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#ELRFEAT: Intervista con David Kolb (1997)

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A distanza di 20 anni la ELR ripubblica un’intervista fatta da Gino Roncaglia a David Kolb, un professore di filosofia e autore di opere di letteratura ipertestuale statunitense, pubblicata sul sito Mediamente della RAI il 27 ottobre 1997.

L’autore dell’intervista ha concesso la publicazione di questo articolo. I gestori del sito della RAI non hanno risposto alla richiesta della ELR.

 

Roma, 27 ottobre 1997

“Anche il Talmud era un ipertesto” 

 

Gino Roncaglia: Ci può dire qualcosa sulla storia dell’ipertesto? Com’è nata l’idea in origine?

David Kolb: La nozione di ipertesto ha origini antiche o medievali, nel senso che se si legge il Talmud o certi tipi di manoscritti che contengono commenti sui commenti, vi si intravede la possibilità di avere testi aperti, che rifiutano di essere chiusi; si può prendere il manoscritto e scrivere qualcosa a margine e, poi, qualcun altro può scrivere un altro commento accanto. In un certo senso è la stampa che sembra aver delimitato la nozione di testo nel senso divenuto oggi comune, e a cui si riferiscono i teorici dell’ipertesto. Dell’ipertesto parlò, senza usare il termine in sé, Vannevar Bush, uno scienziato che lavorava alla fabbricazione della bomba atomica e che diventò consigliere di un Presidente degli USA. L’idea di costruire uno strumento in grado di gestire collegamenti gli venne nel 1930, anche se non la pubblicò fino alla fine della seconda guerra mondiale, nell’Atlantic Monthly Magazine. L’idea era che si potesse avere uno schermo – lui pensava ai lettori di microfilm- dove si sarebbe letto qualcosa, e ci sarebbe stato un collegamento che si sarebbe potuto seguire e ci sarebbe stato un altro schermo, e un altro microfilm. Bush immaginò anche che si sarebbe potuto pubblicare un libro che non contenesse altro che collegamenti tra testi scritti in precedenza ed altri; l’idea c’era! Certo, sarebbe stato molto scomodo farlo nel modo suggerito da Bush, ma col computer è molto più facile.

La parola “ipertesto”, in sé, è stata coniata da Ted Nelson come parte di un grande progetto che prevedeva di mettere tutte le conoscenze in relazione tra loro; Nelson sta ancora perseguendo questo progetto in Giappone. Penso che ci sia, in realtà, una differenza tra alcune cose di cui parla Nelson ed altre concezioni dell’ipertesto, perché la sua nozione di ipertesto non richiede che i nodi del testo siano necessariamente separati gli uni dagli altri, vi si può far riferimento in vari modi.

Gino Roncaglia: Come definirebbe l’ipertesto?

David Kolb: La maggior parte delle definizioni di ipertesto mi pare che comincino col parlare del contrasto tra il testo lineare, che procede in un ordine unico, e il testo che può essere letto in molti modi perché consiste in parti, o nodi, o blocchi di testo che sono stati collegati in una maniera non lineare. Si può definire, quindi, l’ipertesto come un insieme di porzioni di testo che hanno un modello di collegamento non sequenziale e, quindi, molti percorsi di lettura possibili.

Gino Roncaglia: Pensa che ci sia un genere di letteratura particolarmente adatto ad essere scritto mediante l’ipertesto?

David Kolb: Se si dovessero studiare tutti gli ipertesti che esistono attualmente nel mondo, probabilmente, si vedrebbe che la maggior parte di essi riguarda sistemi di informazione che sono stati riordinati ipertestualmente e resi disponibili attraverso un computer. Tuttavia, la nozione di ipertesto e le possibilità di scrittura ipertestuale possono andare ben al di là di questo. Mi sembra che ci siano almeno altri due modi in cui l’ipertesto potrebbe essere usato; va ricordato che quando fu inventata la stampa, o quando fu inventata la carta, nessuno avrebbe potuto prevedere tutti i diversi modi in cui sarebbe stata usata. I due modi a cui penso sono: un genere di scrittura letteraria sperimentale, d’avanguardia, e l’uso dell’ipertesto come modo di argomentazione, di ricerca e dialogo, come uno strumento che coinvolgerebbe, probabilmente, più autori e implicherebbe l’elaborazione di mezzi per tenere aggiornate le varie porzioni di testo.

Gino Roncaglia: Cosa pensa si possa fare con l’ipertesto in campo letterario: pensa che la letteratura sia legata a un percorso narrativo lineare, o è veramente possibile creare della buona letteratura usando ipertesti?

David Kolb: Penso sia possibile fare buona letteratura usando l’ipertesto; non penso, tuttavia, che per ora sappiamo ancora come realizzarla. È come inventare un nuovo strumento musicale: per un po’ di tempo la gente esplora le possibilità dello strumento, il pianoforte, per esempio, e poi arriva qualcuno che è capace di sfruttare queste possibilità per fare grande musica. Penso che ora siamo nella fase di esplorazione dell’ipertesto letterario, la sperimentazione sulla forma. E molti di questi esperimenti ripetono, nell’ipertesto, esperimenti che erano già stati fatti nella narrativa o in poesia, tentativi di rottura dell’unità di un poema, tentativi di scrivere racconti che neghino un finale unico, che neghino un percorso unico; Italo Calvino è stato un esempio di tale ricerca, e ce ne sono altri in America. Non è un caso che Robert Coover, che insegna alla Brown University, e che non pubblica ipertesti lui stesso ma pubblica racconti frammentari molto sperimentali, sia stato uno dei primi a cercare di far creare ipertesti letterari ai suoi studenti. Penso che, adesso, ci sia sicuramente una possibilità, ma non l’abbiamo ancora vista realizzata.

Gino Roncaglia: Tra gli ipertesti letterari che Lei ha letto, ce n’è qualcuno che considera particolarmente interessante?

David Kolb: Penso che il lavoro di Michael Joyce meriti particolare attenzione; è stato l’autore di un programma chiamato Storyspace, che gli ha permesso – ed è questo il motivo per cui ha realizzato il programma – di creare, come ha detto lui stesso, un romanzo che si possa leggere ogni volta in modo diverso. E’ anche l’autore di un racconto, intitolato “Afternoon“, che è stato il primo ipertesto letterario ed ha ottenuto un tale successo che poco tempo fa l’ho visto in vendita in una libreria ad un prezzo molto basso; ciò deve far indignare gli editori! Da allora ne ha scritto uno più lungo intitolato “Twilight” che esce in CD-ROM, e ne ha scritti altri che appaiono sul Web o su dischetti in piccole riviste letterarie. È stato un autore avventuriero! Ha anche un talento nello scrivere belle frasi in inglese, cosicché la sua prosa è potente anche quando è frammentata alla maniera dell’ipertesto.

Gino Roncaglia: Pensa che ci siano particolarità nella realizzazione di ipertesti per la rete?

