electronicliteraturereview

Posts Tagged ‘HTML

#ELRFEAT: Intervista con George P. Landow (1997)

leave a comment »

La ELR ripropone un’intervista di Gino Roncaglia pubblicata sul sito Mediamente della RAI (26.11.1997). L’intervistato è George P. Landow, professore d’inglese e di storia dell’arte presso la Brown University e noto pionere nello studio della letteratura ipertestuale.

L’autore dell’intervista ha concesso la publicazione di questo articolo. I gestori del sito della RAI non hanno risposto alla richiesta della ELR.

“La grande potenza del testo quando diventa ipertesto”

 

Gino Roncaglia: Qual è la sua definizione di ipertesto?

George P. Landow: Definirei l’ipertesto come qualsiasi forma di testualità – parole, immagini, suoni – che si presenti in blocchi o lessie o unità di lettura collegati da link. Si tratta, essenzialmente, di una forma di testo che permette al lettore di abbracciare o di percorrere una grande quantità di informazione in modi scelti dal lettore stesso, e, nel contempo, in modi previsti dall’autore. Se dovessi definire l’ipertesto con una o due frasi, direi che l’ipertesto è una forma di testo composta da blocchi di “scrittura” e immagini collegati da link, che permette una lettura multilineare: non una lettura non lineare o non sequenziale, ma una lettura multisequenziale.

Gino Roncaglia: Lei pensa che ci sia una totale opposizione fra ipertesto e testi lineari, oppure crede che l’ipertesto sia una forma di generalizzazione del concetto di testo?

George P. Landow: Non so bene quale sia il modo giusto di affrontare questa questione. Ted Nelson sostiene che l’ipertesto sia la forma di testo più basilare, e che la testualità lineare sia un sottoinsieme degli ipertesti. Altri sostengono, viceversa, che l’ipertesto sia un sottoinsieme del testo lineare e che ne sia un ampliamento. Io non so bene cosa sia vero; certamente c’è una relazione tra queste due tipologie, ed io penso che dipenda da quali tecnologie di informazione si usano. È chiaro che quando si comincia a scrivere un testo strutturalmente semplice si tratta – in genere – di un testo lineare. Tuttavia, appena un autore comincia a sviluppare registri più complessi in testi scritti a mano o stampati, ci si ritrova a confrontarsi con cose simili a note a piè di pagina o alla glossa ordinaria nelle Bibbie medievali, in cui si cerca di rendere possibile l’aggiunta di ulteriori informazioni ad un testo lineare. È quasi una questione di sofisticazione! Non si tratta tanto di una questione di semplicità del testo, quanto quasi di un avvicinamento del testo al lettore. Con questo intendo dire che sembra del tutto ovvio che i lettori, all’inizio, leggano soltanto in un modo più o meno lineare; a mano a mano che diventiamo più sofisticati, tendiamo ad usare note a piè di pagina, glossari, e a lasciare il testo che stiamo leggendo per consultarne un altro, e poi tornare al primo. Questo processo è molto simile, ma non del tutto identico, all’esperienza della lettura di un ipertesto. Naturalmente, ci sono testi che sono più ipertestuali di altri. I testi scolastici che contengono note a piè di pagina o in fondo al libro, o glossari, sono molto più ipertestuali di un semplice romanzo o di un racconto. D’altra parte, le enciclopedie sono opere quasi del tutto ipertestuali.

Gino Roncaglia: Abbiamo un modello di ipertesto – probabilmente quello più conosciuto dal grande pubblico – che è il World Wide Web. Pensa che quando parliamo di ipertesto, la maggior parte delle persone tenda a riferirsi al WWW?

George P. Landow: Nella nuova versione del mio libro, Hypertext 2.0, si discute molto fino a che punto il WWW sia un vero ipertesto. Dovrei cominciare col dire che il WWW, per quanto sia inestimabile, è, tuttavia, una forma di ipertesto molto primitiva, appiattita e ridotta. Inoltre, ha l’effetto dannoso di abbassare le aspettative della gente, di far sì che le persone vogliano qualcosa di molto simile alle potenzialità dei libri senza avere le potenzialità di ciò che è elettronico. Sono diversi i motivi per i quali il WWW risulta così noioso, ed in parte è per il modo di fare collegamenti, poiché si tratta di un modo che comprende solo un tipo di link. Questa è la prima ragione. In secondo luogo c’è soltanto una possibilità di collegamento dal singolo al molteplice, e molti browser WWW permettono di utilizzare, in modo utile, solo un tipo di finestra e solo una finestra per volta, a meno che il lettore sia molto sofisticato. In altri tipi di sistemi di ipertesto – Storyspace, Intermedia, Microcosm, Sepia – alcuni scrivono con una tecnica simile al collage, fanno esperimenti con forme di discussione, con l’uso di immagini e colori nei modi più diversi. Il WWW tende ad annullare tutto questo. Posso riportare un esempio: se io lavoro con uno di questi sistemi ed uso le modalità OVERVIEW o HOMEPAGE, posso collegarmi a un documento che funge da contenitore generale, e poi attivare automaticamente, da questo, i link specifici. Supponiamo che io abbia un titolo: “relazioni letterarie”; se parlo di opere di Henry James o James Joyce o di Giovanni Boccaccio, io posso, allora, collegare al titolo “relazioni letterarie” molti oggetti diversi, molti argomenti diversi. Ma in WWW si deve fare un link semplice, e, poi, manualmente, aggiungere ogni singolo link ogni volta che arriva un nuovo documento. Sebbene il WWW sia considerato molto dinamico, tuttavia, lo è in maniera molto regressiva, poiché obbliga le persone a passare molto tempo ad aggiungere le cose manualmente. Per questa ragione molti link muoiono: il sistema è inadeguato. Un’altra caratteristica che manca nel WWW è un tipo di ipergrafico dinamico. Si tratta di un dispositivo che si attiva quando un lettore apre un link; tale dispositivo comunica al lettore dove lui o lei possono andare dopo. In sistemi che hanno dispositivi come questo, quali Storyspace, Intermedia, Microcosm, il lettore non si perde mai; si è sempre orientati, perché non soltanto si sa dove si può tornare, ma si conoscono anche i modi per andare avanti, e si ha quello che Mark Bernstein chiama “airlock”: prima di cadere nell’oscurità, un dispositivo ci permetterà di sapere dove siamo e dove si può andare. Il WWW per il momento non possiede nessuna di queste caratteristiche. Tuttavia, il WWW ha avuto un’importanza enorme, e questo per due ragioni: la prima consiste nella gratuità dell’uso; la seconda, nel fatto che il WWW offre, comunque, una certa idea dell’ipertesto. Ted Nelson parla di “docuverse”: tutti i documenti del mondo potrebbero, potenzialmente, essere collegati. Per quanto mi riguarda, il WWW è per Internet quello che il programma Hypercard è stato per i personal computer: Hypercard ha a che vedere con il momento dell’informatica legato al singolo personal computer, mentre il WWW ha a che vedere col personal computer collegato ad Internet. In entrambi i casi, tuttavia, l’utente adopera il sistema come un software praticamente gratuito ed è stimolato a volere molto di più. Si potrebbe sostenere che da Hypercard è venuto il WWW, e forse dal WWW avremo una forma di ipertesto più ricca, accessibile a molti.

Gino Roncaglia: Lei ha parlato di Storyspace. Può essere interessante delinearne la storia: come si è sviluppato, ed anche come continuerà a svilupparsi.

