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#ELRPUB: Intervista con Paolo Albert

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Nella serie #ELRPUB non poteva mancare la casa editrice PubCoder, una delle prime case editrici digitali italiane con sede a Torino di cui c’è un breve accenno in un’altra intervista con Daniela Calisi. Alle domande della ELR questa volta risponde Paolo Albert, uno dei cofondatori della ditta software, che ci racconta come si è sviluppato il progetto iniziato nel 2010 e come si è evoluto il settore dell’editoria digitale. In uno stile al quanto sobrio, Albert spiega anche quali sono i vantaggi delle tecnologie applicate da PubCoder e quali potrebbero essere i futuri sviluppi del settore.

 

 

ELR: Paolo Albert, nel 2013 hai fondato insieme a Paolo Giovine, Angelo Scicolone e Enrico Gazzano la ditta software PubCoder, una delle poche case editrici in Italia attiva nell’ambito dell’editoria digitale. Ci racconti quando è nato l’interesse per l’editoria digitale e come si è formato il gruppo dei fondatori di PubCoder?

Paolo Albert: Con Paolo Giovine siamo amici di vecchia data, nel 2010 la nostra esperienza come papà e l’avvento del primo iPad ci ha ispirati nello stesso modo: abbiamo visto subito enormi potenzialità nel settore dei libri interattivi per bambini.

All’inizio pensavamo di sviluppare direttamente dei prodotti pensati ad hoc, poi abbiamo iniziato a ragionare su uno strumento che permettesse di abbattere i costi e fosse facile da utilizzare: anche senza scrivere codice.

L’idea era quella di dare a chi non era programmatore la possibilità di sviluppare un progetto interattivo in tutte le sue fasi: dalla bozza alla pubblicazione.

Ci mettiamo alla ricerca di uno sviluppatore e ci imbattiamo in Angelo Scicolone con cui lavoriamo alla prima versione del software. Nel 2013 nasce ufficialmente la nostra start up.

ELR: Nella pagina dei Case Studies è possibile scaricare e leggere alcune opere che sono state create con PubCoder. Gli autori dei libri, si legge in cima alla pagina, “pubblicano libri in diversi formati e in diverse lingue sui più importanti bookstore online”. Quali sono i formati e i generi letterari che finora sono stati creati con PubCoder?

Paolo Albert: PubCoder è nata principalmente per realizzare eBook per bambini, ma le stesse funzionalità sono utili per qualsiasi contenuto a interattività complessa, ad esempio: graphic novel, libri per la scolastica con la possibilità di implementare gli eventuali esercizi, libri studiati apposta per i lettori dislessici la cui fruizione è totalmente personalizzabile, cataloghi con interazioni per una user experience di gran lunga migliore rispetto ai pdf statici e prodotti animati per il digital storytelling dei brand.

Il software è stato utilizzato da piccoli e grandi editori internazionali per bambini, da MacMillan a Giunti, da Bonnier a De Agostini; agenzie creative l’hanno usato per raccontare storie dei loro clienti; moltissimi self-publisher se ne sono serviti per pubblicare le loro storie. Su questa pagina trovate un elenco dei prodotti che sono stati fatti con PubCoder.

ELR: Sul sito è anche possibile creare un Shelf, ovvero un ecosistema per la distribuzione dei libri creati con PubCoder. Quali sono i vantaggi di un Shelf e da cosa è nata l’esigenza di creare una nuova piattaforma online piuttosto che usare quelle già esistenti?

Paolo Albert: Quasi sempre gli utilizzatori di PubCoder hanno l’esigenza di pubblicare lo stesso contenuto su piattaforme diverse, questo significa conoscere tutti i formati e le tante regole degli store.

Ci siamo quindi chiesti se non fosse utile creare un ambiente dove pubblicare e distribuire i propri contenuti creati con PubCoder.

Ѐ nato così Shelf un’app library totalmente personalizzabile dal cliente, dal template grafico alla struttura di navigazione, che permette la vendita diretta su App Store e Google Play Store.

ELR: PubCoder offre anche corsi di formazione. Come sono strutturati i corsi e a chi sono rivolti?

Paolo Albert: Abbiamo organizzato corsi di formazione per molto tempo, oggi con un pubblico sempre più vasto e internazionale ci rivolgiamo direttamente alle scuole in cui si insegna grafica e design e ai partner che hanno aggiunto PubCoder tra i loro strumenti.

ELR: I progetti PubCoder possono essere esportati nel formato fisso (fixed layout EPUB3). A cosa è dovuta questa scelta e quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questo formato?

