che un testo nativo digitale; i DRM vincolano e dissuadono la creazione di killer application per la lettura. Sono tutti fattori, questi ed altri ancora, collegati l’un l’altro che hanno di fatto rallentato quello che – ingenuamente – nel 2010 pensavo sarebbe stato il progresso naturale della lettura digitale. Vedremo cosa succederà con DPUB.

ELR: Oltre a scrivere e pubblicare ebook tu insegni anche editoria digitale. A chi si rivolgono i corsi e come sono strutturati?

Fabrizio Venerandi: I nostri corsi sono segnalati nel sito Ebook Design School  Si rivolgono a chiunque abbia a che fare con la scrittura e l’editoria digitale: case editrici, liberi professionisti, scrittori, docenti. I corsi sono strutturati a moduli tematici: mercato, promozione, redazione digitale. La parte di progettazione e costruzione ebook è svolta in due laboratori che partono dalle basi della marcatura per arrivare ad un ebook completo.

ELR: Da una breve ricerca sul web sui libri elettronici risulta che la storia dell’editoria digitale inizi attorno all’anno 1993 quando due italiani, Franco Crugnola e sua moglie Isabella Rigamonti, hanno creato il primo libro elettronico e quando il poeta Zahur Klemath Zapata pubblica “L’Assassinio come una delle belle arti” di Thomas de Quincey in formato DBF (digital book format). Secondo te quando ha avuto inizio la storia dei libri digitali e quali sono alcuni dei momenti salienti della storia dell’editoria digitale?

Fabrizio Venerandi: Io sposterei le lancette indietro di una ventina di anni. Per quanto mi riguarda la letteratura elettronica è già tale con la nascita delle prime text adventure, quindi a metà degli anni settanta per la lingua inglese e il 1982 per l’Italia con Enrico Colombini. Noto una certa ritrosia nella critica accademica nel considerare queste opere come letteratura elettronica perché erano (almeno inizialmente) giochi, non erano opere editoriali in senso stretto, nel senso che non assomigliano in nessun modo ad un libro ed erano nei loro primi anni letterariamente molto scarne. Invece proprio il fatto che non assomigliassero a “qualcosa di editoriale o letterario” è il segno che erano software avanzatissimi nel proporre una fabula che non si leggeva come si legge un libro ma a cui ci si approccia con un intreccio intimamente digitale. Molti concetti e strutture dei text adventure sono ancora oggi molto più centrati su una nuova narrativa rispetto a tanti ebook “aumentati” che invece appaiono come una semplice espansione del libro di carta.

ELR: Per la preservazione delle opere digitali esistono varie strategie come la migrazione, la duplicazione, l’emulazione o l’utilizzo di metadati. Quali di queste strategie possono essere o vengono usate per gli ebook?

Fabrizio Venerandi: Utilizzo di formati aperti, rimozione dei DRM e copia. I formati chiusi sono un rischio per la preservazione e soprattutto per la fruizione continuata dei loro contenuti. Un conto è poi creare un ambiente virtualizzato nel quale far “girare” un determinato contenuto ormai obsoleto, un altro è pensare il contenuto digitale come qualcosa che non diventa affatto obsoleto ma viene sfruttato in maniera sempre diversa man mano che si evolvono le tecnologie per la lettura. Nel momento in cui scrivo le tecnologie più solide sono quelle del W3C.

ELR: In un tuo articolo pubblicato su Nazione Indiana hai descritto i “Formati per fare ebook”: EPUB2, EPUB3, MOBI e KF8. Eppure il formato che viene usato prevalentemente sembra essere ancora il pdf. Come si sono sviluppati il mercato dei libri elettronici statici in formato pdf e quello dei libri elettronici arricchiti con funzioni multimediali e interattivi in formato EPUB?