George P. Landow: Storyspace fu inizialmente ideato da un gruppo molto interessante, composto di tre persone: John Smith era un famoso professore di informatica negli USA; Jay Bolter, un classicista, da allora è diventato un teorico molto importante della tecnologia dell’informazione; è l’autore di Turing’s Man e di Writing Space. Infine, Michael Joyce, che è forse il romanziere e narratore di ipertesti più importante al mondo, certamente il primo scrittore di ipertesti di alto livello. Essi progettarono una specie di ambiente di scrittura che avrebbe consentito di realizzare esperimenti nello spazio elettronico. All’epoca chiamarono questo progetto “l’Intermedia dei poveri”, nel senso che ha molte delle caratteristiche del grande sistema Intermedia senza averne il prezzo elevato. È un sistema autonomo, si usa essenzialmente con una sola macchina, anche se quest’ultima può essere messa in rete; non funziona, tuttavia, come un vero ipertesto di rete: se io opero un cambiamento con la mia macchina su un ipertesto non lo si vede finché non salvo il documento e lo copio in ogni macchina, o lo distribuisco ad ogni macchina. Si tratta di un ipertesto non simultaneo, se confrontato con un vero ipertesto in tempo reale o simultaneo. Che cosa ha di buono Storyspace? Anzitutto, è molto facile creare i link, poiché non è necessario programmare niente. Inoltre, funziona con un’interfaccia grafica. In altre parole, se si vuole fare un link, si può usare il mouse per evidenziare una parola o una frase, si preme un tasto, poi si preme di nuovo dove si vuole che arrivi il link. Si può allora dargli un nome; si possono avere vari link contemporaneamente, e quando si selezionano, appare un menu che si forma automaticamente. In questo modo gran parte del lavoro è già svolto in modo automatico, ed è molto facile riconfigurare i link, cancellarli, rinominarli e così via. Ciò verrà reso superfluo, annientato dal WWW? Fino ad un certo punto, la risposta è affermativa, dal momento che molti di coloro che potrebbero voler usare un sistema come Toolbook, Storyspace, Intermedia, possono avere accesso alla rete Web. Durante i corsi di teoria letteraria e ipertesti ho scoperto che gli studenti che hanno usato Storyspace trovano molto frustrante lavorare nel Web; essi vedono la rete come una versione dell’ipertesto molto restrittiva e la ritengono molto “stupida”; ciò riduce il loro desiderio di scrivere nel WWW. Eppure molte persone si imbatteranno nella rete; quale vantaggio, allora, può avere Storyspace? Ebbene, per le persone che stanno imparando a farlo ha due pregi importanti; il primo consiste nella facilità di fare link e creare un modello di rete più vasto. Molti dei siti Web letterari e culturali che sono stati creati originariamente in America si basano su Storyspace che li esporta, a sua volta, in HTML; vale a dire che si può prima realizzare un ipertesto in Storyspace e poi perfezionarlo, se si vuole. Il secondo grande vantaggio di Storyspace è che offre una visione molto più ampia e completa dell’ipertesto che si sta realizzando. Qual è il suo futuro, io non so dirlo. Immagino che tutti i sistemi di ipertesto attuali saranno limitati per il fatto che operano negli ambienti informatici di oggi. Nei prossimi tre-cinque anni prevedo che tutti i sistemi operativi che abbiamo ora, che siano del tipo MacOS o del tipo Windows, dovranno evolversi verso qualcosa che integri in maniera più efficiente Internet, cioè verso il cosiddetto “docuverse”, con le capacità della macchina indipendente. Ci sono già molti ambienti informatici che funzionano in questo modo; il britannico Microcosm e l’americano Dynatext sono entrambi esempi di sistemi di documenti che hanno una forma di ipertesto in cui ciò che si fa sulla propria macchina si riflette nel modo in cui si vede il WWW. In altre parole, si potrebbe aprire un documento di qualcun altro in Dynatext e inserire i propri link nel documento di qualcun altro (la stessa cosa vale per quello che si può fare con Microcosm). È un po’ un fondersi del sé con l’altro senza fare connessioni. È un modo quasi automatico di creare comunità del sapere digitali, virtuali.

Gino Roncaglia: Parliamo ora della nuova versione del suo libro, Hypertext 2.0. Può dirci quali sono le differenze principali fra questa nuova edizione e la prima edizione del libro, quali sono i punti che ha cambiato o sviluppato nella sua esposizione?

George P. Landow: Hypertext 2.0 ha cercato di andare di pari passo con ciò che accade nell’ipertesto e nella cultura digitale… è come tentare di colpire un bersaglio mobile quando il bersaglio si muove a grande velocità. Naturalmente, la cosa più importante che si deve considerare è la questione del tipo di rapporto esistente tra il WWW e l’ipertesto vero e proprio. Il primo capitolo è stato diviso in due nuovi capitoli; c’è ancora il tentativo di mostrare una convergenza tra forme diverse di ipertesto e l’attuale teoria critica, la teoria del postmodernismo e il poststrutturalismo. La nuova parte cerca, tuttavia, di considerare una vasta gamma di sistemi di ipertesto dal WWW agli altri, come Dynatext, Storyspace, Sepia o HyperG, mostrando come ciascuno sia, in un certo senso, generato – se si può chiamare così qualcosa che è immateriale – dalle teorie dell’ipertesto. Ogni capitolo, in realtà ogni pagina, è stato cambiato, perché piuttosto che fare ampi riferimenti a Intermedia ho cercato di riferirmi ad un più generico medium di ipertesto e, successivamente, di riferirmi a sistemi specifici via via che andavo avanti. Inoltre, sono state aggiunte nuove parti sulla teoria della letteratura; c’è una nuova sezione su Deleuze e Guattari e i Plateaux e l’idea di rizoma e dell’ipertesto come scrittura rizomatica. Sono state aggiunte le sezioni sull’insegnamento, poiché il mio modo di usare l’ipertesto nell’insegnamento è cambiato e perché è passato dall’ipertesto puramente informativo, molto strutturato, alle applicazioni dell’ipertesto, che mettono in risalto il fatto che gli studenti devono inventare nuove forme di scrittura per l’ambiente elettronico. Allo stesso modo, il capitolo sulla narrativa e sulla poesia ipertestuali è molto più lungo, perché ora si hanno molti più esempi di grandissima narrativa ipertestuale di quando ne scrissi in precedenza. C’è un capitolo del tutto nuovo sulla scrittura per l’ambiente elettronico che riassume quanto sono riuscito a concludere sulla stilistica e sulla retorica degli ipermedia. Inoltre, c’è del nuovo materiale nella sezione sulla politica degli ipermedia, in cui introduco alcune questioni che sono state sollevate rispetto WWW: parlo della censura e della mia idea che la maggior parte delle questioni che sono state sollevate sulla censura siano, in realtà, questioni economiche e non riguardino assolutamente la salvaguardia della morale.

Gino Roncaglia: Per quanto riguarda la critica letteraria moderna, la teoria dell’ipertesto appare collegata con l’approccio decostruzionista allo studio dei testi. D’altra parte, dal punto di vista formale l’ipertesto sembra essere qualcosa di fortemente strutturato. Cosa ne pensa della relazione fra ipertesto e decostruzionismo?