David Kolb: Penso che ce ne siano, dato lo stato attuale della tecnologia della rete. Sulla rete, i link che collegano una pagina all’altra sono molto visibili, e quindi c’è la tentazione di sorvolare la pagina per leggere solo i link, si tende a scorrere. Una ricerca svolta sulla rete ha mostrato che i lettori raramente leggono tutta una pagina, e questo sarebbe molto frustrante per un autore che cerca di coinvolgere il lettore in un testo. Ci sono delle strategie per affrontare questo problema, una è di rendere i link invisibili; è quello che fa Michael Joyce. Una seconda strategia è di rendere le singole pagine molto brevi, cosicché l’attenzione del lettore è catturata solo da tre o quattro righe di testo; questo metodo funziona. Tuttavia c’è il pericolo di una sorta di rapido scorrimento di queste pagine, e allora si ha il problema che il lettore non può tenere in mente la struttura, ed è come guardare diapositive o cambiare canali alla TV. Alla fine, si arriva ad una situazione in cui il lettore viene stimolato da una specie di show di forme e idee che scorrono ma che non si integrano in qualcosa di unitario.

Questi sono due aspetti legati alla rete, a differenza che nel CD-ROM in cui l’autore ha molto più controllo. Un altro aspetto della rete, naturalmente – e questo è un aspetto di cui si rallegrano i teorici dell’ipertesto, anche se per un altro verso dà problemi – è che il lettore può tornare indietro in ogni momento, seguire un link per un sito distante, del tutto diverso. Il lettore può agire semplicemente in modo tale che l’esperienza che l’autore ha ideato per lui diventi solo un passaggio momentaneo verso qualcos’altro. Ora, la perdita di controllo autoriale su quello che il lettore sperimenta è un aspetto del quale i teorici dell’ipertesto sono contenti, perché apre il testo a creazioni di significato inconsuete, apre il testo a nuovi modi di lettura che giustappongono passaggi insoliti. C’è un equilibrio molto sottile, tuttavia, tra l’aprire il testo e il permettere al testo di appiattirsi, perché ora tutto può essere seguito da tutto. Quindi, l’autore cede una certa dose di controllo – e va di moda dire che l’ipertesto, in qualche modo, la fa finita con l’autore – ma, in realtà, rimane una figura centrale. L’autore deve avere un certo controllo sul testo così che esso possa mantenere un interesse ed una struttura. Dobbiamo scoprire come creare i nuovi tipi di struttura, e questo sarà un problema.

Gino Roncaglia: Passando dall’ipertesto agli ipermedia, il fatto che si possa inserire nel testo anche l’immagine o piccoli pezzi di video o suono cambia qualcosa nel modo di scrivere?

David Kolb: Penso di sì. Se si ripensa alla fotografia, che è stata inventata nella metà del XIX secolo, le prime fotografie che vennero sviluppate non si potevano stampare; lo si è potuto fare solo alla fine del secolo. Infatti, John Ruskin, per fare il suo libro su Venezia usò i dagherrotipi, un tipo primitivo di fotografia, e poi faceva incisioni basate sui dagherrotipi. Più tardi, naturalmente, siamo stati in grado di stampare le fotografie. Questo significa che le illustrazioni in un libro acquistano un nuovo tipo di immediatezza. Ora possiamo avere filmati o suoni su una singola pagina, e possiamo avere immagini che sono, a loro volta, link per altre immagini. Certo, questo significherà che per l’autore si scopre tutto un nuovo livello di complessità e di possibili collegamenti; sì, penso che questo avrà un impatto profondo sul modo di scrivere.

Gino Roncaglia: C’è una sorta di ipertesto che sembra molto diffuso, che è quello dell’autobiografia o della scrittura di pagine Web personali. Pensa che la scrittura dell’ipertesto autobiografico abbia qualche aspetto degno di nota? Pensa che, in qualche maniera, modifichi il nostro modo di scrivere su noi stessi?

David Kolb: Credo che non sia tanto l’ipertesto a modificare il modo di scrivere su noi stessi, quanto il fatto che ognuno possa pubblicare sulla rete, che ognuno abbia un torchio tipografico, e che quindi possa rendere la propria vita disponibile. Quello che l’ipertesto dà in più è la possibilità di aggiungere immagini, scrivere velocemente, e cambiare velocemente, se è il caso, e produrre effetti visivi piuttosto buoni senza troppi sforzi; anche se, devo dire, non tutte le pagine Web con autobiografia personale hanno effetti così buoni.

C’è anche un altro aspetto: se si guardano gli ipertesti letterari, anche quelli pubblicati su CD-ROM o su dischetto e che quindi sono piuttosto incompleti di per sé, spesso, l’autobiografia viene fuori; non che necessariamente la storia o i personaggi siano autobiografici, ma piuttosto perché l’autore inserisce tratti autobiografici a cui si può accedere. In una storia in ipertesto di Michael Joyce intitolata “Woe” ci si ritrova, all’improvviso, a leggere qualcosa come:

“Beh, sto scrivendo questo alle due del pomeriggio su un computer Macintosh. È una giornata molto fredda e sto scrivendo dalle nove di mattina…”

Quindi, all’improvviso, ecco l’autore, reale o no, che ci dà un elemento autobiografico; è una grande tentazione! Io stesso, mentre scrivevo un ipertesto, mi sono ritrovato ad inserire un paio di riflessioni personali sulla forma da dare a quello che stavo scrivendo; è un passo che sembra molto naturale, questo, perché ci si può sempre scollegare in qualsiasi direzione. L’altra attrattiva della rete – e l’ho visto quando i miei studenti scrivevano cose autobiografiche -, è la sensazione che quello che fai sia improvvisamente a disposizione di un pubblico molto ampio; può darsi che non lo veda molta gente, ma sta lì a disposizione. Non è come un diario personale che tieni per te, o qualcosa che fai per mostrarlo a tuoi o ai compagni di scuola. È semplicemente aperto, e questo assume un tono di solennità o di divertimento, a seconda di come la si prende, il che può essere piuttosto stimolante.

Gino Roncaglia: Venendo al secondo aspetto dell’ipertesto che Lei ha menzionato, ossia, l’uso dell’ipertesto per la discussione?

David Kolb: Anche questa è una cosa che non è stata studiata, ma, a mio avviso, è molto interessante. Mi sembra che l’ipertesto offra la possibilità di presentare strutture di argomentazione molto complesse in modi che, potenzialmente, possono essere più chiari che in un libro lineare, perché si possono istituire delle relazioni tra le diverse parti dell’argomento attraverso connessioni dirette di vario tipo, e non si è costretti a presentare l’argomento tratto per tratto sperando che il lettore si ricordi a pagina 50 della cosa importante che si è detta a pagina 25. Si può, infatti, collegare la pagina 25 alla pagina 50 e il lettore può andare avanti e indietro direttamente. E’ possibile, dunque, che strutture discorsive formali complesse possano essere espresse in maniera più adeguata in un ipertesto. E’ anche possibile che commenti e domande e aggiunte a queste forme di discorso possano essere direttamente annesse, nel qual caso si comincerebbe a instaurare un dialogo che non avrebbe la forma del “io dico questo, tu dici quello, io dico questo, tu dici quello”; piuttosto, i tuoi commenti sarebbero annessi a parti di quello che io ho detto, e così potremmo avere vari filoni di dialogo che emergono dal discorso, e a poco a poco si svilupperebbe un intero sistema che potrebbe essere difficile da seguire perché avrebbe molti percorsi; tuttavia, questo sistema conterrebbe un intero dibattito con complessi argomenti e controargomenti, e presumibilmente includerebbe anche uno schema che spiegherebbe cosa succedeva via via nella struttura dell’insieme dei discorsi.