Paolo Albert: Il formato fisso permette al creativo di avere controllo pixel per pixel del contenuto.

Ad esempio, una palla che rimbalza dal punto A al punto B dovrà avere delle coordinate specifiche tutte le volte che cambiano le proporzioni del progetto.

Questo significa che il contenuto è sempre tagliato ad hoc per il dispositivo d’atterraggio, un lavoro “in più” all’inizio, ma che consente di avere un risultato preciso alla fine.

ELR: In un tuo articolo pubblicato su medium.com spieghi la differenza tra il Desktop Publishing (DTP) e il web-based software accennando alla possibilità di usufruire della tecnologia dell’Intelligenza Artificiale per unire queste due modalità di pubblicazione. Prendendo spunto da questa tua intuizione, secondo te come si svilupperà la tecnologia dell’editoria digitale?

Paolo Albert: Se pensiamo che l’hype del momento sono gli audiolibri, ci sono sviluppi molto promettenti legati all’applicazione di nuovi tool di AI a questa tipologia di prodotto, penso ad esempio ad Amazon Alexa e ad Amazon Echo. La sfida per gli editori, ancora una volta, è quella di saper cogliere le opportunità senza per forza viverle come una minaccia.

ELR: Nel 1997 il Project Gutenberg, iniziato nel 1971, raggiunge il numero 1000 di libri pubblicati con l’ebook #1000 “La divina commedia” di Dante Alighieri. Come si sono sviluppati il mercato e la modalità di vendita e di diffusione dei libri elettronici in questi 20 anni?

Paolo Albert: Amazon è stato il primo motore di sviluppo dell’ebook. Il lato negativo è che l’azienda di Seattle vede il libro in pura ottica commerciale. Si dice infatti che una delle strategie del successo della sua piattaforma di e-commerce sia stato proprio il libro, utilizzato come vero e proprio cavallo di Troia (il target “lettore”, si sa, è alto spendente). Dall’altra parte questo puro interesse commerciale è anche la croce dell’ebook, nel senso che non c’è scarsa propensione a innovare il formato, se non è supportato o giustificato da ragioni meramente commerciali. Amazon, ancora oggi, è padrone indiscusso del mercato, e qualsiasi discorso di crescita e futuro non può che passare dalle loro grinfie.

ELR: Come si è sviluppato invece il mercato dei libri elettronici in formato EPUB?

Paolo Albert: Il formato EPUB è uno standard che ha conosciuto la sua fortuna grazie alla diffusione dei Reader. Con l’avvento della terza versione dello standard (EPUB3, appunto), si è intravista l’opportunità di evolvere il formato verso nuove frontiere di lettura: non solo romanzi di testo, ma anche libri per bambini in fixed-layout, l’introduzione dell’interattività, la possibilità di pubblicare veri e propri “magazine”. Tuttavia, il nuovo formato ha faticato nel diffondersi. Come detto, il leader di mercato è Amazon che usa un altro formato, e quindi l’EPUB viene scartato dai produttori di contenuti perché percepito il rapporto costo/opportunità di lavorare quel formato è troppo elevato.

ELR: In che modo vengono salvate e archiviate opere interattive e multimediali come gli ebook di PubCoder?

Paolo Albert: PubCoder è un software di authoring, e permette di esportare un file che è totalmente nelle mani del suo autore. Ci sono in effetti dei campi di metadatazione per aiutare i distributori (soprattutto di ebook), ma tendenzialmente non è un problema di cui ci siamo mai direttamente occupati.

ELR: Quanto è importante conoscere le lingue di programmazione per creare degli e-book in formato EPUB? Che consigli daresti a coloro che vogliono iniziare a imparare a programmare?

Paolo Albert: Il linguaggio HTML è fondamentale perché è la base per la formattazione del testo e degli altri contenuti (img, video), per la “taggatura” semantica dei contenuti che permette di rendere l’ebook accessibile, ecc.

Il formato EPUB stesso è a sua volta un formato che definisce un modo standard di impacchettare contenuti di pagine/paragrafi che sono costruiti in formato HTML. Quindi nessun dubbio: andate sul sito del W3C senza perdere altro tempo!

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#ELRPUB: Intervista con Michela Di Stefano

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Il nostro viaggio nel mondo dell’editoria digitale continua con l’intervista con Michela Di Stefano, fondatrice di Studio 361° con sede a Brescia. Grazie alla sua lunga esperienza lavorativa iniziata nei primi anni Novanta, svariati progetti per diverse aziende italiane e l’attività di docente, riusciamo a ottenere una visione più ampia del settore dell’editoria digitale. La testimoninanza coinvelgente di Michela Di Stefano ci farà conoscere meglio questo “blue ocean“.