George P. Landow: Cercando una relazione fra ipertesto, strutturalismo e costruttivismo, bisogna ricordare che ci sono varie modalità e generi di ipertesto proprio come ci sono diverse modalità e generi di scrittura e di stampa. Certamente, quando si considera una enciclopedia, un manuale di consultazione, un compendio di ingegneria, essi appaiono testi estremamente strutturati, e si vorrebbe impedire a chiunque di aggiungere qualcosa o di cambiare il testo; non si vuole che il manuale per riparare l’aereo su cui si vola sia aborracciato da un amatore. D’altra parte, l’ipertesto didattico e l’ipertesto creativo tendono a variare nel loro grado di strutturazione. Michael Joyce, lo scrittore di romanzi ipertestuali, osservò, diversi anni fa, in un articolo importante, che ci sono due tipi di ipertesto: l’ipertesto in cui si scoprono delle cose e l’ipertesto che si costruisce. Per una teoria dell’ipertesto, possiamo dire che esso viene soltanto letto e il materiale – come in una enciclopedia – è già lì, ma i lettori si creano la loro propria esperienza basata sulle scelte personali. Questo è un modo di considerare la questione. Un altro modo è: dipende da quanto è grande la rete, da quanto è ampia. Se si parla di un’enciclopedia di cultura, di storia dell’arte o di un dizionario in forma elettronica, o si parla solo del dizionario, esso è qualcosa di perfettamente strutturato. Ma se quel dizionario è inserito nel WWW, e chiunque può imbattersi in un elemento di quel dizionario usando un motore di ricerca o un link, allora, lo stesso documento diventa molto meno strutturato perché può essere usato in vari modi. Ci sono diverse forme di ipertesto. Se si guarda alla loro genesi, una forma di ipertesto è originariamente creata per la stampa in volumi separati; un’altra forma di ipertesto è quello creato per un ambiente elettronico. Ciascuno di essi porta le tracce di come devono essere usati e di come sono stati usati in passato. Una domanda può essere: che cosa avviene nella strutturazione quando un documento, una unità di lettura può avere molte funzioni? A questa domanda risponderò con un esempio, considerando un’edizione a stampa o un piccolissimo ipertesto di un lavoro didattico, o anche un’opera creativa; un brano di Dante: se si guarda il brano e si trova un riferimento a Sant’Agostino, in un libro si potrebbe avere una nota a piè di pagina. Si potrebbe anche avere l’equivalente di una nota a piè di pagina nel WWW. Poiché la lunghezza è molto diversa, e nel formato elettronico diverse sono le risorse, ciò che deve essere una piccola nota a piè di pagina nella stampa, nel WWW o in un altro sistema di ipertesto potrebbe essere un intero saggio. Ora: la questione è che il saggio potrebbe essere il documento principale e Dante potrebbe funzionare come nota a piè di pagina, oppure Dante potrebbe essere il documento principale e quel saggio potrebbe essere la nota a piè di pagina. Quello stesso saggio può, in realtà, essere collegato a qualcosa su Sant’Agostino. Attualmente sembra che ci sia un contrasto tra gerarchie accuratamente strutturate e ciò che avviene nei testi nel WWW. Penso che le persone che lavorano con SGML e le teorie delle strutture del testo debbano creare forme dinamiche di strutturazione dei testi in modo che queste strutture solide esistano e allo stesso tempo si modifichino mentre vengono lette in contesti diversi. Lei mi ha posto la domanda sulla relazione con la critica letteraria. Dal mio punto di vista non c’è molto collegamento tra l’ipertesto e lo strutturalismo, viceversa, credo che i collegamenti siano fra l’ipertesto e il poststrutturalismo. Ma, di nuovo, una delle cose che Jacques Derrida – il “padre” del poststrutturalismo – ci insegna, è che non serve a nulla fare opposizioni nette, opposizioni binarie; perciò, non si possono realmente giustapporre, opporre diametralmente, testo stampato ed ipertesto, o testo stampato e testo digitale e considerarli come bianco e nero, come due cose opposte, poiché esse si compenetrano. Si tratta, in realtà, di un modo di pensare in termini di spettri, che in certe aree di interattività – delle nozioni del sé, della proprietà intellettuale, dell’impermeabilità – i testi stampati esistono ad un’estremità dello spettro e un po’ più in là abbiamo l’ipertesto. Il testo digitale si trova a metà strada. Non si può pensare ad opposizioni assolute, non ha molto senso.

Gino Roncaglia: Sembra, dalla sua esposizione, che Lei abbia una concezione dell’ipertesto in cui molto importante è la possibilità di cambiare dinamicamente la struttura stessa del testo; in altre parole, molto importante risulta la possibilità di collaborare. In questa prospettiva, che ne è dell’autore?

George P. Landow: La nostra sensazione che l’autore sia diverso in un ambiente elettronico è assolutamente giusta, perché penso che le nostre nozioni di autorialità, il nostro timore della collaborazione, molte delle nostre concezioni sul diritto d’autore e la proprietà dell’autore derivino direttamente dal mondo della stampa. Era necessario dare agli editori, ai librai e agli autori i mezzi per sopravvivere economicamente – molti dei primi editori fallirono – perciò abbiamo sviluppato un concetto di proprietà dell’autore. Affermiamo questo forte concetto di professione dello scrittore per il quale, essenzialmente, ciò che si suppone che gli autori facciano è creare qualcosa dal nulla. In questa prospettiva, hanno molto più senso sia l’idea del poststrutturalismo sia l’idea medievale, che ritiene l’unico vero creatore Dio; in base a tale concezione gli esseri umani combinano le cose tra loro e basta. Il concetto dell’autore “forte” ha molto senso se si pensa che il nostro paradigma sia un libro, ma con il libro elettronico tale concezione non funziona altrettanto bene. Proviamo a pensare che il nostro paradigma sia non il libro ma la biblioteca: ogni autore ha solo in parte voce in capitolo nella biblioteca; e non ci stupiamo che io scriva un libro, lo pubblichi, che il libro venga messo in biblioteca e poi un mese più tardi appaia un altro libro. Questo è ciò che, in realtà, accade continuamente in un ambiente elettronico; e una volta che si sposta il proprio paradigma per pensare ad una biblioteca anziché al singolo libro, il concetto di un controllo condiviso di tutte le idee che arrivano in uno spazio intellettuale non è affatto sorprendente, perché questo è quello che succede. Se si osserva la sezione delle recensioni dei libri, si noterà che le idee cambiano appena si aggiungono nuove idee. Per tale ragione io penso che ciò che dobbiamo fare sia modificare il nostro pensiero, in modo da guardare alle biblioteche elettroniche come ad un mezzo per affrontare questa crisi della cultura, per non vederla più come il singolo documento o il singolo libro. Quando si pensa al modo in cui i libri sono effettivamente scritti, naturalmente siamo molto più vicini ai film. Il mio editore ha molto da dire, e anche il grafico; tutte le persone che hanno contribuito alle mie idee dovrebbero partecipare. E come ho mostrato in tutte e due le versioni del mio libro, nelle scienze, il concetto di autorialità è molto diverso da quello che c’è negli studi umanistici. Io credo che siano le condizioni economiche diverse che hanno regolato il criterio di qual è l’autore forte e l’autore debole. Se in medicina uno possiede un laboratorio e ottiene finanziamenti per il laboratorio, il suo nome va sui documenti che sono scritti in quel laboratorio. Se uno conduce la parte principale di un esperimento, in molte scienze, il suo nome è scritto su tutti i documenti che vanno sotto quella rubrica. Nelle materie letterarie io posso dare ai miei studenti i miei appunti, potrei dare alle persone quadri che ho collezionato che sono molto difficili da trovare, posso dar loro manoscritti e, se sono fortunato, mi ringrazieranno nella prefazione per essere stato d’aiuto. Se ciò avvenisse nelle scienze, sarei considerato il co-autore. Questo mi è successo molte volte: ho fatto pubblicazioni in riviste scientifiche o in riviste e qualcuno ha detto: “Abbiamo messo il tuo nome sulla rivista”, e ho scoperto che avevo scritto qualcosa. Evidentemente è una questione di definizione culturale e di decisione economica per le quali ci siamo abituati a un determinato concetto dell’autore forte; ciò è stato necessario fino ad ora, ma penso che falsifichi la realtà in molti modi. In un bellissimo libro scritto da un signore che si chiama James Boyle sulla legge e Internet, l’autore osserva che i problemi dell’Occidente col Terzo Mondo spesso nascono dai concetti di Copyright basati sul nostro concetto dell’autore forte. Una tribù o un gruppo di persone, per esempio, non possono avere il copyright su nulla, poiché tutto ciò che creano è qualcosa di dominio pubblico. Quindi, se uno scienziato occidentale va in qualche comunità rurale e prende il grano che quei contadini hanno selezionato in millenni e che è resistente alla muffa e alla putrefazione, lo porta a casa, opera delle piccole modifiche, lo scienziato può prendersi il copyright su quello. Adesso il contadino deve pagare per il seme a cui lui ha contribuito per il 99 per cento; gli agricoltori pensano che gli è stato rubato il lavoro; la ditta che produce i semi pensa che essi gli vengono rubati, e questo perché si ha un’idea diversa dell’autore forte. L’autore forte è la comunità oppure è l’individuo, che secondo la definizione del sé della società occidentale può essere una ditta? Questo è un caso in cui entrambe le definizioni hanno un senso; entrambe provengono da culture diverse e stanno causando moltissime privazioni e incomprensioni. Penso che dovremmo avere una maggiore autocoscienza delle nostre idee di autorialità prima di poter decidere cosa ne vogliamo fare.