Gino Roncaglia: Lei ha scritto un ipertesto, “Socrates in the labyrinth“, in cui discute il problema dell’uso dell’ipertesto in filosofia, nella argomentazione, e, naturalmente, questo ipertesto contiene delle discussioni. Qual è la sua esperienza nell’uso dell’ipertesto quanto alla presentazione e all’organizzazione di una argomentazione?

David Kolb: In realtà, ho provato a farlo in tanti modi diversi mentre scrivevo il testo, in parte perché ho imparato a mano a mano che procedevo, in parte perché ho voluto fare esperimenti, e ho anche incluso, accanto ai testi più grossi, altri più piccoli che presentano diverse forme. La mia esperienza mi ha insegnato che è bene suddividere le argomentazioni affinché non venga tutto presentato in un unico segmento, ma, allo stesso modo, non è bene suddividerle troppo. Se si provava ad illustrare ogni singolo passo di una argomentazione in un breve segmento di testo, al lettore risultava troppo difficile tenere tutto a mente. Quindi, quello che credo sia la cosa migliore è dare un troncone dell’argomentazione, magari mezza pagina o vari paragrafi che andrebbero letti tutti insieme, e poi collegarlo ad argomentazioni precedenti e posteriori. E’ necessario, quindi, valutare quale sia il modo migliore di presentare il testo.

Gino Roncaglia: A volte, quando questo problema dell’uso dell’ipertesto in filosofia viene dibattuto, c’è la tendenza a pensare che esso sia utile quando si ha a che fare con argomenti che presuppongono una sorta di decostruzione della forma lineare. Qual è la sua opinione sul rapporto tra ipertesto e decostruzione?

David Kolb: È una questione complessa, che si potrebbe riassumere in questo modo: per molti versi l’ipertesto mostra che quello che i teorici letterari e i filosofi della decostruzione hanno detto sui testi, era vero. Mostra che i testi sono aperti, che non possono essere completamente chiusi, che non possono essere completamente dominati dall’autore, che il significato ha una certa maniera contingente di emergere, cosicché non è totalmente sotto il controllo di nessuno, lettore o autore.

Ma è anche vero che l’ipertesto, in un certo senso, si situa all’opposto di alcune cose che dicono gli scrittori decostruzionisti perché, di fatto, l’ipertesto è una rete, un insieme finito di relazioni, è qualcosa di costruito, è un artefatto. Penso che molti degli autori che inneggiano, in qualche modo, all’ipertesto come al “linguaggio naturale della decostruzione”, facciano confusione. Dimenticano che non esiste il testo puro, che ogni genere di presentazione, ogni genere di scrittura, riduce quella specie di testualità generale di cui parlano, ad una modalità concreta di presentazione.

In fondo, si sogna la libertà totale, si sogna una situazione di avanguardia permanente per la scrittura, e credo che la bandiera dell’ipertesto appaia come qualcosa che ci può portare in direzione di quel sogno. Ma soltanto in direzione del sogno, e il sogno è impossibile di per sé.

Gino Roncaglia: Lei pensa che ci sia qualche uso possibile dell’idea di ipertesto, dell’idea di fare collegamenti e mettere in relazione diversi pezzi di informazione sparsi, al di fuori dei modelli tradizionali di scrittura? In definitiva, pensa che l’ipertesto possa essere visto come modello o metafora in altri campi?

David Kolb: Sebbene si possa sempre costruire un ipertesto che sia gerarchico o uno che sia puramente lineare – ma il problema è che non lo si può sempre mantenere così: acquisterà altri collegamenti, si espanderà -, se si pensa a quest’immagine di collegamenti non-lineari, non-gerarchici, e a forme che possono essere create ma che non possono dominare il campo della scrittura perché altre forme possono essere create a partire dalle stesse parti del testo, quest’idea può essere traslata. Ecco un esempio: molti si lamentano, specialmente in America, ma credo sempre di più anche in Europa, della periferia urbana e dell’abbandono delle periferie. Tendiamo a pensare che ciò che succede è che abbiamo un nucleo urbano storico molto concentrato, circondato da una zona periferica con case e fabbriche e centri commerciali come sparpagliati senza ordine. E questa mancanza di ordine viene sentita, in qualche modo, scomoda. Penso che si potrebbe provare a leggere la periferia come un ipertesto, si potrebbe dire: non provate ad imporre alle periferie il vecchio tipo di ordine gerarchico, cercate i collegamenti, vedete i collegamenti economici che ci sono fra le parti delle periferie, vedete come le persone vivono, specialmente in America, guidando, usando le loro auto per fare collegamenti tra un’attività e un’altra. Guardate come si forma una comunità che non è una comunità di persone che vivono nello stesso quartiere, ma una comunità di persone che sono collegate dalle automobili, dal telefono, dalla posta elettronica, una comunità sconnessa, discontinua, ma, ciononostante, una comunità. Quest’idea del collegamento senza gerarchia che ha molte forme possibili allo stesso tempo, può essere un modo utile di pensare a quel tipo di civiltà che tende ad espandersi in maniera disordinata, invece che pensare alla città gerarchica concentrata.

Gino Roncaglia: Come professore universitario Lei ha esperienza di insegnamento attraverso l’uso dei nuovi media?

