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#ELRPUB: Intervista con Paolo Albert

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Nella serie #ELRPUB non poteva mancare la casa editrice PubCoder, una delle prime case editrici digitali italiane con sede a Torino di cui c’è un breve accenno in un’altra intervista con Daniela Calisi. Alle domande della ELR questa volta risponde Paolo Albert, uno dei cofondatori della ditta software, che ci racconta come si è sviluppato il progetto iniziato nel 2010 e come si è evoluto il settore dell’editoria digitale. In uno stile al quanto sobrio, Albert spiega anche quali sono i vantaggi delle tecnologie applicate da PubCoder e quali potrebbero essere i futuri sviluppi del settore.

 

 

ELR: Paolo Albert, nel 2013 hai fondato insieme a Paolo Giovine, Angelo Scicolone e Enrico Gazzano la ditta software PubCoder, una delle poche case editrici in Italia attiva nell’ambito dell’editoria digitale. Ci racconti quando è nato l’interesse per l’editoria digitale e come si è formato il gruppo dei fondatori di PubCoder?

Paolo Albert: Con Paolo Giovine siamo amici di vecchia data, nel 2010 la nostra esperienza come papà e l’avvento del primo iPad ci ha ispirati nello stesso modo: abbiamo visto subito enormi potenzialità nel settore dei libri interattivi per bambini.

All’inizio pensavamo di sviluppare direttamente dei prodotti pensati ad hoc, poi abbiamo iniziato a ragionare su uno strumento che permettesse di abbattere i costi e fosse facile da utilizzare: anche senza scrivere codice.

L’idea era quella di dare a chi non era programmatore la possibilità di sviluppare un progetto interattivo in tutte le sue fasi: dalla bozza alla pubblicazione.

Ci mettiamo alla ricerca di uno sviluppatore e ci imbattiamo in Angelo Scicolone con cui lavoriamo alla prima versione del software. Nel 2013 nasce ufficialmente la nostra start up.

ELR: Nella pagina dei Case Studies è possibile scaricare e leggere alcune opere che sono state create con PubCoder. Gli autori dei libri, si legge in cima alla pagina, “pubblicano libri in diversi formati e in diverse lingue sui più importanti bookstore online”. Quali sono i formati e i generi letterari che finora sono stati creati con PubCoder?

Paolo Albert: PubCoder è nata principalmente per realizzare eBook per bambini, ma le stesse funzionalità sono utili per qualsiasi contenuto a interattività complessa, ad esempio: graphic novel, libri per la scolastica con la possibilità di implementare gli eventuali esercizi, libri studiati apposta per i lettori dislessici la cui fruizione è totalmente personalizzabile, cataloghi con interazioni per una user experience di gran lunga migliore rispetto ai pdf statici e prodotti animati per il digital storytelling dei brand.

Il software è stato utilizzato da piccoli e grandi editori internazionali per bambini, da MacMillan a Giunti, da Bonnier a De Agostini; agenzie creative l’hanno usato per raccontare storie dei loro clienti; moltissimi self-publisher se ne sono serviti per pubblicare le loro storie. Su questa pagina trovate un elenco dei prodotti che sono stati fatti con PubCoder.

ELR: Sul sito è anche possibile creare un Shelf, ovvero un ecosistema per la distribuzione dei libri creati con PubCoder. Quali sono i vantaggi di un Shelf e da cosa è nata l’esigenza di creare una nuova piattaforma online piuttosto che usare quelle già esistenti?

Paolo Albert: Quasi sempre gli utilizzatori di PubCoder hanno l’esigenza di pubblicare lo stesso contenuto su piattaforme diverse, questo significa conoscere tutti i formati e le tante regole degli store.

Ci siamo quindi chiesti se non fosse utile creare un ambiente dove pubblicare e distribuire i propri contenuti creati con PubCoder.

Ѐ nato così Shelf un’app library totalmente personalizzabile dal cliente, dal template grafico alla struttura di navigazione, che permette la vendita diretta su App Store e Google Play Store.

ELR: PubCoder offre anche corsi di formazione. Come sono strutturati i corsi e a chi sono rivolti?

Paolo Albert: Abbiamo organizzato corsi di formazione per molto tempo, oggi con un pubblico sempre più vasto e internazionale ci rivolgiamo direttamente alle scuole in cui si insegna grafica e design e ai partner che hanno aggiunto PubCoder tra i loro strumenti.

ELR: I progetti PubCoder possono essere esportati nel formato fisso (fixed layout EPUB3). A cosa è dovuta questa scelta e quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questo formato?

Paolo Albert: Il formato fisso permette al creativo di avere controllo pixel per pixel del contenuto.

Ad esempio, una palla che rimbalza dal punto A al punto B dovrà avere delle coordinate specifiche tutte le volte che cambiano le proporzioni del progetto.

Questo significa che il contenuto è sempre tagliato ad hoc per il dispositivo d’atterraggio, un lavoro “in più” all’inizio, ma che consente di avere un risultato preciso alla fine.

ELR: In un tuo articolo pubblicato su medium.com spieghi la differenza tra il Desktop Publishing (DTP) e il web-based software accennando alla possibilità di usufruire della tecnologia dell’Intelligenza Artificiale per unire queste due modalità di pubblicazione. Prendendo spunto da questa tua intuizione, secondo te come si svilupperà la tecnologia dell’editoria digitale?