Gino Roncaglia: D’altro canto, sembra che l’autore che non è più forte senta ancora l’esigenza di un messaggio forte: in genere c’è un messaggio preciso che l’autore vuol trasmettere, specialmente nelle scienze umane. Come può, quest’ultimo, mantenere la possibilità di trasmettere un messaggio forte in un contesto in cui egli stesso non è più un autore forte, “tradizionale”?

George P. Landow: Penso che ci siano modi in cui l’autore può mantenere la voce unitaria, se questo è quello che l’autore vuole. Di nuovo, si ritorna alla differenza tra il paradigma del libro e della biblioteca: se un individuo vuole mantenere l’isolamento della voce o la potenza della singola voce, si deve creare una zona di isolamento intorno a quella voce. In altri termini, le persone che stanno scrivendo in ambienti multivocali, complessi, devono sviluppare una retorica e una politica della voce forte, e questo è abbastanza possibile. D’altro canto, per quanto riguarda la versione elettronica del mio libro, penso che si possa affermare che esso contiene una voce forte che lo percorre; ha un tono molto caratteristico, una specifica scelta degli argomenti; nella cultura della stampa, tale specificità è la mia voce. Quando io ne ho fatto un libro elettronico, vi abbiamo allegato molte voci di altre persone. Lei potrebbe sostenere, come penso anch’io, che ho perso il controllo sul discorso perché abbiamo creato una biblioteca elettronica in miniatura. Se non le piacciono le mie teorie o le mie opinioni su Barthes o su Derrida o i critici marxiani, può seguire quelle di qualcun altro. In questa direzione la questione diventa: come posso assicurarmi che Lei mantenga la sua voce o la mia voce? Una cosa da fare è di rendere ben chiaro al lettore dove comincia il mio testo e dove quello di qualcun altro comincia, si interrompe e riprende. Dove sono i confini? Dobbiamo avere una retorica, in altri termini, dei confini e dei limiti del documento. Questo si mette in atto spesso nel WWW attraverso la creazione di uno stile unitario all’interno di un sito, ad esempio attraverso l’uso di colori di sfondo, o di immagini nell’intestazione o nel piè di pagina dei documenti; in questo modo, una volta che Lei lascia il mio documento sa che ha trovato qualcos’altro, e quando torna indietro sa dov’è. In altri termini, per concludere, penso che sia ben possibile mantenere la voce unitaria se questo è ciò che si vuole fare. Tuttavia, non si devono dimenticare i vantaggi dell’espressione multivocale: lo stesso testo può essere letto in diversi modi. Penso che molti autori desidererebbero avere l’espressione multivocale allo stesso modo in cui molti altri desiderano avere i loro libri nelle biblioteche accanto a quelli di persone da cui discordano, purché i loro libri possano essere letti almeno una volta così come vogliono loro. Nella forma elettronica si potrebbe dare la facoltà al lettore di scegliere in che modo leggere il libro; dovrebbe essere altresì possibile consentire che si legga il libro in maniera isolata: si tratta, si, di un ipertesto, ma la prima volta si legge solo attraverso quello che ha scritto l’autore; soltanto dopo si apriranno i nuovi link.

Gino Roncaglia: C’è una differenza nel modo in cui lei esprime la sua voce, la sua opinione, la sua posizione – in particolare nello svolgere un’argomentazione – quando scrive in forma lineare in un libro standard rispetto alla scrittura in forma ipertestuale?

George P. Landow: Penso che ci siano sia un tono diverso che un insieme diverso di strategie o tecniche caratteristiche nel testo stampato rispetto al testo digitale, in particolare all’ipertesto. La possibilità di fare link permette sia al lettore sia all’autore di imbattersi negli argomenti in ordine diverso. Molte volte, mentre parlo con lei, dico che ci sono tre modi per fare qualcosa, ma questi tre modi sono solo una questione di numerazione, non c’è un vero crescendo. “Tre” non è per forza più importante di “uno”. Ci hanno, però, insegnato in retorica, che quando si scrive si deve cercare di costruire un crescendo. Se si scrive per il mezzo elettronico, che consente ramificazioni, basta informare il lettore che ci sono degli argomenti; il lettore può voler guardare alcuni argomenti ma non altri, può semplicemente accettare quello che l’autore dice e non voler approfondire troppo (è anche possibile che la documentazione a sostegno di una tesi si arricchisca e conduca sempre più lontano dall’argomento principale, se è questo che interessa al lettore). Si può, quindi, assottigliare il proprio discorso allo stesso modo in cui le persone scrivono libri, e dare le informazioni a richiesta. L’altra possibilità è che se ci si collega alle idee di altre persone o ad altre versioni del proprio lavoro precedente – alle altre parti di sé -, si può cambiare tono di molto. Penso, inoltre, che le persone usino le citazioni o le informazioni in maniera assai diversa. Una delle cose che si impara quando si scrive un libro è che se si cita da qualcun altro, se si cita troppo, si appare dipendenti dall’altra persona; il modo per dominare il testo di un altro, dunque, è di riassumerlo in termini propri e citare parti molto brevi; si può citare una volta e poi farvi riferimento con una frase chiave o un riassunto. Ma nell’operare un’analisi di un passo di Giovanni Boccaccio o di Dante Alighieri o di James Joyce o di Thomas Mann, si può voler avere un lungo brano, troppo lungo per poterlo citare nel testo; allora vi si fa un semplicemente riferimento e ci si collega ad esso con un link e il lettore lo può riprendere molte volte nel discorso. Quando si ha a che vedere non con fonti primarie ma con lavori di altri studiosi, mi sembra più onesto trascrivere un lungo brano del testo in modo bachtiniano: lasciamo che il testo parli per sé piuttosto che cercare di dominarlo. Questa operazione crea un tono molto diverso, quasi più umile, perché si lascia che l’altra persona esprima la sua opinione lasciando che il testo acquisti una maggiore presenza. Queste che ho elencato sono tre differenze importanti. Un quarto tipo di differenza nell’argomentazione è che penso si possano usare le immagini molto più spesso perché è più economico, in termini di risorse, usare le immagini in un ambiente ipertestuale. Se si fa riferimento ai testi si può, come ho detto, collegarvisi tramite un link; allo stesso modo si fa riferimento alle immagini: si può inserire un link che colleghi all’immagine in modi che sarebbero troppo complessi in un testo.