David Kolb: Nei miei corsi ho usato diversi tipi di media. Il mio è un corso di filosofia, e cerco di incoraggiare la discussione e l’interazione, e non ho un’enorme mole di informazione da presentare; non devo parlare dell’intera civiltà greca, ma voglio che gli studenti si concentrino su certi testi di Platone; faccio cercare, allora, le informazioni sul World Wide Web. Ho usato la posta elettronica – molti professori al mio college lo fanno -; creiamo gruppi di discussione, chiediamo agli studenti di inviare messaggi a tutti gli altri della classe una o due volte alla settimana, con commenti sul lavoro di tutti gli altri. Si possono anche usare newsgroup, gruppi di discussione per gli utenti della rete che danno modo agli studenti di fare commenti sugli altri in un modo gerarchico, ben strutturato. Ho anche fatto esperimenti con l’ipertesto vero e proprio, in due modi; abbiamo usato il programma “Storyspace” che permette di fare commenti in varie direzioni e di avere uno schema di quello che succede. Funziona molto bene se gli studenti sanno usare il programma; ma il programma non è affatto facile da usare, specialmente per gli studenti che non sono abituati a strutture ipertestuali. L’ho usato per Filosofia Greca, soprattutto per far sì che gli studenti facessero commenti su altri testi e sui commenti di altri studenti ai testi. Penso a un modo per farlo sul Web usando moduli, ma ci sto ancora lavorando. Ho anche semplicemente dato agli studenti la possibilità di scrivere ipertesti invece di scrivere le normali tesine di fine trimestre. Ed infine, ho anche dato corsi specifici sull’ipertesto: gli studenti scrivono ipertesti di vario tipo. La mia esperienza, per ora, è dare agli studenti la possibilità di scrivere una tesina sotto forma di ipertesto in un corso su qualcos’altro, come filosofia greca o filosofia dell’arte; per lo più non coglieranno l’opportunità: sanno già come scrivere tesine, hanno molto da fare e non vogliono il lavoro extra di imparare a fare un ipertesto. Sarebbero disposti ad usare la posta elettronica perché ci sono abbastanza abituati, e ad usare la rete, ma scrivere in rete è un po’ più difficile. Nella lezione sull’ipertesto gli studenti sono entusiasti, hanno molta voglia di applicarsi, specialmente in uno stile piuttosto letterario. In questo caso si ha parecchia partecipazione e inventiva, e siccome si impara tutti insieme e non ci sono regole fisse, io non sono propriamente l’insegnante e questo è molto vivificante.

Gino Roncaglia: Che consigli o suggerimenti darebbe ai professori che volessero usare i nuovi media nelle loro lezioni, non solo all’università ma anche alle superiori?

David Kolb: Sono necessarie almeno due qualità; in primo luogo una tecnologia affidabile, e bisogna sempre aspettarsi che non funzioni, purtroppo. E’ necessario un software che non sia troppo difficile da imparare. E, d’altra parte, qualcosa che possa stimolare la creatività degli studenti; in questo senso il Web va bene. Una volta che hanno imparato le basi di come fare una pagina Web, possono cominciare a scoprire da soli nuovi modi di farlo e poi uscire nella rete e trovare materiale da integrare con le loro pagine; ciò incoraggia la creatività. Cercherei, quindi, l’affidabilità, la facilità e l’apertura in modo da permettere agli studenti di far emergere la loro creatività. Il peggiore tipo di media è quello che si usa per delle semplici esercitazioni: in cui si usa il computer semplicemente per far ripetere le cose agli studenti fino all’esasperazione. Si è provato molto bene che questo non funziona, che il computer deve essere usato come uno strumento per ottenere uno stile più aperto e creativo.

Gino Roncaglia: Con l’uso dei nuovi media nell’educazione emerge il problema degli insegnanti: siamo in una situazione in cui, spesso, gli studenti ne sanno di più sui media dei loro insegnanti. Com’è la situazione negli USA, e cosa pensa si possa fare per incoraggiare gli insegnanti ad usare i nuovi media per l’educazione?

David Kolb: È un problema difficile anche negli USA. Penso che sia vero che ora molti degli studenti più giovani ne sappiano molto di più dei professori; specialmente gli studenti che ora hanno 12-13 anni, quindi non ancora universitari, sembra che siano cresciuti con i computer in un modo diverso anche da gente di tre o quattro anni più grande. La mia esperienza è che – e penso sia un fatto generale- molti insegnanti usano il trattamento di testi e la posta elettronica e, magari, navigano in rete, ma non hanno ben chiaro come usare tutto questo in classe, perché sono per lo più attività ricettive o versioni di cose che si facevano già, prima, in modo diverso. Quello che si è visto è che il modo migliore per incoraggiare gli insegnanti a fare esperimenti è fornire esempi e mostrare cosa fanno gli altri nella stessa scuola o in un’altra università. Non copieranno necessariamente gli esempi, ma cominceranno a pensare: “Sembra possibile, magari potrei trovare un modo per fare qualcosa di simile”. Naturalmente, la difficoltà al livello universitario è che i professori hanno materie diverse e in alcune non sempre si possono trovare esempi. Ce ne sono di più per le scienze, per esempio, meno per la letteratura, e molto pochi per la filosofia. Penso che dobbiamo darci da fare fornendo esempi e una migliore circolazione degli stessi da altri campi. Quanto alle motivazioni, penso che si debba affrontare la questione di cosa ci guadagna l’insegnante. Un insegnante che ha lavorato molto sull’ipertesto a lezione ha detto: “usare i media a lezione non rende più facile il compito dell’insegnante ma lo rende molto più divertente, molto più animato e dà molte più soddisfazioni”. E penso sia questo il genere di motivazioni su cui si debba lavorare; non credo che si alleggerisca il lavoro degli insegnanti, ma si daranno ispirazione e incoraggiamento agli insegnanti mostrando loro la vivacità e il divertimento in quello che stanno facendo.

Gino Roncaglia: Nel nostro programma abbiamo delle navigazioni in rete. Ha siti Web che pensa di poterci suggerire come siti interessanti da visitare? E, forse, può dirci qualcosa sul sito Web in cui lavora con i suoi studenti?

David Kolb: Se si parla di ipertesti, i due siti Web che mi vengono in mente sono, in realtà, due homepage personali: quella di Stuart Moulthrop che insegna all’Università di Baltimora e quella di Michael Joyce al Vassar College. Entrambe sono interessanti perché hanno collegamenti con loro saggi e testi; sia Moulthrop che Joyce sono teorici acuti e scrittori, ed hanno moltissimi collegamenti da quelle pagine a altri siti Web sull’ipertesto. Credo che questi due siti sarebbero due buoni punti di partenza. Per quanto riguarda quello che ho fatto con gli studenti, ho creato sulla rete una piccola cosa che si chiama il “Bates Hypertext Archive”, che è semplicemente un posto dove mettere i lavori di qualche studente e qualcuno dei miei per i quali mi sembrava valesse la pena farlo. La maggior parte del materiale è stato trasferito dal programma “storyspace”, che permette di costruire collegamenti più complessi rispetto a quello che si può fare sul Web. Quindi, ci sono un po’ di stranezze nella produzione delle pagine in rete, ma nel complesso è a posto. Ci si trovano tre o quattro racconti scritti dagli studenti e anche un collegamento a un sito in cui avevo studenti di filosofia dell’arte, e avevo chiesto agli studenti di girare per la rete e cercare siti sull’arte (pittura, scultura, architettura) e scrivere recensioni su questi siti. Così ho diverse centinaia di recensioni, di solito di un paragrafo circa, scritte da questi studenti, e c’è un link con il sito per ogni recensione. Alcune recensioni sono molto buone, altre no. Ma è stato un tentativo di permettere agli studenti di esprimersi e di avere un modo piuttosto semplice di costruire qualcosa, perché siamo stati in grado di mettere le recensioni senza troppe difficoltà, e gli studenti non sono stati impegnati in prima persona nella composizione di una pagina Web. Poiché c’è sempre qualche studente che sa qualcosa sulla costruzione Web, uno dei modi migliori per coinvolgere gli studenti è quella di avere un progetto comune – permette loro di imparare gli uni dagli altri – per far creare loro un sito Web, o una parte di sito relativa al materiale della lezione o a qualche progetto sul quale stanno lavorando. Lo si può anche far definire a loro, in qualche misura. La primavera scorsa gli studenti si sono divisi in gruppi di tre o quattro per decidere un progetto Web e crearlo. Quindi, un gruppo ha lavorato su un progetto sulle cose peggiori che si trovano in rete, un altro gruppo ha fatto una guida ai college, cose che l’amministrazione non vuole che si sappiano, e così via. Bisogna far sì che le persone creino, e non è necessario che siano grandi progetti.