Paolo Albert: Se pensiamo che l’hype del momento sono gli audiolibri, ci sono sviluppi molto promettenti legati all’applicazione di nuovi tool di AI a questa tipologia di prodotto, penso ad esempio ad Amazon Alexa e ad Amazon Echo. La sfida per gli editori, ancora una volta, è quella di saper cogliere le opportunità senza per forza viverle come una minaccia.

ELR: Nel 1997 il Project Gutenberg, iniziato nel 1971, raggiunge il numero 1000 di libri pubblicati con l’ebook #1000 “La divina commedia” di Dante Alighieri. Come si sono sviluppati il mercato e la modalità di vendita e di diffusione dei libri elettronici in questi 20 anni?

Paolo Albert: Amazon è stato il primo motore di sviluppo dell’ebook. Il lato negativo è che l’azienda di Seattle vede il libro in pura ottica commerciale. Si dice infatti che una delle strategie del successo della sua piattaforma di e-commerce sia stato proprio il libro, utilizzato come vero e proprio cavallo di Troia (il target “lettore”, si sa, è alto spendente). Dall’altra parte questo puro interesse commerciale è anche la croce dell’ebook, nel senso che non c’è scarsa propensione a innovare il formato, se non è supportato o giustificato da ragioni meramente commerciali. Amazon, ancora oggi, è padrone indiscusso del mercato, e qualsiasi discorso di crescita e futuro non può che passare dalle loro grinfie.

ELR: Come si è sviluppato invece il mercato dei libri elettronici in formato EPUB?

Paolo Albert: Il formato EPUB è uno standard che ha conosciuto la sua fortuna grazie alla diffusione dei Reader. Con l’avvento della terza versione dello standard (EPUB3, appunto), si è intravista l’opportunità di evolvere il formato verso nuove frontiere di lettura: non solo romanzi di testo, ma anche libri per bambini in fixed-layout, l’introduzione dell’interattività, la possibilità di pubblicare veri e propri “magazine”. Tuttavia, il nuovo formato ha faticato nel diffondersi. Come detto, il leader di mercato è Amazon che usa un altro formato, e quindi l’EPUB viene scartato dai produttori di contenuti perché percepito il rapporto costo/opportunità di lavorare quel formato è troppo elevato.

ELR: In che modo vengono salvate e archiviate opere interattive e multimediali come gli ebook di PubCoder?

Paolo Albert: PubCoder è un software di authoring, e permette di esportare un file che è totalmente nelle mani del suo autore. Ci sono in effetti dei campi di metadatazione per aiutare i distributori (soprattutto di ebook), ma tendenzialmente non è un problema di cui ci siamo mai direttamente occupati.

ELR: Quanto è importante conoscere le lingue di programmazione per creare degli e-book in formato EPUB? Che consigli daresti a coloro che vogliono iniziare a imparare a programmare?

Paolo Albert: Il linguaggio HTML è fondamentale perché è la base per la formattazione del testo e degli altri contenuti (img, video), per la “taggatura” semantica dei contenuti che permette di rendere l’ebook accessibile, ecc.

Il formato EPUB stesso è a sua volta un formato che definisce un modo standard di impacchettare contenuti di pagine/paragrafi che sono costruiti in formato HTML. Quindi nessun dubbio: andate sul sito del W3C senza perdere altro tempo!

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#ELRPUB: Intervista con Michela Di Stefano

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Il nostro viaggio nel mondo dell’editoria digitale continua con l’intervista con Michela Di Stefano, fondatrice di Studio 361° con sede a Brescia. Grazie alla sua lunga esperienza lavorativa iniziata nei primi anni Novanta, svariati progetti per diverse aziende italiane e l’attività di docente, riusciamo a ottenere una visione più ampia del settore dell’editoria digitale. La testimoninanza coinvelgente di Michela Di Stefano ci farà conoscere meglio questo “blue ocean“.

 

ELR: Michela Di Stefano, nel 2007 hai fondato Studio 361°, un network di specialisti della comunicazione, nel quale svolgi attività di docente. Ci racconti com’è nata la passione per l’editoria digitale?

Michela Di Stefano: Ho iniziato a fare formazione nel 1992 come tecnico informatico in un’azienda che vendeva i primi computer Apple alle tipografie ed agenzie di pubblicità. Ho visto i primi modelli di computer Mac e le prime versioni dei software ancora in bianco e nero! Poi ho fatto altre esperienze professionali: web designer, stampa di grande formato e gadgets, fino alla decisione di mettermi in proprio nel 2004 con il riconoscimento da parte di Adobe del titolo di Adobe Guru. La scelta di creare nel 2007 il network di Studio 361° è arrivata in modo molto naturale, vista l’esigenza di coprire diverse necessità e richieste da parte dei clienti e non essendo in grado di poterle soddisfare in prima persona.