Gino Roncaglia: Come usa i nuovi media e gli ipertesti nella sua attività di insegnante?

George P. Landow: Ci sono tre modi in cui io ho usato e continuo ad usare l’ipertesto nell’insegnamento. Il primo è come grande biblioteca elettronica o strumento di riferimento attraverso cui gli studenti possono contestualizzare una determinata opera o fenomeno letterario e scoprire cosa succedeva nella società, nella teoria politica, nella critica letteraria, nell’economia, a quel tempo. Il secondo modo è quello di usare l’ipertesto nella sua forma più dinamica come un ambiente di lavoro collaborativo che cambia continuamente; ogni studente può aggiungere il proprio testo alla biblioteca elettronica, cosicché gli studenti diventano automaticamente parte del testo. Ci si ritrova, in questo modo, ad aver creato una specie di appendice riassuntiva del corso. Certi corsi – quelli che in America chiamiamo “course”, ovvero una serie di conferenze – riuniscono attorno a sé persone che, magari, si sono laureate una decina d’anni prima ma fanno ancora parte del seminario. Si può, infine, usare l’ipertesto nell’insegnamento per sviluppare modi di scrittura, moduli retorici, per imparare come argomentare e come scrivere sia una prosa creativa e discorsiva nell’ambiente elettronico, sia in maniera ipertestuale ma facendo riferimento ad altre forme di testo digitale. Ci sono molti testi digitali nel WWW che non sono propriamente ipertestuali; c’è narrativa ipertestuale nella rete e c’è una narrativa digitale vera e propria che consiste in lunghissime sequenze di testo con animazioni, suoni e colori che non si potrebbero avere in un libro ma che, tuttavia, non hanno le ramificazioni proprie dell’ipertesto.

Gino Roncaglia: Abbiamo in progetto una serie di video e libri per le scuole, e sarebbe interessante ascoltare i Suoi suggerimenti pratici. Quale può essere il suo consiglio pratico ad un professore che ha la possibilità di usare i nuovi media?

George P. Landow: Gli studenti devono cominciare ad usare i nuovi media molto giovani, dunque durante il corso di studi che precede l’università. Ma, di nuovo, quando parlo dei nuovi media, mi interessa, nel complesso, l’ipertesto come immagine testuale più che come immagini in movimento. Michael Joyce, il teorico dell’ipertesto, programmatore e scrittore di ipertesti narrativi, ha sostenuto varie volte che l’ipertesto è la vendetta del testo sulla televisione. Io penso che molti dei nuovi media cerchino, in realtà, di tenere sotto controllo quella modalità di trasmissione, mentre il grande valore educativo dell’ipertesto sta nell’offrire a chi impara ciò che desidera imparare quando vuole impararlo; esso è rivolto a chi impara. L’ipertesto didattico e le cose migliori dei nuovi media didattici sono ambienti di apprendimento, non di insegnamento. Questo tipo di attivazione dello studente in maniera costruttiva deve predominare se vuole essere efficiente! Non penso, inoltre, che il video, la trasmissione televisiva siano il sistema più efficiente per far apprendere, poiché immettono gli studenti nelle stesse vecchie grandi aule per ascoltare qualcuno che – per quanto brillante sia – parla loro ‘dall’alto’. Certo, ascoltare è importante e necessario, ma è molto più importante se lo studente agisce per ottenere un risultato; si impara molto di più quando si fa qualcosa. Una cosa che ho scoperto è che gli studenti scrivono molto meglio quando sanno che stanno scrivendo per un altro lettore; appena vengono a conoscenza del fatto che il loro lavoro verrà letto da altri studenti o da persone in altre parti del mondo, vi tornano sopra per migliorarlo. Questo è un esempio di conseguenza positiva, involontaria dello scrivere per un ambiente collegato in rete. L’abitudine di pensare ad un modello di trasmissione televisiva come ad una cosa suprema è molto pericoloso per i nuovi media. Stiamo parlando di cose come la push technology, per la quale uno accende il proprio computer collegato a WWW e questo diventa una specie di televisore attraverso cui gli vengono “lanciate” le informazioni. Penso che ci sia sempre bisogno della televisione; tuttavia, per quanto riguarda l’insegnamento penso che sia necessario che gli studenti facciano scelte e guidino questi media. Ciò non significa che questi ultimi si debbano limitare a giocherellare senza scopo, viceversa, devono avere dei compiti che li rendano attivi, sia per scoprire sia per produrre conoscenza. Le persone non vanno in biblioteca e non usano materiale didattico ed educativo senza scopo, lo fanno perché hanno da svolgere un compito o hanno uno scopo o vogliono imparare qualcosa.

Gino Roncaglia: E la narrativa ipertestuale?

George P. Landow: La narrativa ipertestuale è nuova, e se si guarda il rapporto tra la narrativa ipertestuale e la novità del mezzo, è stupefacente come essa progredisca. Tuttavia, ancora non si può dire quale sia il grande romanzo ipertestuale, siamo solo agli inizi. Ci sono opere che ritengo molto importanti, come Afternoon di Michael Joyce; si tratta di un grande modello modernista. L’autore mette l’accento non tanto sulla scelta del lettore ma sul modo in cui il romanziere ipertestuale può usare diverse ramificazioni per permettere al lettore di costruire molte storie, di ognuna delle quali può avere il controllo; in realtà, si può diventare ancor più che autore, più che un autore forte, se è così che si vuol lavorare. Carolyn Guyer, in Quibbling, è uno di quegli autori che permettono al lettore di muoversi nei singoli documenti come il lettore vuole, e non solo di seguire i link; si può andare ad una cartina e seguire qualcosa a cui si è già interessati. A mio avviso l’ipertesto più interessante finora è Patchwork Girl, di Shelly Jackson; si tratta di un romanzo “Storyspace” che può essere letto sia in ambiente Windows che Macintosh (meglio in Macintosh perché contiene più funzioni). Racconta la storia di un mostro, Frankenstein donna, che nel romanzo di Mary Shelley non è mai compiuta, ma in questa storia ha vissuto fino ad avere 180 anni: è alta due metri e dieci, gode di ottima salute. La costruzione del suo corpo attraverso la storia diventa un paradigma del nostro modo di costruire il gender, di costruire l’identità, e del nostro modo di leggere ogni testo. Come molti degli ipertesti di adesso, è molto autoreferenziale, postmoderno; è un testo serio e allo stesso tempo molto divertente. L’autrice usa il pastiche e il collage, e il lettore deve stabilire i significati egli stesso. Si possono anche prendere molte strade diverse lungo la stessa storia e trovare un’estetica; ciò significa che se uno arriva alla stessa unità di lettura da un punto di vista diverso, questa deve funzionare con un diverso inizio e una diversa fine. Robert Coover, uno dei grandi sostenitori dell’ipertesto, sostiene che, forse, l’ipertesto è più un mezzo poetico che narrativo. Certamente, molte delle opere che si vedono funzionano secondo vari tipi di rimandi, echi e metafore, ed è ben possibile considerarle poetiche. L’ipertesto è forse una forma narrativa poetica, un romanzo lirico o una vera e propria forma lirica. Ci possono essere momenti molto intensi e scene d’atmosfera, ma di rado si ha una climax potente, e ciò risulta strano, ovviamente, solo se si ha in mente il romanzo dell’Ottocento. Se si pensa al Decamerone o alla narrativa giapponese antica o contemporanea, appare come un modo pienamente accettabile di costruire storie piuttosto che una singola storia. Se si guarda all’era della scrittura e della lettura ad alta voce, si ha il romanzo cavalleresco; se si guarda all’era della stampa, si ha il romanzo. La domanda è: come sarà l’era della scrittura digitale? Potrebbe essere l’era della narrativa ipertestuale, ma la narrativa prende una forma piuttosto nuova e non assomiglia al romanzo così come lo conosciamo. Il testo può essere più frammentario, può essere più ricco, può essere a più voci. Ma pensiamo alla differenza tra la versione cinematografica di un romanzo che ha successo e il romanzo originario: se hanno veramente successo, sono opere diverse perché il mezzo è diverso.