Gino Roncaglia: Si ha l’idea che la realtà virtuale sia usata, per ora, solo come divertimento. Lei pensa che possa essere usata, viceversa, per comunicare?

David Kolb: Penso di sì. È come scrivere pagine Web personali. Si immagini che in futuro io abbia ogni sorta di strumenti di informatica, e un’ampiezza di banda sufficientemente estesa. Potrei creare non una pagina di testo, ma una specie di mini-mondo, come una stanza in cui poter entrare e dove si troverebbero simboli e immagini che io considero rappresentino me o la mia visione di una certa cosa. E potrei inviarlo a Lei e Lei ci potrebbe entrare. E si potrebbe commentarlo, questo mini-mondo, facendo cambiamenti o magari collegandoci altre cose, creando una seconda stanza. Quindi, potrebbe essere possibile avere una modalità di comunicazione che, in un certo senso, consisterebbe nella creazione di piccoli ambienti simulati, e una modalità di critica che consisterebbe nell’alterazione di quegli ambienti. Probabilmente, come per un ipertesto, si vorrebbe avere sia la versione originale sia la copia alterata, per poter collegare le informazioni senza cancellare niente. Si può sostituire qualcosa, ma l’originale rimane sempre collegato lì. Si può pensare, quindi, di usare la realtà virtuale come mezzo di espressione e di comunicazione, magari non direttamente come metodo di discussione ma come metodo di presentazione. Penso che sia importante superare la visione della realtà virtuale come prodotto commerciale, qualcosa che si assorbe semplicemente – vai in una realtà virtuale tipo Disney o Hard Rock Café e sei completamente dominato da quello che ti vogliono vendere – e pensare, piuttosto, alla realtà virtuale come alla possibilità di avere mondi personalizzati che non sono però vie di fuga ma mezzi di comunicazione.

Gino Roncaglia: Cosa pensa della discussione sull’uso di questa realtà virtuale, sulle nuove strutture di nuovi mondi costruiti non solo di parole ma anche di immagini? Crede che sia possibile parlare di una nuova forma d’arte?

David Kolb: Penso che per ora ci sia difficile immaginare nuove forme d’arte perché i nuovi strumenti aprono talmente tante possibilità che non è ancora chiaro quali siano i modi migliori o i molti modi possibili di usarli. Immagino che sia come per la carta e la stampa, non esiste una unica estetica della stampa, non c’è un solo modo di usarla, non c’è un’unica forma d’arte che sia la forma d’arte della stampa: c’è la poesia, la narrativa, i diari. Anche la realtà virtuale finirà per generare diverse forme d’arte con diverse estetiche. Ma, da come la si vede adesso, penso che creerà i problemi più interessanti il tipo di forma d’arte in cui si hanno improvvise giustapposizioni di immagini e spazi. Si può pensare, per esempio, ad una stanza di realtà virtuale simile alla biblioteca in cui siamo ora, e io esco dalla porta e mi ritrovo alle terme di Caracalla, poi esco da un’altra porta e sono a casa mia in America. E questa giustapposizione, questa transizione improvvisa, può essere usata per scopi artistici. La difficoltà sta nel non renderla noiosa. Il problema della noia viene quando il lettore o il fruitore sente che “quando esco dalla prossima porta può succedere qualsiasi cosa”. Questo è entusiasmante, ma non si gioca con le aspettative, non c’è nessuna abilità nel sorprendere perché ci si aspettava qualcos’altro; e, quindi, i propri mezzi artistici diventano stranamente limitati per il fatto che ora si è permesso che succedesse qualsiasi cosa.

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Written by ELR

October 27, 2017 at 8:00 am

Intervista con Fabrizio Venerandi

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ELR:  Nel 2010 hai pubblicato due ebook. Le Polistorie sono una novità assoluta! Come funziona l’ipertesto negli ebook ?

Fabrizio Venerandi: Penso che l’ipertesto sia uno strumento estremamente interessante per la costruzione di interactive fiction. Quello che ci siamo proposti con la collana delle polistorie è di uscire dai ghetti e abbandonare l’idea che la narrativa non lineare sia una sperimentazione. Le sperimentazioni ci sono già state, abbiamo un linguaggio elettronico che ormai ha più di quarant’anni e che è pronto a diventare un territorio delle storie e non solo delle tecniche con cui raccontarle. È stato interessante per me, come curatore di collana e anche autore di un testo, vedere come scrittori tra loro molto differenti alle prese con lo stesso strumento retorico, l’ipertesto, abbiano dato vita a idee di mondi completamente diversi. I primi cinque testi che abbiamo pubblicato dal 2010 fino ad oggi spaziano dall’interactive fiction, alle storie a bivio, agli iperromanzi di natura calviniana, a vere e proprie opere letterarie multi-lettura. Tutti gli scrittori hanno proposto opere di narrativa interattiva matura, perché ormai il linguaggio elettronico fa parte della vita di ognuno: è nella rete, nella comunicazione, nell’informazione, nelle idee. L’ebook è un luogo molto più accogliente del libro per sviluppare queste forme di racconto.

ELR: Sei anche il fondatore della casa editrice digitale Quintadicopertina. Cosa prevedi per il futuro dell’industria editoriale?

Fabrizio Venerandi: Penso che avverrà una separazione, graduale ma sempre più decisa, tra una letteratura tradizionale e letteratura digitale. Buona parte dei testi digitali continueranno ad essere testi pensati per la tipografia e poi convertiti in formato elettronico. Ma a fianco a questi prenderanno vita in maniera autonoma storie, didattiche, contenuti pensati per una fruizione del tutto digitale. Anche al di fuori del formato ebook.