Fabrizio Venerandi: Il pdf non è un formato che nasce per fare ebook, ma per rendere trasportabile un impaginato finalizzato alla stampa. Negli anni si è sviluppato, ha assorbito numerose funzioni di accessibilità, ma continuo a pensare che i formati liquidi, legati a doppio filo con gli strumenti di lettura on line, abbiano maggiore possibilità di sviluppo nel medio-lungo termine. Già oggi la lettura di narrativa con schermi piccoli funziona notevolmente meglio in ePub o KF8 rispetto che pdf. Ma non si tratta per me di una guerra di religione: molti dei nostri ebook ipertestuali sono pubblicati anche in formato pdf. L’importante è che l’editore abbia in mano, a monte, uno workflow di sviluppo che veda il pdf come una delle possibili uscite del suo contenuto, non l’unica. Riguardo agli epub con funzioni interattive, come dicevo sopra, hanno avuto finora uno sviluppo marginale. Quando mostro le cose che Quintadicopertina ha sviluppato in questi sette anni, da Locusta Temporis a Poesie Elettroniche, vedo ancora stupore e interesse per queste cose, segno che qualcosa non ha funzionato. Lo sdoganamento del prodotto letterario nativo digitale ancora non c’è stato.

ELR: Quale di questi formati (Fixed layout e Reflowable layout) viene utilizzato per i libri digitali di Quintadicopertina e per quali ragioni?

Fabrizio Venerandi: Ad oggi abbiamo sempre utilizzato il formato reflowable. In un mercato così piccolo, vincolarsi ad una sola dimensione di lettura è un rischio. Ma – di nuovo – non è una guerra di religione. Ci possono essere progetti e collane tablet-oriented, in cui anche il fixed potrebbe avere senso.

ELR: Secondo te quali sono i fattori estetici più importanti per l’impaginazione di un ebook?​

Fabrizio Venerandi: Va ripensata l’estetica della pagina, perché non abbiamo una pagina, ma contemporaneamente abbiamo contenuti inseriti in uno “spazio pagina” che può ibridarsi a seconda di chi sta leggendo quel testo e di come lo sta facendo. Nei testi più sofisticati possiamo avere contenuti che cambiano adattandosi alle scelte di chi legge, quindi cose che possono apparire o meno all’interno della pagina stessa. Certi elementi che oggi non possiamo utilizzare, come le note a pié di pagina, vanno completamente ripensati. Anche gli elementi grafici inseriti nel testo assumono una grandissima importanza, perché diventano ancore di memorizzazione dei contenuti, essendo sparita la “visione foglio”, soprattutto se questi elementi non sono più accessori del testo, ma integrati e interagenti con i contenuti stessi. È un tipo di progettazione che è diversa sia da quella della pagina web, sia da quella del libro, pur avendo elementi comuni con entrambe. Non parlerei nemmeno di ‘impaginazione’, quanto di ‘istruzione’ . Non impagino dei contenuti ma gli insegno cosa sono e come devono comportarsi quando si relazionano con i loro vicini.

ELR: Quanto è importante conoscere le lingue di programmazione per creare degli ebook in formato EPUB? Che consigli daresti a coloro che vogliono iniziare a imparare a programmare?

Fabrizio Venerandi: Nel medio termine io credo che sia un punto di non ritorno. Se stai costruendo contenuti digitali, ovvero testi, suoni, animazioni e immagini marcate, codificate, programmate, ‘istruite’, conoscere la marcatura, i CSS, la programmazione e quello che c’è sotto al cofano ti permette di avere in mano tutto il sistema di produzione. Detto molto banalmente: ci sono cose che semplicemente non ti verrebbe in mente di fare se non conoscessi il codice con cui si possono fare. Idee che non emergerebbero nella tua testa. E anche il contrario: eviteresti di disperdere risorse in progetti digitali abnormi fatti controcorrente che non hanno senso.  Per quanto riguarda quali linguaggi di programmazione imparare: credo che in questo momento sia utile sapere cosa sia XML e HTML5, la gestione degli stili con i CSS, i linguaggi di programmazione per interrogare dati come XQuery, i tool pratici come le RegEx e ovviamente Javascript.

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Sonia Lombardo

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