La scoperta dell’editoria digitale è arrivata nel 2011 quando il mercato della carta stampata ha cominciato ad essere veramente inflazionato ed un mercato in cui è risultato sempre più difficile far prevalere la qualità del servizio sul prezzo più basso. Quando ho comprato il mio primo iPad, mi si è presentato un vero e proprio miraggio: un mercato assolutamente nuovo, stimolante ed inesplorato in cui potevamo esprimere la nostra competenza, i nostri valori ed in cui non era possibile improvvisarsi visto che richiede una reale preparazione tecnica per poter distribuire sugli store e per poter rimanere sempre aggiornati sui continui cambiamenti ed aggiornamenti di questo settore. Posso dire che ci siamo innamorati di questo mercato ed ancora oggi raccogliamo grandi soddisfazioni dai progetti che realizziamo, molte di più di quelle che raccogliamo per la realizzazione di progetti di editoria tradizionale. Sicuramente qui in Italia è un mercato ancora sconosciuto, ma confidiamo in un futuro non troppo lontano per vedere crescere il nostro impegno nel far conoscere questo “blue ocean” anche nel nostro paese.

ELR: Lavori nell’ambito delle aziende, delle agenzie di comunicazione, delle tipografie ed istituti di formazione. In che modo viene utilizzata la tecnologia dell’editoria digitale in questi settori?

Michela Di Stefano: Insegno all’Hdemia Santa Giulia di Brescia, in 3 dei miei corsi ho insegnato l’utilizzo dell’editoria digitale: nel corso di Progettazione Multimediale all’interno del percorso di didattica museale, ho insegnato a realizzare degli eBook interattivi per allestire mostre e far conoscere musei. In seguito al mio corso, alcuni allievi hanno realizzato degli eBook per dei cataloghi di mostre: Viandanti dell’anima, Kòsmos. Daniele Salvalai, Gabriella Benedini. I tempi del cielo. Questi allievi hanno trovato lavoro grazie alla loro capacità di realizzare eBook interattivi ed è stato un traguardo molto importante.

Durante il corso di Graphic Design, ho insegnato a realizzare eBook interattivi per presentare un progetto ad un cliente, io stessa utilizzo degli ePub interattivi per fare delle riunioni importanti e presentare dei progetti ai miei clienti.

Nel biennio di specializzazione invece ho insegnato a realizzare delle App utilizzando InDesign insieme a Twixl Publisher e Paperlit. In entrambi i casi gli allievi hanno realizzato una rivista in formato cartaceo e successivamente in formato digitale. Si possono vedere degli esempi su questa pagina.

Nelle aziende c’è ancora pochissima conoscenza di questo mercato, tutti conoscono la parola App, ma le idee sulla realizzazione ed utilità reale di questo strumento è molto bassa. Per quanto riguarda gli eBook la situazione è ancora peggiore, neppure le agenzie di pubblicità ed i creativi sono a conoscenza delle potenzialità e delle caratteristiche di questo prodotto. Nella maggior parte dei casi il concetto di eBook viene abbinato ad un romanzo leggibile su un eReader in bianco e nero come il Kindle oppure ad un PDF da sfogliare su computer…. Può sembrare incredibile, ma abbiamo avuto maggiore riscontro riguardo all’editoria digitale da figure che non si occupano di comunicazione, ma di cultura. Abbiamo realizzato già 3 monografie per la Fondazione Martino Dolci di Brescia che ha capito come la realizzazione di eBook con le monografie dei pittori bresciani, possa avvicinare i giovani al mondo dell’arte e possa far conoscere loro questi artisti, cosa che le monografie cartacee realizzate fino a 3 anni fa, non avrebbero potuto fare.

ELR: Nel 2017 hai iniziato a organizzare il “BreakfastPro” un ciclo di incontri a scadenza mensile per professionisti della comunicazione, del marketing e dell’editoria. Quali sono stati finora gli esiti più significativi della “colazione 4.0”?

Michela Di Stefano: L’interesse suscitato da questi incontri molto brevi e fuori dalle fasce orarie tradizionali è stato altissimo. Abbiamo avuto una richiesta di partecipazione superiore del 50% alla capienza della sala che avevamo a disposizione ed abbiamo dovuto attivare una “lista in piedi” per permettere un numero più alto di iscrizioni. Poi qualche assente dell’ultimo minuto ha permesso a tutti di sedersi ed avere sempre la sala con un’alta partecipazione. Possiamo ritenerci molto soddisfatti perché l’orario dalle 8.00 alle 9.30 ed i mesi invernali (il primo incontro è stato a settembre 2017 e l’ultimo a dicembre 2017) non erano di buon auspicio. Visto l’interesse ed il successo riscontrato, abbiamo deciso di riproporli anche per il 2018.

Probabilmente la formula “colazione+formazione” ha avuto successo perché permette in un tempo limitato di scoprire 1 solo argomento e potersi concentrare su quello a differenza degli altri eventi che organizziamo più impegnativi sia in termini di organizzazione che di partecipazione degli utenti. Ovviamente si tratta di incontri ben diversi, infatti l’evento annuale del Digital Publishing Explorers è già in calendario per il 2019 e si svolgerà a Brescia. Come ogni edizione la giornata sarà fitta di incontri e di informazioni, un taglio completamente diverso dai BreakfastPRO, nato per offrire strumenti essenziali ai professionisti che desiderano tenersi aggiornati ed al passo con la tecnologia per offrire e trovare sempre nuove strategie di business.