ELR: Gia nel 1990 hai compiuto un lavoro pioneristico con il primo Multi User Dungeon italiano «NeoNecronomicon». Secondo te esiste un rapporto tra narrativa e video games? Cosa ne pensi della “creazione letteraria” nei video games e gli “elementi ludici” nelle opere letterarie

Fabrizio Venerandi: La scrittura è gioco, lo è sempre stata. È curioso che uno dei primi documenti della letteratura italiana sia un indovinello, no? Il videogioco ha radici nelle storie e nei testi, non fosse altro per ragioni storiche: il testo consuma molta meno memoria delle immagini, a livello di byte.  Molti dei mondi grafici on-line sorretti da poderose GPU sono stati già teorizzati e sviluppati come mondi testuali, anzi, sotto alcuni aspetti la gestione di mondi virtuali interattivi gestiti da stringhe testuali è assai più intrigante e sostenibile dei corrispettivi grafici. Anche in Italia, realtà di simulazione come Little Italy o The Gate possono essere oggi esempi importanti di come ribaltare e ripensare i concetti legati a scrittore, lettore, autonomia della storia, fabula e intreccio. Forse sono esempi più importanti adesso che allora. Il romanzo interattivo o non lineare esplicita i giochi di interazione tra scrittore e lettore che sono già in nuce nella narrativa tradizionale. Pensa a un normale romanzo giallo: il disseminare di indizi la narrazione, non è forse un gioco? L’intreccio delle storie dell’Orlando, non è un invito al lettore a ricostruirne i labirinti, così come i piani temporali o l’apparato di note dell’Infinite Jest di Wallace?  La separazione di questi due mondi è proprio legata ai quei ghetti di cui parlavo sopra: esiste una letteratura alta, che non sa di giocare, e una talmente bassa da non volere diventare letteratura. Mi piace pensare che il digitale possa diventare un terreno comune di scambio tra gioco e narrazione. Forse nella tradizione orale questo elemento giocoso di invenzione e contaminazione era più evidente e non è un caso che il gioco di ruolo nasca proprio da una applicazione della narrazione vocale.

ELR: In che modo la letteratura elettronica si inserisce nella tradizione letteraria del libro a stampa? Si può parlare di letteratura sperimentale

Fabrizio Venerandi: Guarda, io penso che la letteratura elettronica non sia una novità, ma che sia la messa in pratica di cose che si potevano fare anche prima. È un iper-messa in pratica: si espandono idee che sulla carta ad un certo punto trovavano limiti strutturali che nel digitale sono molto più morbidi. E talvolta non ci sono proprio. Quando sento dire che la letteratura ipertestuale è solo una sperimentazione anni settanta, penso che anche parte notevole della letteratura stampata è stata una sperimentazione. Io ancora mi meraviglio dei mille trucchi che si sono inventati durante i secoli per avere i link sulla carta: vocaboli in ordine alfabetico, mappe, indici analitici, note a piè di pagina, di capitolo, note al margine, corollari, riferimenti incrociati, stanze, paragrafi, numeri di verso, parentesi, incisi… fino alle esplicitazioni popolari del novecento, come i librogame. Incredibile tutto questo desiderio di rendere vivo il testo, di farlo interloquire con altri elementi interni ed esterni al libro stesso. Altro che sperimentazioni! Il digitale è uno dei tanti punti di arricchimento di un percorso di narrare che è millenario.

ELR: I new media si caratterizzano per le costanti modificazioni. Come si può prevenire il rischio di perdere i dati di un’opera di e-literature?

Fabrizio Venerandi: Intanto dando alla letteratura elettronica la dignità artistica e culturale che ancora oggi non ha. La critica accademica si è tenuta distante dai lavori di interactive fiction pubblicati. Le recensioni arrivano dai lettori e spesso hanno al centro la forma tecnologica della narrazione e non la narrazione. Gli ebook non si recensiscono, anzi, ancora oggi perdura una visione libro-centrica, dove l’unica forma di sapere è quella del tomo stampato e dove l’unica forma di narrativa è il romanzo ottocentesco.  C’è quindi, prima di tutto, bisogno di un lavoro di critica di quello che sta succedendo oggi nel digitale. Non si può preservare correttamente quello che non si sa cosa sia. Per questo  sono importanti  progetti come quelli dell’Electronic Literature Collection, ma è necessaria anche una letteratura ad ampio respiro su queste forme di scrittura e lettura contemporanee. Poi serve una buona dose di progettualità anche da parte dei creatori, produttori e distributori di queste opere. L’utilizzo di formati aperti con specifiche pubbliche, aiuta sicuramente la longevità dei testi naturalmente digitali. Meno – forse – la creazione di oggetti software legati a questa o quella piattaforma hardware.

Intervista a Carlo Cinato

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ELR: Carlo Cinato, nel 2008 hai iniziato a pubblicare sul sito Parolata i primi articoli sulla letteratura ipertestuale e a lavorare a vari progetti come ad esempio il romanzo ipertestuale (digitale) L’uomo senza cappello e la donna con le scarpe grigie. Come nasce l’interesse per la letteratura digitale?

Cinato: A me piace scrivere, mi piace scegliere le parole, costruire delle situazioni. Inoltre sono un discreto lettore, quindi ho letto abbastanza libri nella vita, e letto opere di abbastanza autori, da rendermi conto che non posso neanche pensare di paragonarmi agli scrittori che amo. Come posso pensare di confrontarmi senza vergogna con Proust, o Canetti, o Bolano? Quindi il mio contributo alla letteratura sarebbe sicuramente scarso se cercassi di cimentarmi in ciò che la letteratura è attualmente. Infine mi piace molto inventare, cercare soluzioni nuove per problemi vecchi, sperimentare idee non ancora applicate.

Mettendo insieme tutto ciò il risultato è stato automatico: provare a scrivere in un modo nuovo, cercare di costruire una letteratura che sia diversa da quella che ci ha preceduti, approfittando sia delle idee che possono nascere conoscendo gli ipertesti, sia utilizzando le possibilità tecniche che attualmente internet e gli ebook offrono.

La mia estrazione è tecnica, e mi viene naturale, nel momento in cui mi interesso a un argomento che non conosco, studiarlo per capire con cosa ho a che fare, analizzare i risultati raggiunti da chi ci ha già lavorato, poi posso iniziare a lavorarci io. Per soddisfare questo mio bisogno di conoscere l’ambito in cui volevo muovermi, ho fatto un po’ di ricerche: l’obiettivo era di indagare ciò che era stato scritto da chi aveva cercato di uscire dai confini della letteratura sequenziale, ho quindi iniziato a leggere e a studiare romanzi che avessero tali caratteristiche di innovatività, e a scrivere dei brevi articoli per fissarne le caratteristiche.

Il mio interesse è stato quindi focalizzato sulle opere letterarie che avessero una struttura con dei salti interni, che potesse essere assimilata a un ipertesto, sia che fossero opere scritte in forma di libro che opere native digitali. È stato molto istruttivo, ho visto che questa voglia di trovare nuove vie per le opere letterarie ha portato a scrivere libri molto diversi, qualcuno di questi modi ha avuto un seguito, altri invece sono stati applicati in un solo libro, ma sono tutte idee e visioni molto interessanti. Mi hanno colpito molto, ad esempio, Fuoco Pallido, di Nabokov, e La vita, istruzioni per l’uso, di Perec: due scrittori che sono riusciti a scrivere opere letterarie stupende in forma di libro ma con una struttura complessa e che, secondo me, se fossero un poco modificate per essere trasposte su supporto digitale e ipertestuale potrebbero trarne giovamento.