Advertisements

Written by ELR

November 26, 2017 at 11:15 am

#ELRFEAT: Entrevista con Mark Bernstein (1999)

leave a comment »

Sigue la serie de #ELRFEAT con una entrevista de Susana Pajares Tosca con Mark Bernstein del 1999. Con el permiso de la autora republicamos esta entrevista que salió por primera vez en la revista online “Pendiente Migración” de la Universidad Complutense de Madrid.

 

ENTREVISTA CON MARK BERSTEIN, CIENTÍFICO JEFE DE EASTGATE

Entre el arte y la ciencia

 

Susana Pajares Tosca: ¿Dónde están los hipertextos? (Es una pregunta con trampa)

Mark Bernsterin: En primer lugar es importante recordar lo lejos que hemos llegado hasta ahora. Tenemos muchos buenos hipertextos. La red es maravillosa, florece y –aunque gran parte de la red es sólo superficialmente hipertextual- avanza a pasos agigantados. A pesar de todo, nuestras estanterías virtuales aún están bastante vacías.

¿Dónde están los hipertextos? Algunos se están escondiendo de la tontería, de los argumentos triviales que se pronuncian como juicios y edictos culturales. Preocupaciones como que la pantalla parpadea, que se parece demasiado a la TV, o el test de Bolter (si se puede leer en la bañera) no se pueden tomar en serio, pero los medios y los periodistas parecen tomarlas en serio.

Algunos de nuestros hipertextos se han perdido en el cisma entre las dos culturas. Pensamos que el arte y la ciencia deben colaborar, pero al mismo tiempo nos comportamos como si nos sorprendiera y molestara que se acerquen demasiado. Unir arte y tecnología parece extraño, antinatural y aberrante. A los poetas no les parece raro esperar que la gente aprenda italiano medieval para poder leer a Dante, pero aprender un poquito de programación les parece una imposición inaceptable. Tenemos que cambiar esto.

Algunos hipertextos tienen miedo de la teoría literaria, o se retrasan porque los escritores no entienden inmediatamente que la escritura no es lineal porque sí, ni siquiera en papel. La narrativa siempre gira y se enlaza, siempre escribimos en nudos y reflejos, montajes y fintas. El hipertexto nos da una nueva posibilidad para hacer esto, y a veces la libertad de hacer bien lo que siempre hemos hecho con dificultad nos aterroriza.

Susana Pajares Tosca: ¿Por qué la mayoría de hipertextos tratan los temas de la identidad fragmentada o de la escritura?

Mark Bernsterin: Sí, son dos temas comunes, pero probablemente sea una exageración decir que la mayoría de hipertextos tratan de ellos.

Aún así estos temas son bastante comunes, y también provocan extrañas coincidencias. Durante un tiempo hubo accidentes de coche por todas partes (afternoon, Victory Garden, I Have Said Nothing, Uncle Buddy´s Pahntom Funhouse, Ambulance). El desmembramiento es otra imagen típica (In Small & Large Pieces y Patchwork Girl – dos obras que por lo demás no se parecen en nada, y en Cyborg: Engineering the Body Electric).

Parte de esto es por supuesto coincidencia, otras veces es simplemente alusión. Algunos aspectos del hipertexto –su fragmentación, su tendencia a los lazos, su conexión con la máquina- sugieren estos temas también. Y escribir sobre escribir ha estado en el aire durante todo el siglo XX: igual que la pintura del siglo puede ser definida como pintura sobre pintar, gran parte de la literatura del siglo XX se concentra en entender su propio medio de expresión.

Susana Pajares Tosca: ¿Por qué los hipertextos que tenemos son tan vanguardistas literariamente hablando y no hay otros géneros?

Mark Bernsterin: En parte por definición: la literatura que no nos es familiar es automáticamente calificada de vanguardista, y tiende a ser recompensada según su novedad –lo que Michael Joyce llama su “proximidad inexorable”.

Todavía no tenemos géneros hipertextuales porque aún no tenemos suficientes hipertextos. Se pueden ver atisbos de formación de género aquí y allí –hay una relación interesante entre Lust de Arnold y Samplers de Larsen, por ejemplo- pero los géneros se forman por acumulación.

Si por “género” te refieres al sentido peyorativo –como en “ficción de género”- el problema es técnico. Muchos géneros populares actuales son una revisitación de una secuencia ritual, llevando al lector por lugares familiares hasta una resolución que podemos anticipar pero que, gracias a la habilidad del escritor, aún nos sorprende y deleita. El misterio, en particular, es un ritual: el mundo está dañado, y el protagonista ha de echarse a las malvadas calles para intentar volver a poner el mundo en un estado tolerable. Es muy difícil combinar esta secuencia ritual con el hipertexto. No digo que no se pudiera hacer, pero los que lo ha intentado se han concentrado en presentar los misterios como puzzles. Han estado trabajando desde el punto de vista equivocado.

Susana Pajares Tosca: ¿Qué echa de menos en la literatura hipertextual?

Mark Bernsterin: ¡Principalmente desearía que hubiera más! ¿Dónde están los hipertextos? Nuestras estanterías virtuales están mucho más llenas que en el 87, pero se podría hacer muchísimo más.

No tenemos hipertextos en las ciencias, en la ingeniería o las matemáticas, ni siquiera en la informática.

Nuestros hipertextos tienden a ser serios, y a menudo son tristes. Eso es lo que me parece peor. ¿Dónde está la alegría? ¿Dónde está el amor? ¿Dónde se esconden el schlemiel y el schlemazel?* No me malinterpretes: la seriedad es buena e importante. No es que me quiera ir a tomar unas cervezas precisamente con los muchachos de Esperando a Godot o a ligar con ninguno de los de Macbeth. Pero la amplitud es importante. (Me sentiría más a gusto si supiera que podemos hacerlo; a los pianistas no les debe resultar muy gratificante estéticamente hacer ejercicios y escalas, pero es bueno saber que puedes hacerlo si lo necesitas).

Susana Pajares Tosca: ¿Cuál es el papel de Eastgate en este mundo del Hipertexto?

Mark Bernsterin: Estamos entre la vela y las estrellas.

Por un lado, Eastgate es una compañía que hace tecnología. Creamos herramientas hipertextuales, software para que la gente escriba de formas que antes eran imposibles. Eso quiere decir que estamos muy unidos a la informática y a la ingeniería de software que hace posibles estos progresos.