ELR: Come sono strutturati i vostri corsi di formazione? Quali nozioni di base devono avere i partecipanti?

Michela Di Stefano: Tutti i nostri corsi sono “personalizzati” nel senso che, prima di partire c’è un colloquio telefonico con il richiedente. Solo in questo modo è possibile costruire un percorso formativo su misura per chi lo richiede. Che si tratti di un libero professionista, che di un team aziendale, prima di fare formazione è necessario conoscere il livello dei partecipanti, quali sono gli obiettivi da raggiungere e quanto tempo viene messo a disposizione per farlo. Sulla base di questi elementi formuliamo un programma ad Hoc ogni volta. Sul sito ci sono gli elenchi delle funzioni di ogni pacchetto, ma il corso è molto di più, rilasciamo anche link a tutorial, videotutorial e altro materiale importante che non è possibile approfondire durante la lezione live.

ELR: Secondo te c’è una consapevolezza e una volontà forte, nel tuo ambito lavorativo, per lo sviluppo di nuove tecnologie che agevoleranno il passaggio dall’editoria a stampa all’editoria digitale?

Michela Di Stefano: Purtroppo l’utilizzo e l’utilità delle nuove tecnologie che permettono di migrare o semplicemente distribuire progetti di stampa tradizionale in formato digitale sono ancora sconosciuti e visti con diffidenza. In Italia la parola eBook viene utilizzata per indicare un PDF e un App per indicare un gioco o qualcosa di molto complesso mentre non è così. Dal 2011 ad oggi ci siamo impegnati per far conoscere questo mercato al mondo dei creativi e di tutti coloro che operano nel settore della comunicazione, oggi (nel 2018) si cominciano a vedere i primi risultati di quanto abbiamo seminato, ma la strada  ancora molto lunga…

ELR: Da una breve ricerca sul web sui libri elettronici risulta che la storia dell’editoria digitale inizi attorno all’anno 1993 quando due italiani, Franco Crugnola e sua moglie Isabella Rigamonti, hanno creato il primo libro elettronico e quando il poeta Zahur Klemath Zapata pubblica “L’Assassinio come una delle belle arti” di Thomas de Quincey in formato DBF (digital book format). Secondo te quando ha avuto inizio la storia dei libri digitali e quali sono alcuni dei momenti salienti della storia dell’editoria digitale?

Michela Di Stefano: Secondo me, come per il Web, inizialmente implementato da Tim Berners-Lee mentre era ricercatore al CERN, sulla base di sue idee e di un suo collega, Robert Cailliau. Tim Berners pubblicò  il 6 agosto 1991 il primo sito Web al mondo, presso il CERN, ma passarono anni prima che questa tecnologia prendesse piede in Italia, ancora oggi ci sono aziende che non hanno un sito Web e lo considerano inutile per il proprio business!!! Peggio ancora ci sono aziende che ne hanno uno inefficiente e non idoneo ad essere visualizzato sui nuovi device mobili.

Nello stesso modo l’editoria digitale è arrivata con i primi strumenti di lettura di Amazon e poi si è evoluta in modo incredibile, tuttavia è ancora in gran parte sconosciuta. Sia il formato ePUb interattivo che le applicazioni editoriali, possono essere sfruttati per distribuire informazioni editoriali in modo veloce ed economico, ma sono visti come investimenti troppo complessi e costosi a causa della scarsa cultura in merito. Alcune aziende si sono inoltrate senza la guida di strutture professionali come la nostra su questi mercati ed hanno ottenuto grandi frustrazioni e scarsissimi risultati dovuti alla mancata conoscenza degli strumenti e delle regole che sono alla base del mercato dell’editoria digitale.

Questo mercato è sicuramente efficace, ma in continua evoluzione. Si tratta di un mercato gestito da regole ben precise che gli Store di distribuzione dettano a tutti coloro che desiderano distribuire su questi canali. A seguito di ciò, le aziende non sono in grado di gestire in autonomia questo passo importante, ma pensano di potersi in qualche modo arrangiare con modalità a dir poco “casalinghe”, mentre i professionisti che operano in questo settore da tempo, potrebbero essere di grandissimo aiuto per risparmiare denaro e tempo ed accompagnarli verso il risultato più efficace per loro.

Per tornare alla domanda iniziale, anche un PDF (nato nel 1991 con il progetto Camelot di Adobe) può essere considerato un esempio di editoria digitale, ma non si tratta di eBook. Quando parliamo di eBook parliamo di formato .ePub o .mobi o altri formati di lettura fruibili su device specifici in grado di effettuare anche operazioni aggiuntive come:

  • Ingrandimento/riduzione del carattere di lettura
  • Cambiamento del Font di lettura
  • Possibilità di mettere note e segnalibri
  • Ricerca del testo
  • Link ipertestuali
  • Funzioni di interattività per i formati ePub interattivi:
  • Animazioni
  • Audio e video
  • Gallerie fotografiche

Ecc. ecc.

Alla luce di quanto sopra, posso tranquillamente dire che la storia dell’editoria digitale si sta ancora scrivendo.