Queste sono le motivazioni delle mie ricerche nel campo degli ipertesti, ma ogni tanto mi piace scrivere anche racconti in formato classico, alla faccia del senso di vergogna che provo di fronte a Borges.

ELR: Esistono delle analogie tra la letteratura stampata e la letteratura digitale? Quali sono, invece, le caratteristiche della letteratura digitale che la contraddistinguono?

Cinato: Se la domanda è relativa al supporto, cartaceo oppure digitale (ebook, per intenderci), l’analogia è totale: nel momento in cui si legge un romanzo non c’è alcuna differenza tra il supporto cartaceo e quello digitale, a parte la preferenza personale di ognuno. Chi legge del giovane Jim e di Long John Silver si trova su una nave in mezzo all’oceano, sotto il sole o nella tempesta, cosa vuoi che importi il supporto su cui sono scritte le loro avventure? Semplicemente chi è abituato a leggere su un libro di carta (naturalmente la maggior parte dei lettori) pensa, a ragione oppure no, che perderebbe qualcosa se leggesse invece su un ebook, ma si tratta di abitudine, appunto, che diminuirà inevitabilmente col tempo.

Se invece il discorso riguarda la letteratura sequenziale e quella ipertestuale il discorso è più complesso. Non è più un discorso di supporto, innanzitutto: Fuoco Pallido, citato precedentemente, è un libro ipertestuale (è formato da un poema che narra una vicenda, commentato tramite un apparato di note, che a loro volta trattano di una storia che, spesso, poco ha a che fare con il poema di partenza), ma è stato pensato e pubblicato come libro cartaceo. Semplicemente si salta in avanti e indietro tra le pagine del libro. I promessi sposi, invece, è un libro sequenziale, e così rimane, anche se viene letto come ebook (per quanto una versione ipertestualizzata dei Promessi Sposi sarebbe stupenda, a mio parere, ma diventerebbe un’altra cosa).

Le analogie tra letteratura sequenziale e letteratura ipertestuale sono molto maggiori di quanto comunemente si creda, e in particolare di quanto credono gli scrittori di ipertesti. Tali analogie sono dovute al fatto che entrambe hanno (o dovrebbero avere) il medesimo obiettivo: scatenare il piacere e l’interesse del lettore. Sono spesso stupito di come, invece, chi scrive narrativa ipertestuale spesso si faccia prendere dal furore di scrivere qualcosa di altamente innovativo, all’avanguardia e postmoderno, come se il fatto di utilizzare un supporto tecnicamente avanzato da un lato lo obbligasse a spingersi in zone inesplorate della letteratura (ma non tutti sono James Joyce e possono permetterselo), dall’altro gli fornisse l’alibi per non dovere piacere ai lettori.

Poiché il lettore di libri cartacei e di ebook è lo stesso, e sempre più sarà lo stesso a mano a mano che la lettura su supporto digitale diventerà comune come quella su libro cartaceo, il modo di scrivere libri ipertestuali e libri sequenziali dovrà forzatamente trovare un denominatore comune, a quel punto sarà possibile per la letteratura ipertestuale sviluppare una sua propria strada indipendente.

Torniamo alla domanda iniziale: che cosa contraddistingue la letteratura ipertestuale? La possibilità di compiere salti all’interno del testo (sto parlando di letteratura pura, senza considerare la possibilità di inserire filmati, audio o altri elementi multimediali). Ciò fa sì che la lettura non sia più sequenziale, che le parti di testo siano tra di loro connesse tramite delle relazioni, e che il testo quindi si possa affrontare in diversi modi, permettendo molteplici letture differenti.

La possibilità di compiere salti nel testo ha due conseguenze principali.

La prima, positiva, è che è permessa all’autore una grande flessibilità nel montare il testo: mentre in un romanzo sequenziale il lettore coscienzioso dovrebbe leggere il testo pagina dopo pagina, al massimo saltando delle pagine che non lo interessano, nel romanzo ipertestuale la costruzione permette invece al lettore, nei punti di snodo decisi dall’autore, di realizzare delle scelte tra varie possibilità. L’autore potrà decidere di costruire, lavorando sulle scelte offerte al lettore, vari tipi di romanzi: un romanzo in cui il lettore guidi i personaggi a compiere determinate azioni decidendone, in qualche modo, la storia; un altro romanzo in cui il lettore possa spostarsi nel tempo per vedere come la storia si evolve o per scoprire le cause di un avvenimento; un romanzo in cui si possano analizzare i diversi punti di vista dei personaggi sul medesimo avvenimento, e così via. Nuovi strumenti di lavoro si offrono quindi all’autore.

La seconda conseguenza invece è negativa: lo spezzettamento del testo, i salti che legano parti diverse del racconto, per loro natura sbriciolano l’omogeneità dell’opera e distraggono forzatamente il lettore. Un ipertesto non può essere solo un insieme di pensieri slegati interconnessi da link, come non può essere una raccolta di frammenti a cui il lettore debba dare un senso, ma piuttosto deve essere un insieme di elementi testuali che si incastrano alla perfezione, oppure una serie di elementi testuali che fanno in modo che cambi sostanzialmente la percezione della storia da parte del lettore in dipendenza della sequenza con cui vengono letti.

Si capisce da questo secondo punto che il compito dello scrittore di ipertesti si accresce di un’ulteriore difficoltà rispetto allo scrittore di testi sequenziali: deve gestire la libertà di “salto all’interno del testo” in modo che l’uso dell’ipertesto non sia solo una posa, o qualcosa di nuovo fine a se stesso, ma che sia imprescindibile dall’esperienza che vuole generare nel lettore. L’impegno del lettore per gestire i link (perché di un impegno si tratta) deve essere compensato da una narrazione che sia fluida e che, specialmente, gli dia delle sensazioni che non sarebbero state possibili se non fosse stata basata su un ipertesto.

ELR: Il romanzo ipertestuale L’uomo senza cappello e la donna con le scarpe grigie  può essere considerato un esperimento letterario?

Cinato: Secondo me sì, e comunque per me lo è stato. Negli studi che ho fatto relativamente alla narrativa ipertestuale ho individuato sette tipi diversi di link ipertestuali, e ho cercato di immaginare come avrebbe potuto essere strutturata una storia per sfruttare al meglio le possibilità di ognuno di questi link. Poi ho pensato che, se volevo impadronirmi della tecnica nel trattare i diversi tipi di link, avrei dovuto conoscerli meglio scrivendo un racconto per ogni tipo, usando solo quel tipo di link, in modo da esplorarne le possibilità. L’uomo senza cappello e la donna con le scarpe grigie è il primo racconto scritto con questo obiettivo. È stato quindi un esperimento per valutare cosa si poteva fare utilizzando un particolare tipo di link, ma l’obiettivo era comunque di scrivere un racconto che potesse piacere a qualche lettore, indipendentemente dal fatto che la struttura fosse ipertestuale.