Por otro lado, Eastgate es una editorial de hipertextos. Buscamos hipertextos de calidad que puedan cambiar a la gente y al medio. No nos detiene el trabajo duro.

Así que Eastgate está en un punto interesante, cambiando constantemente entre lo tangible y lo intangible, entre el arte y la ciencia, entre plazos inminentes y horizontes que se extienden durante décadas. No es extraño pasar de estudiar procesos sobre comercialización de embalajes a diseñar nuevos algoritmos de enlace en pocos minutos.

De hecho, una de nuestras herramientas hipertextuales, Storyspace, ha terminado teniendo un papel muy interesante en la investigación sobre hipertexto; para mucha gente se ha convertido en el sistema básico, la herramienta general de hipertexto que la gente conoce primero. Aquí en Darmstadt hay mapas de Storyspace por todas partes, en libros de texto de Sociología y en las notas que toman los asistentes a un taller de Hiperficción…

Susana Pajares Tosca: Eastgate parece el ejemplo perfecto de “tender puentes en el abismo” entre la ciencia y el arte. ¿Han alcanzado ustedes un equilibrio que el resto parece no entender?

Mark Bernsterin: ¡Mantener el equilibrio siempre es difícil!

Conectar la ciencia y el arte es lo que hacemos, es la idea principal detrás de Eastgate. Si hemos tenido éxito ha sido gracias a un grupo excepcional de gente con talento y un grupo excepcionalmente paciente de inversores y directores.

Susana Pajares Tosca: ¿Por qué es útil una Conferencia como ésta?

Mark Bernsterin: Las Conferencias para investigadores son todavía la mejor forma de compartir nuevas ideas y descubrimientos. Las publicaciones periódicas y libros son demasiado lentos.

Otra parte importante de las Hypertext Conferences (Conferencias sobre Hipertexto, de las que esta es la décima), es la oportunidad de discutir nuevas ideas con la gente más brillante del campo. El año pasado, por ejemplo, quería adaptar partes del sistema seminal MacWeb de representación del conocimiento de Marc y Jocelyn Nanard para utilizarlo en las nuevas herramientas de exportación a HTML para Storyspace. Arrinconé a Jocelyn Nanard en la recepción para pedirle consejo sobre el implemento de algunos detalles que no siempre se incluyen en los artículos pero que pueden ser muy importantes para construir sistemas que la gente usa día a día. Me dijo que estaba afrontando el problema por el lado equivocado, y acabamos teniendo una conferencia ad hoc junto con Daniel Schwabe. Planificamos el diseño de la nueva facilidad de exportación HTML en cosa de una hora, y ha resultado ser una de las mejores cosas del nuevo Storyspace.

Susana Pajares Tosca: ¿Ha encontrado alguna idea nueva interesante este año? (¿O es un secreto?)

Mark Bernsterin: Normalmente me lleva un mes o así extraer la idea (o ideas) clave. La idea de Peter Nürnberg sobre informática estructural es prometedora, y la demostración de un reimplemento colaborativo de VIKI sobre un servidor estructural fue espectacular. Esto me sugiere unas cuantas estrategias para nuestro nuevo proyecto de sistemas. El Taller de escritores originó una gran cantidad de “cosas que los escritores desean”; y pasaré sin duda muchas horas meditando sobre su lista.

También es interesante ver como mi ponencia de 1998: “Estructuras de Hipertexto” ha sido leída y entendida de forma muy diferente por gente diferente. En particular hubo un grupo muy interesante de ponencias críticas (se me ocurre pensar en Walker, Tosca, Calvi y Rau) y algunas ponencias en los talleres sobre lenguajes para estructuras (Schwabe, los Nanard, Bieber). Estos dos campos parten de actitudes y lenguajes muy diferentes; reconciliar ambas aproximaciones requerirá una meditación cuidadosa.

Susana Pajares Tosca: Usted tiene una gran experiencia de conferencias de hipertexto… ¿cómo ha evolucionado este campo en los últimos años?

Mark Bernsterin: En los primerísimos años, la gente estaba preocupada sobre todo por el problema de la navegación y por los expedientes (estándares y modelos) para afrontar el enorme coste de crear los primeros sistemas hipertextuales. Ambas cuestiones se revelaron después como parcialmente irrelevantes: el problema de la navegación era una ilusión. Los sistemas hipertextuales ya no son tan caros de hacer, así que no es vital codificarlo todo según una especie de denominador común general.

Lo que no entendimos en esos primeros años era que escribir hipertexto llegaría a ser un desafío que introduciría nuevas cuestiones muy interesantes sobre retórica y técnica. Durante un tiempo existió una gran tensión entre escritores e ingenieros. Esta tensión se ha disipado ahora, hasta llegar al maravilloso espíritu cooperativo de la conferencia de este año. Por ejemplo, el taller de escritores de Deena Larsen estaba lleno de escritores y diseñadores de sistemas. Este fenómeno es nuevo y muy positivo.

Susana Pajares Tosca: ¿Cómo ve el futuro de esta conferencia?

Mark Bernsterin: Es una conferencia excepcional, probablemente la más fuerte y consistente que conozco. La gente se preocupó durante un tiempo de que el hipertexto desaparecería porque sería demasiado fácil y obvio; eso aún no ha sucedido. Aún tenemos muchos desafíos interesantes.

Espero ver más trabajos sobre sistemas próximamente, investigaciones sobre nueva tecnología de software que exploren extrañas y nuevas ideas.

Susana Pajares Tosca: ¿Determina la importancia de la WWW nuevas actitudes frente al hipertexto o vivimos de espaldas al mundo real?

Mark Bernsterin: Las determina mucho. La red proporciona un maravilloso conjunto de documentos y un increíble campo de pruebas para nuestras ideas. Mozilla puede ser muy importante para la investigación en los próximos años; debería ser factible para un investigador crear un navegador muy sofisticado (u otro cliente de Web) para explorar ideas novedosas.

Tenemos que ser conscientes de lo que la red es y lo que no es. No es un interfaz de usuario; podemos (y debemos) ir más allá de los enlaces azules.

Susana Pajares Tosca: Muchas gracias por su tiempo y por responder todas nuestras preguntas.

* (N.del T.) Schlemiel y Schlemazel son dos palabras Yiddish que se refieren a personajes populares en la tradición cuentista judía, uno es el gafe que atrae las desgracias intentando hacer el bien, y el otro el “destinatario” al que le ocurren las desgracias.

 

© Susana Pajares Tosca, 1999 por el texto.

Written by ELR

June 25, 2017 at 8:00 am

Interview with Christine Wilks

leave a comment »

ELR: Christine Wilks as you can read on your website crissxross.net you published your first works of electronic literature in 2004 “Sitting Pretty” and “Social Dis-Ease”. What was your motivation to start creating works for the web and where did your inspiration come from?

Christine Wilks: I started out as a visual artist but I couldn’t bear turning my back on storytelling so I quickly moved into filmmaking (and animation). It was difficult to make indie films in the UK, there was so little funding, and, although I tried, I didn’t feel at home in the TV world. What I really wanted was a multimedia creative practice but it seemed like you had to specialise. Then, when I came across the internet, the world-wide web – wow! Here was a medium that encompassed all other media and there were few, if any, barriers for a hard-up independent multimedia-maker to create and distribute their work – no gatekeepers, nothing stopping me – theoretically.