ELR: Come si è sviluppato il mercato dell’editoria digitale negli ultimi 20 anni in Italia? Quale paese europeo è all’avanguardia in questo settore?

Michela Di Stefano: In parte ho risposto a questa domanda nelle precedenti risposte perché in Italia il mercato dell’editoria digitale è molto acerbo ed in gran parte sconosciuto. Se pensiamo che l’editoria tradizionale cartacea è di per sé in crisi, i libri che sono stati convertiti in digitale hanno dato come risultato un mercato del 3% del mercato editoriale tradizionale, una cifra veramente irrisoria. Il punto è proprio questo. Il termine “editoria digitale” non indica la conversione del libro cartaceo in versione digitale, ma è molto di più. Il termine Publishing già indica in modo più ampio il processo di produzione e distribuzione di letteratura, musica o informazioni e l’attività di rendere queste informazioni fruibili al pubblico su vari supporti. Come puoi immaginare, l’Editoria digitale permette di allargare questo concetto e di abbracciare un numero di settori molto vari che sono:

  • la fotografia
  • il video
  • il web
  • i social network
  • la carta
  • gli eBook e le app

Tutti insieme permettono di distribuire contenuti su nuovi supporti digitali, pertanto il concetto di Editoria digitale è molto più ampio di come lo pensiamo di solito.

ELR: Da un punto di vista dell’estetica del medium quali sono le differenze tra il modo di concepire l’impaginazione di un ebook e quello della tipografia a stampa?

Michela Di Stefano: Se parliamo di un eBook fixed layout, l’impaginazione può essere molto simile a quella del formato cartaceo, tuttavia bisogna ricordare che questi contenuti devono essere fruibili su schermi di diverse dimensioni e quindi è importante studiare il layout di impaginazione affinchè sia leggibile sul maggior numero di dispositivi. Per poterlo fare, è necessario sfruttare font adeguati alla lettura su display (ad esempio evitando i font con grazie molto accentuate), settare la dimensione dei caratteri ad almeno 20 pt per la visualizzazione su tablet dai 7” in su, mentre per gli smartphone è necessario pensare un layout diverso e dedicato. Se si ignorano questi parametri, si costringe l’utente a dover fare “pinch and zoom” per riuscire a leggere i contenuti e questo è veramente scomodo e controproducente per il lettore.

ELR: Quali sono secondo te i criteri estetici fondamentali per l’impaginazione di un ebook in formato EPUB?

Michela Di Stefano: Una parte di risposta è già stata fornita nella precedente, aggiungo che prevalgono i criteri di leggibilità ai criteri di estetica. Se l’eBook non è leggibile, non importa quanto sia bella l’impaginazione. La sfida in questo momento storico è trovare un format che sia fruibile sul maggior numero di device senza dover realizzare impaginati diversi, anche perché, a differenza delle applicazioni editoriali, un ebook non ha la possibilità di riconoscere il device di lettura quando viene scaricato dagli store, funzione invece attiva per le app che sono in grado di riconoscere se il device è uno smartphone o un tablet e permettono di realizzare delle “rendition” ad hoc per ogni tipologia di supporto.

ELR: Quanto è importante conoscere le lingue di programmazione per lavorare nel settore dell’editoria digitale? Che consigli daresti a coloro che vogliono iniziare a imparare a programmare?

Michela Di Stefano: Avere delle conoscenze di programmazione html permette di entrare più in profondità nella realizzazione di un ePub e permette di aggirare alcuni ostacoli. Poter mettere mano al codice html di un eBook significa avere il controllo “quasi assoluto” di come verrà visualizzato sul device. Il mio consiglio è quello di conoscere questo linguaggio di programmazione per poterlo sfruttare in caso di necessità.

 

Intervista a Carlo Cinato

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ELR: Carlo Cinato, nel 2008 hai iniziato a pubblicare sul sito Parolata i primi articoli sulla letteratura ipertestuale e a lavorare a vari progetti come ad esempio il romanzo ipertestuale (digitale) L’uomo senza cappello e la donna con le scarpe grigie. Come nasce l’interesse per la letteratura digitale?

Cinato: A me piace scrivere, mi piace scegliere le parole, costruire delle situazioni. Inoltre sono un discreto lettore, quindi ho letto abbastanza libri nella vita, e letto opere di abbastanza autori, da rendermi conto che non posso neanche pensare di paragonarmi agli scrittori che amo. Come posso pensare di confrontarmi senza vergogna con Proust, o Canetti, o Bolano? Quindi il mio contributo alla letteratura sarebbe sicuramente scarso se cercassi di cimentarmi in ciò che la letteratura è attualmente. Infine mi piace molto inventare, cercare soluzioni nuove per problemi vecchi, sperimentare idee non ancora applicate.

Mettendo insieme tutto ciò il risultato è stato automatico: provare a scrivere in un modo nuovo, cercare di costruire una letteratura che sia diversa da quella che ci ha preceduti, approfittando sia delle idee che possono nascere conoscendo gli ipertesti, sia utilizzando le possibilità tecniche che attualmente internet e gli ebook offrono.