Entrando un po’ più nel particolare, il tipo di link che ho scelto è stato quello che ho chiamato “ad accessori”. È un link che permette di aggiungere informazioni alla pagina principale quindi, in generale e in particolare nel mio racconto, ci sono una serie di elementi testuali che narrano una storia principale, tra di loro connessi sequenzialmente in modo tale che possano essere letti come un racconto normale, da questi elementi testuali c’è la possibilità di raggiungere tramite link degli ulteriori elementi di testo che aggiungono, appunto, delle informazioni accessorie alla storia, che quindi possono essere letti oppure evitati a scelta del lettore.

Raccontata in questo modo si intuisce che i link accessori potrebbero contenere descrizioni, o elementi ininfluenti per la storia principale, cosa che invece io volevo evitare. Mi sono messo dalla parte del lettore: se una descrizione o un elemento fosse fondamentale, l’autore dovrebbe inserirlo nella storia principale, se invece non lo fosse perché dovrei leggerlo? Con questo presupposto un lettore farebbe bene a non seguire i link accessori e dovrebbe leggere solo la storia contenuta negli elementi testuali della sequenza principale. Poiché, come dicevo prima, ritengo che l’uso dell’ipertesto debba aggiungere qualcosa di nuovo e di omogeneo alla storia, allora ho scritto il racconto principale e i link accessori affinché la percezione della storia e dei personaggi che il lettore si forma cambi a seconda se il lettore decida di seguire o di non seguire i link accessori. L’obiettivo era di permettergli di leggere storie sostanzialmente diverse in dipendenza delle scelte fatte rispetto a seguire i link.

Per la caratteristica dei link, che per loro natura suddividono in spezzoni la normale lettura sequenziale, ritengo che comunque anche un lettore che decidesse di seguire tutti i link nell’istante in cui li incontra possa avere comunque la possibilità di seguire una storia principale che lo porta a formulare certi pensieri sulle vicende e sui personaggi, e di avere accesso poi a ulteriori informazioni che lo portano a cambiare le prime sensazioni che si è formato.

Per me la scrittura del racconto è stata una palestra molto interessante per capire cosa significhi scrivere utilizzando questo tipo di link, sto lavorando ad altri racconti per esplorare gli altri tipi di link e conoscere un po’ di più le possibilità offerte dalla letteratura ipertestuale. Alla fine penso che sarà possibile scrivere un racconto ipertestuale in cui i diversi tipi di link possano mescolarsi per formare un’opera più complessa.

ELR: In che modo i rinvii elettronici e la struttura ipertestuale di internet, su cui si basano le opere letterarie digitali, modificano il testo letterario, la trama narrativa e la lettura?

Cinato: È difficile dirlo, perché l’utilizzo dell’ipertesto può essere molto blando o molto invasivo. Può essere usato per scrivere un romanzo che narra una storia che, a un certo punto, permetta al lettore di fare scegliere a un personaggio tra due possibilità (supponiamo aprire o non aprire una porta), e che da quel punto in poi prosegua fino al termine con due storie parallele, determinate dalla scelta fatta dal lettore. Oppure un romanzo dove gli elementi testuali siano lunghi non più di dieci righe, dove i link siano molteplici per ogni elemento testuale, dove sia possibile tornare ripetutamente nello stesso elemento testuale e dove i link portino verso destinazioni diverse a seconda se sia stato attraversato in precedenza un dato elemento testuale oppure no (Non sto esagerando: un romanzo ipertestuale strutturato così esiste. Personalmente l’ho abbandonato senza terminarne la lettura).

La mia idea è che se la struttura ipertestuale si nota troppo, se è troppo presente e quindi distrae dal piacere della lettura, ci sia qualcosa che non va. Prendiamo ad esempio Wikipedia, il caso più famoso di ipertesto non letterario: l’uso dell’ipertesto è perfettamente inserito nei contenuti, non infastidisce, il lettore segue solo i link che lo interessano, d’altra parte permette di muoversi tra le diverse pagine in modo molto più efficace rispetto alle enciclopedie cartacee, grosse e scomode. Funziona perfettamente.

Per gli ipertesti letterari non è facile raggiungere questa perfetta integrazione tra contenuto e struttura: la lettura di un testo romanzesco è molto diversa dalla lettura informativa, richiede un livello di concentrazione maggiore ed è più fragile, spesso quindi non regge l’appesantimento apportato dai link, se questi sono utilizzati eccessivamente.

Sicuramente il testo letterario e la trama narrativa devono variare con l’uso della scrittura ipertestuale: non tutti i testi sequenziali potrebbero essere trasposti su un ipertesto, si potrebbe dire che bisogna pensare a una storia che sia già ipertestuale alla nascita per poterla scrivere in tale modo o, meglio: nel caso in cui lo scrittore abbia in mente una storia che necessiti di un ipertesto, e solo in quel caso, dovrebbe procedere a scriverla come ipertesto.

Per ciò che riguarda la lettura, penso che debba cambiare il meno possibile nel passaggio da narrativa sequenziale a narrativa ipertestuale, ma ci saranno comunque dei cambiamenti inevitabili: l’uso degli ereader al posto dei libri cartacei, ad esempio, oppure la difficoltà di rileggere pagine incontrate tempo prima: con certi ipertesti sarà molto difficile risalire alla sequenza di pagine attraversate in precedenza dal lettore.

ELR: A differenza delle opere letterarie create in un contesto digitale come il web, gli ebook sono dei testi in pdf molto simili ai testi stampati su carta. Tra le opere che si trovano nella sezione Letterarie troviamo il romanzo Chi ha ucciso David Crane? di Fabrizio Venerandi; un ebook ipertestuale. Di cosa si tratta? In futuro ci saranno degli ebook ipertestuali?

Cinato: Sicuro, ci sono già adesso. Il mio racconto, ad esempio, l’ho pubblicato (gratuitamente) sul mio sito sia in epub che in mobi, i due formati attualmente utilizzati su ereader. Ho potuto farlo grazie al fatto che tali formati supportano, seppure in misura ancora non soddisfacente, iperlink interni al testo. Il libro che citi tu ha forma analoga: la casa editrice Quintadicopertina che ha pubblicato il libro di Fabrizio Venerandi è specializzata in libri elettronici (credo che non abbiano pubblicato nulla al di fuori degli ebook) e quindi, quel che più fa loro onore, pubblicano ebook che sono nativamente digitali, quindi non si tratta di trasposizioni in digitale di testi cartacei ma testi pensati espressamente per sfruttare le potenzialità degli ereader e ebook.

Fino a un po’ di tempo fa i romanzi ipertestuali erano leggibili solo su pc, poiché non esistevano altre tecnologie in grado di gestirli: necessitavano di programmi per la loro visualizzazione e dovevano essere letti quindi sullo schermo del computer, cosa che non ne ha sicuramente facilitato la diffusione. Ora, grazie agli ereader e agli ipad, sicuramente l’esperienza di lettura su supporto digitale si avvicina a quella della lettura su carta, e questo non potrà che avvicinare i lettori a provare anche i romanzi ipertestuali e gli scrittori a sperimentare questo nuovo modo di scrivere.