At first I hadn’t a clue how to create anything for the web, but I came across the trAce Online Writing Centre, set up by Sue Thomas, and lurked around that creative community for a while. Then I took part in their pilot online course, ‘Digital Writing: an Introduction’, led by Tim Wright, and I was absolutely blown away by it. At last, I had found my element! Not only could I work with multimedia but interactivity too. I loved that! I made my first work, ‘Sitting Pretty’, during that course. It was a tongue-in-cheek reflection on my condition at the time, flouting ergonomic advice, forever hunched over my desktop computer, my portal to another world. Way back in my pre-internet days, I got a grant to make a short science-fiction film called ‘Zombie UB40’ in which I depicted aliens whose form had evolved to be perpetually hunched over computers. Oddly prescient, now I think about it. Actually, it’s just occurred to me that the film bore some aesthetic similarities with my animated multimedia poem, ‘Out of Touch’. There’s a network of invisible threads connecting the works I’ve made but I’ll avoid getting tangled up in that for now.

ELR: From 2007-2013 you were as a core member of the collective R3M1XW0RX (Remixworks, 2006-2014), which was conceived as a collaborative space for remixing visual poetry, e-poetry, playable media, animation, art, music, spoken word, texts and more. What were the main challenges in the creation of a network and why did it stop in 2014?

Christine Wilks: Actually, R3MIXW0RX is still active here – remixworx.com – although not in the same way. But I’ll come back to that.

R3MIXW0RX was started by Randy Adams (runran) after the trAce Online Writing Centre closed down. He missed the collaborative creative environment of trAce, as did other people, such as Chris Joseph (babel) and myself (crissxross), who also joined the group. For the first year or two Remixworx was a stunningly productive, fertile environment – new works being created, remixed and posted online every week, almost every day at some points – it was fantastic! A great place to learn and develop. For instance, I learnt to love the random and to really appreciate Dada through collaborating in R3MIXW0RX. I talk about it more fully in my crissxross trail through Remixworx. However, with busy lives to lead and other creative projects to work on, that level of almost feverish productivity couldn’t persist. The initial whirlwind of creativity gradually calmed and new works blew in on the breeze or in occasional gusts. It might have carried on in this manner for some time if Randy hadn’t died (too young, from cancer) in 2014. It took the wind out of our sails. Randy and I collaborated on our last piece for R3MIXW0RX, ‘A Revolution of Words’, while he was undergoing chemotherapy.

Chris, however, is still doing wonderful stuff for R3MIXW0RX . He now maintains and hosts the site. His new remixes are created in HTML5 and JavaScript, whereas, in the past, both he and I worked almost exclusively in Flash. I’d love to start remixing again but until I finish the major interactive digital fiction I’m creating for my practice-based PhD, I haven’t got time. The great thing now is that, with platforms like Codepen.io, the ability to remix using HTML, CSS and JavaScript has become even more accessible. Currently, I’m using my Codepen for tests and research, but I’m really looking forward to having the time to use it for pure creative remixing fun!

ELR: In your works you use a wide range of different media like sound, ambient music, visuals and videos. How important are these audio-visual effects in your works and how does multimedia content effect the reading process of a work literature?

Christine Wilks: Marie-Laure Ryan says, “The ultimate goal of art is to involve the whole of the embodied mind, the intellect as well as the senses” (Ryan 2014). She argues that language most readily engages the intellect, whereas sound and imagery appeal to the senses, so combining them is a way of striving towards that goal, and that’s what I aspire to.

Multimedia content is vital to my work, and I’ve experimented with different forms, but what I’m most interested in is how the multimodal elements operate within the user interface to create an engaging interactive experience. I always think in terms of reading imagery as much as text, indeed, reading the whole interface, including audio – everything is part of the reading process. For my current interactive digital work, I’m aiming for something akin to the experience of having a conversation. In human-to-human interaction, you communicate through language whilst simultaneously reading the signs – facial expressions, body language, what’s happening in the environment, etc. – the context and the subtext, all of which affect the choices you make.

Film and TV are also plurimedial art forms and you ‘read’ those media too but not in the same way. Interaction demands a more attentive reading of the user interface (that is, until you become familiar with it). In a game or interactive narrative, it’s often the case that the player must read the interface rigorously in order to work out how to interact and how to progress. It’s part of the pleasure. This kind of vigilant or scrupulous reading is not a requirement of moving through the narrative of screen drama. Although, in some viewing situations, you can choose to close read film and TV – you can pause a video, study still frames, re-run a scene over and over – screen drama is not usually designed for viewing like that. All the same, with interactive works, it would be too much to ask the reader-player to constantly pay equal attention to every modality within a given work. Some modalities should, by design, affect the reader-player more subliminally (e.g. ambient sound or motion, colour schemes) depending on what effect the author/s want/s to achieve.

ELR: Your works Inkubus (2014), Underbelly (2010), A Revolution of Words (2013) and Rememori (2011) are game-like works in which the reader becomes a player, as you explain in the description, and thus is invited to play a poem or play on words. What strategy lies behind the use of ludic elements in your works and what is, in your opinion, the difference between a work of electronic literature and a videogame?

Christine Wilks: My strategy? Well, it just seemed to me that as soon as I started ‘playing’ with interactive elements – creating interactive works – ludic elements arose, as if naturally, without me consciously trying to include them. In other words, while creating a work, I would become aware that the feature I was developing or thinking about was game-like in some way, so I went with it. Why resist the affordances of the medium? I’m of a generation that didn’t grow up with videogames, so I don’t tend to think in terms of videogame mechanics, but interactivity feels playful to me, and playful interactivity tends towards the ludic. At least, that’s been my experience. When my narrative works include gameplay, I try to meld the two together somehow. I’d rather avoid chunks of narrative interspersed with gameplay or vice versa. However, it all depends on the central idea behind the work. It’s entirely possible that an idea might be best expressed with gameplay and cut-scenes, for example. Never say never…

What’s the difference between a work of electronic literature and a videogame? I’m not a theorist so it’s not something I think about very much – apart from when I struggle to explain or describe what I do or create to someone whose unfamiliar with it. As a maker of works, the distinction is mainly useful in so far as it helps to inform a potential audience – to make the thing being offered understandable in broad terms and therefore potentially attractive to them. One difference is that a videogame has to have some form of gameplay but a work of e-lit need not have. ‘Videogame’ is a more commercial descriptor and is likely to attract more people, but may also repel others – and there’s possibly a sizeable audience among them for e-lit. However, outside academia, I doubt if many people have heard of ‘electronic literature’. Both categories are so broad, we need more focused terms, more genres to emerge.

ELR: In your critical writing “Interactive Narrative and the Art of Steering Through Possible Worlds” (2016) you discuss the disparity between men and women in the field of game development through your latest work “Stitched Up” (in progress). Would you say that there is a similar issue of gender discrimination also in the field of electronic literature?

Christine Wilks: I haven’t specifically studied the issue of gender discrimination in the field of electronic literature and I haven’t experienced any personally. Certainly, there are a lot of great women creative practitioners, researchers and theorists in the field and there seems to be a pretty fair gender balance amongst the artists, writers and editors represented in the various anthologies of electronic literature produced by the E-Lit community. Also, I’m really thrilled to be part of a forthcoming book, #WomenTechLit, a volume of essays by pioneering female creative practitioners, critics, historians and scholars, edited by María Mencía (West Virginia University Press). Look out for it!

Reference: Ryan, M.-L., 2014. Narration in Various Media | the living handbook of narratology. the living handbook of narratology. Available at: http://www.lhn.uni-hamburg.de/article/narration-various-media [Accessed December 2, 2016].

 

 

Written by ELR

January 20, 2017 at 9:00 am