La mia estrazione è tecnica, e mi viene naturale, nel momento in cui mi interesso a un argomento che non conosco, studiarlo per capire con cosa ho a che fare, analizzare i risultati raggiunti da chi ci ha già lavorato, poi posso iniziare a lavorarci io. Per soddisfare questo mio bisogno di conoscere l’ambito in cui volevo muovermi, ho fatto un po’ di ricerche: l’obiettivo era di indagare ciò che era stato scritto da chi aveva cercato di uscire dai confini della letteratura sequenziale, ho quindi iniziato a leggere e a studiare romanzi che avessero tali caratteristiche di innovatività, e a scrivere dei brevi articoli per fissarne le caratteristiche.

Il mio interesse è stato quindi focalizzato sulle opere letterarie che avessero una struttura con dei salti interni, che potesse essere assimilata a un ipertesto, sia che fossero opere scritte in forma di libro che opere native digitali. È stato molto istruttivo, ho visto che questa voglia di trovare nuove vie per le opere letterarie ha portato a scrivere libri molto diversi, qualcuno di questi modi ha avuto un seguito, altri invece sono stati applicati in un solo libro, ma sono tutte idee e visioni molto interessanti. Mi hanno colpito molto, ad esempio, Fuoco Pallido, di Nabokov, e La vita, istruzioni per l’uso, di Perec: due scrittori che sono riusciti a scrivere opere letterarie stupende in forma di libro ma con una struttura complessa e che, secondo me, se fossero un poco modificate per essere trasposte su supporto digitale e ipertestuale potrebbero trarne giovamento.

Queste sono le motivazioni delle mie ricerche nel campo degli ipertesti, ma ogni tanto mi piace scrivere anche racconti in formato classico, alla faccia del senso di vergogna che provo di fronte a Borges.

ELR: Esistono delle analogie tra la letteratura stampata e la letteratura digitale? Quali sono, invece, le caratteristiche della letteratura digitale che la contraddistinguono?

Cinato: Se la domanda è relativa al supporto, cartaceo oppure digitale (ebook, per intenderci), l’analogia è totale: nel momento in cui si legge un romanzo non c’è alcuna differenza tra il supporto cartaceo e quello digitale, a parte la preferenza personale di ognuno. Chi legge del giovane Jim e di Long John Silver si trova su una nave in mezzo all’oceano, sotto il sole o nella tempesta, cosa vuoi che importi il supporto su cui sono scritte le loro avventure? Semplicemente chi è abituato a leggere su un libro di carta (naturalmente la maggior parte dei lettori) pensa, a ragione oppure no, che perderebbe qualcosa se leggesse invece su un ebook, ma si tratta di abitudine, appunto, che diminuirà inevitabilmente col tempo.

Se invece il discorso riguarda la letteratura sequenziale e quella ipertestuale il discorso è più complesso. Non è più un discorso di supporto, innanzitutto: Fuoco Pallido, citato precedentemente, è un libro ipertestuale (è formato da un poema che narra una vicenda, commentato tramite un apparato di note, che a loro volta trattano di una storia che, spesso, poco ha a che fare con il poema di partenza), ma è stato pensato e pubblicato come libro cartaceo. Semplicemente si salta in avanti e indietro tra le pagine del libro. I promessi sposi, invece, è un libro sequenziale, e così rimane, anche se viene letto come ebook (per quanto una versione ipertestualizzata dei Promessi Sposi sarebbe stupenda, a mio parere, ma diventerebbe un’altra cosa).

Le analogie tra letteratura sequenziale e letteratura ipertestuale sono molto maggiori di quanto comunemente si creda, e in particolare di quanto credono gli scrittori di ipertesti. Tali analogie sono dovute al fatto che entrambe hanno (o dovrebbero avere) il medesimo obiettivo: scatenare il piacere e l’interesse del lettore. Sono spesso stupito di come, invece, chi scrive narrativa ipertestuale spesso si faccia prendere dal furore di scrivere qualcosa di altamente innovativo, all’avanguardia e postmoderno, come se il fatto di utilizzare un supporto tecnicamente avanzato da un lato lo obbligasse a spingersi in zone inesplorate della letteratura (ma non tutti sono James Joyce e possono permetterselo), dall’altro gli fornisse l’alibi per non dovere piacere ai lettori.

Poiché il lettore di libri cartacei e di ebook è lo stesso, e sempre più sarà lo stesso a mano a mano che la lettura su supporto digitale diventerà comune come quella su libro cartaceo, il modo di scrivere libri ipertestuali e libri sequenziali dovrà forzatamente trovare un denominatore comune, a quel punto sarà possibile per la letteratura ipertestuale sviluppare una sua propria strada indipendente.

Torniamo alla domanda iniziale: che cosa contraddistingue la letteratura ipertestuale? La possibilità di compiere salti all’interno del testo (sto parlando di letteratura pura, senza considerare la possibilità di inserire filmati, audio o altri elementi multimediali). Ciò fa sì che la lettura non sia più sequenziale, che le parti di testo siano tra di loro connesse tramite delle relazioni, e che il testo quindi si possa affrontare in diversi modi, permettendo molteplici letture differenti.

La possibilità di compiere salti nel testo ha due conseguenze principali.

La prima, positiva, è che è permessa all’autore una grande flessibilità nel montare il testo: mentre in un romanzo sequenziale il lettore coscienzioso dovrebbe leggere il testo pagina dopo pagina, al massimo saltando delle pagine che non lo interessano, nel romanzo ipertestuale la costruzione permette invece al lettore, nei punti di snodo decisi dall’autore, di realizzare delle scelte tra varie possibilità. L’autore potrà decidere di costruire, lavorando sulle scelte offerte al lettore, vari tipi di romanzi: un romanzo in cui il lettore guidi i personaggi a compiere determinate azioni decidendone, in qualche modo, la storia; un altro romanzo in cui il lettore possa spostarsi nel tempo per vedere come la storia si evolve o per scoprire le cause di un avvenimento; un romanzo in cui si possano analizzare i diversi punti di vista dei personaggi sul medesimo avvenimento, e così via. Nuovi strumenti di lavoro si offrono quindi all’autore.

La seconda conseguenza invece è negativa: lo spezzettamento del testo, i salti che legano parti diverse del racconto, per loro natura sbriciolano l’omogeneità dell’opera e distraggono forzatamente il lettore. Un ipertesto non può essere solo un insieme di pensieri slegati interconnessi da link, come non può essere una raccolta di frammenti a cui il lettore debba dare un senso, ma piuttosto deve essere un insieme di elementi testuali che si incastrano alla perfezione, oppure una serie di elementi testuali che fanno in modo che cambi sostanzialmente la percezione della storia da parte del lettore in dipendenza della sequenza con cui vengono letti.

Si capisce da questo secondo punto che il compito dello scrittore di ipertesti si accresce di un’ulteriore difficoltà rispetto allo scrittore di testi sequenziali: deve gestire la libertà di “salto all’interno del testo” in modo che l’uso dell’ipertesto non sia solo una posa, o qualcosa di nuovo fine a se stesso, ma che sia imprescindibile dall’esperienza che vuole generare nel lettore. L’impegno del lettore per gestire i link (perché di un impegno si tratta) deve essere compensato da una narrazione che sia fluida e che, specialmente, gli dia delle sensazioni che non sarebbero state possibili se non fosse stata basata su un ipertesto.

ELR: Il romanzo ipertestuale L’uomo senza cappello e la donna con le scarpe grigie  può essere considerato un esperimento letterario?

Cinato: Secondo me sì, e comunque per me lo è stato. Negli studi che ho fatto relativamente alla narrativa ipertestuale ho individuato sette tipi diversi di link ipertestuali, e ho cercato di immaginare come avrebbe potuto essere strutturata una storia per sfruttare al meglio le possibilità di ognuno di questi link. Poi ho pensato che, se volevo impadronirmi della tecnica nel trattare i diversi tipi di link, avrei dovuto conoscerli meglio scrivendo un racconto per ogni tipo, usando solo quel tipo di link, in modo da esplorarne le possibilità. L’uomo senza cappello e la donna con le scarpe grigie è il primo racconto scritto con questo obiettivo. È stato quindi un esperimento per valutare cosa si poteva fare utilizzando un particolare tipo di link, ma l’obiettivo era comunque di scrivere un racconto che potesse piacere a qualche lettore, indipendentemente dal fatto che la struttura fosse ipertestuale.

Entrando un po’ più nel particolare, il tipo di link che ho scelto è stato quello che ho chiamato “ad accessori”. È un link che permette di aggiungere informazioni alla pagina principale quindi, in generale e in particolare nel mio racconto, ci sono una serie di elementi testuali che narrano una storia principale, tra di loro connessi sequenzialmente in modo tale che possano essere letti come un racconto normale, da questi elementi testuali c’è la possibilità di raggiungere tramite link degli ulteriori elementi di testo che aggiungono, appunto, delle informazioni accessorie alla storia, che quindi possono essere letti oppure evitati a scelta del lettore.

Raccontata in questo modo si intuisce che i link accessori potrebbero contenere descrizioni, o elementi ininfluenti per la storia principale, cosa che invece io volevo evitare. Mi sono messo dalla parte del lettore: se una descrizione o un elemento fosse fondamentale, l’autore dovrebbe inserirlo nella storia principale, se invece non lo fosse perché dovrei leggerlo? Con questo presupposto un lettore farebbe bene a non seguire i link accessori e dovrebbe leggere solo la storia contenuta negli elementi testuali della sequenza principale. Poiché, come dicevo prima, ritengo che l’uso dell’ipertesto debba aggiungere qualcosa di nuovo e di omogeneo alla storia, allora ho scritto il racconto principale e i link accessori affinché la percezione della storia e dei personaggi che il lettore si forma cambi a seconda se il lettore decida di seguire o di non seguire i link accessori. L’obiettivo era di permettergli di leggere storie sostanzialmente diverse in dipendenza delle scelte fatte rispetto a seguire i link.

Per la caratteristica dei link, che per loro natura suddividono in spezzoni la normale lettura sequenziale, ritengo che comunque anche un lettore che decidesse di seguire tutti i link nell’istante in cui li incontra possa avere comunque la possibilità di seguire una storia principale che lo porta a formulare certi pensieri sulle vicende e sui personaggi, e di avere accesso poi a ulteriori informazioni che lo portano a cambiare le prime sensazioni che si è formato.

Per me la scrittura del racconto è stata una palestra molto interessante per capire cosa significhi scrivere utilizzando questo tipo di link, sto lavorando ad altri racconti per esplorare gli altri tipi di link e conoscere un po’ di più le possibilità offerte dalla letteratura ipertestuale. Alla fine penso che sarà possibile scrivere un racconto ipertestuale in cui i diversi tipi di link possano mescolarsi per formare un’opera più complessa.

ELR: In che modo i rinvii elettronici e la struttura ipertestuale di internet, su cui si basano le opere letterarie digitali, modificano il testo letterario, la trama narrativa e la lettura?

Cinato: È difficile dirlo, perché l’utilizzo dell’ipertesto può essere molto blando o molto invasivo. Può essere usato per scrivere un romanzo che narra una storia che, a un certo punto, permetta al lettore di fare scegliere a un personaggio tra due possibilità (supponiamo aprire o non aprire una porta), e che da quel punto in poi prosegua fino al termine con due storie parallele, determinate dalla scelta fatta dal lettore. Oppure un romanzo dove gli elementi testuali siano lunghi non più di dieci righe, dove i link siano molteplici per ogni elemento testuale, dove sia possibile tornare ripetutamente nello stesso elemento testuale e dove i link portino verso destinazioni diverse a seconda se sia stato attraversato in precedenza un dato elemento testuale oppure no (Non sto esagerando: un romanzo ipertestuale strutturato così esiste. Personalmente l’ho abbandonato senza terminarne la lettura).

La mia idea è che se la struttura ipertestuale si nota troppo, se è troppo presente e quindi distrae dal piacere della lettura, ci sia qualcosa che non va. Prendiamo ad esempio Wikipedia, il caso più famoso di ipertesto non letterario: l’uso dell’ipertesto è perfettamente inserito nei contenuti, non infastidisce, il lettore segue solo i link che lo interessano, d’altra parte permette di muoversi tra le diverse pagine in modo molto più efficace rispetto alle enciclopedie cartacee, grosse e scomode. Funziona perfettamente.

Per gli ipertesti letterari non è facile raggiungere questa perfetta integrazione tra contenuto e struttura: la lettura di un testo romanzesco è molto diversa dalla lettura informativa, richiede un livello di concentrazione maggiore ed è più fragile, spesso quindi non regge l’appesantimento apportato dai link, se questi sono utilizzati eccessivamente.

Sicuramente il testo letterario e la trama narrativa devono variare con l’uso della scrittura ipertestuale: non tutti i testi sequenziali potrebbero essere trasposti su un ipertesto, si potrebbe dire che bisogna pensare a una storia che sia già ipertestuale alla nascita per poterla scrivere in tale modo o, meglio: nel caso in cui lo scrittore abbia in mente una storia che necessiti di un ipertesto, e solo in quel caso, dovrebbe procedere a scriverla come ipertesto.

Per ciò che riguarda la lettura, penso che debba cambiare il meno possibile nel passaggio da narrativa sequenziale a narrativa ipertestuale, ma ci saranno comunque dei cambiamenti inevitabili: l’uso degli ereader al posto dei libri cartacei, ad esempio, oppure la difficoltà di rileggere pagine incontrate tempo prima: con certi ipertesti sarà molto difficile risalire alla sequenza di pagine attraversate in precedenza dal lettore.

ELR: A differenza delle opere letterarie create in un contesto digitale come il web, gli ebook sono dei testi in pdf molto simili ai testi stampati su carta. Tra le opere che si trovano nella sezione Letterarie troviamo il romanzo Chi ha ucciso David Crane? di Fabrizio Venerandi; un ebook ipertestuale. Di cosa si tratta? In futuro ci saranno degli ebook ipertestuali?

Cinato: Sicuro, ci sono già adesso. Il mio racconto, ad esempio, l’ho pubblicato (gratuitamente) sul mio sito sia in epub che in mobi, i due formati attualmente utilizzati su ereader. Ho potuto farlo grazie al fatto che tali formati supportano, seppure in misura ancora non soddisfacente, iperlink interni al testo. Il libro che citi tu ha forma analoga: la casa editrice Quintadicopertina che ha pubblicato il libro di Fabrizio Venerandi è specializzata in libri elettronici (credo che non abbiano pubblicato nulla al di fuori degli ebook) e quindi, quel che più fa loro onore, pubblicano ebook che sono nativamente digitali, quindi non si tratta di trasposizioni in digitale di testi cartacei ma testi pensati espressamente per sfruttare le potenzialità degli ereader e ebook.

Fino a un po’ di tempo fa i romanzi ipertestuali erano leggibili solo su pc, poiché non esistevano altre tecnologie in grado di gestirli: necessitavano di programmi per la loro visualizzazione e dovevano essere letti quindi sullo schermo del computer, cosa che non ne ha sicuramente facilitato la diffusione. Ora, grazie agli ereader e agli ipad, sicuramente l’esperienza di lettura su supporto digitale si avvicina a quella della lettura su carta, e questo non potrà che avvicinare i lettori a provare anche i romanzi ipertestuali e gli scrittori a sperimentare questo nuovo modo di scrivere.

Sonia Lombardo

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