 

ELR: Michela Di Stefano, nel 2007 hai fondato Studio 361°, un network di specialisti della comunicazione, nel quale svolgi attività di docente. Ci racconti com’è nata la passione per l’editoria digitale?

Michela Di Stefano: Ho iniziato a fare formazione nel 1992 come tecnico informatico in un’azienda che vendeva i primi computer Apple alle tipografie ed agenzie di pubblicità. Ho visto i primi modelli di computer Mac e le prime versioni dei software ancora in bianco e nero! Poi ho fatto altre esperienze professionali: web designer, stampa di grande formato e gadgets, fino alla decisione di mettermi in proprio nel 2004 con il riconoscimento da parte di Adobe del titolo di Adobe Guru. La scelta di creare nel 2007 il network di Studio 361° è arrivata in modo molto naturale, vista l’esigenza di coprire diverse necessità e richieste da parte dei clienti e non essendo in grado di poterle soddisfare in prima persona.

La scoperta dell’editoria digitale è arrivata nel 2011 quando il mercato della carta stampata ha cominciato ad essere veramente inflazionato ed un mercato in cui è risultato sempre più difficile far prevalere la qualità del servizio sul prezzo più basso. Quando ho comprato il mio primo iPad, mi si è presentato un vero e proprio miraggio: un mercato assolutamente nuovo, stimolante ed inesplorato in cui potevamo esprimere la nostra competenza, i nostri valori ed in cui non era possibile improvvisarsi visto che richiede una reale preparazione tecnica per poter distribuire sugli store e per poter rimanere sempre aggiornati sui continui cambiamenti ed aggiornamenti di questo settore. Posso dire che ci siamo innamorati di questo mercato ed ancora oggi raccogliamo grandi soddisfazioni dai progetti che realizziamo, molte di più di quelle che raccogliamo per la realizzazione di progetti di editoria tradizionale. Sicuramente qui in Italia è un mercato ancora sconosciuto, ma confidiamo in un futuro non troppo lontano per vedere crescere il nostro impegno nel far conoscere questo “blue ocean” anche nel nostro paese.

ELR: Lavori nell’ambito delle aziende, delle agenzie di comunicazione, delle tipografie ed istituti di formazione. In che modo viene utilizzata la tecnologia dell’editoria digitale in questi settori?

Michela Di Stefano: Insegno all’Hdemia Santa Giulia di Brescia, in 3 dei miei corsi ho insegnato l’utilizzo dell’editoria digitale: nel corso di Progettazione Multimediale all’interno del percorso di didattica museale, ho insegnato a realizzare degli eBook interattivi per allestire mostre e far conoscere musei. In seguito al mio corso, alcuni allievi hanno realizzato degli eBook per dei cataloghi di mostre: Viandanti dell’anima, Kòsmos. Daniele Salvalai, Gabriella Benedini. I tempi del cielo. Questi allievi hanno trovato lavoro grazie alla loro capacità di realizzare eBook interattivi ed è stato un traguardo molto importante.

Durante il corso di Graphic Design, ho insegnato a realizzare eBook interattivi per presentare un progetto ad un cliente, io stessa utilizzo degli ePub interattivi per fare delle riunioni importanti e presentare dei progetti ai miei clienti.

Nel biennio di specializzazione invece ho insegnato a realizzare delle App utilizzando InDesign insieme a Twixl Publisher e Paperlit. In entrambi i casi gli allievi hanno realizzato una rivista in formato cartaceo e successivamente in formato digitale. Si possono vedere degli esempi su questa pagina.

Nelle aziende c’è ancora pochissima conoscenza di questo mercato, tutti conoscono la parola App, ma le idee sulla realizzazione ed utilità reale di questo strumento è molto bassa. Per quanto riguarda gli eBook la situazione è ancora peggiore, neppure le agenzie di pubblicità ed i creativi sono a conoscenza delle potenzialità e delle caratteristiche di questo prodotto. Nella maggior parte dei casi il concetto di eBook viene abbinato ad un romanzo leggibile su un eReader in bianco e nero come il Kindle oppure ad un PDF da sfogliare su computer…. Può sembrare incredibile, ma abbiamo avuto maggiore riscontro riguardo all’editoria digitale da figure che non si occupano di comunicazione, ma di cultura. Abbiamo realizzato già 3 monografie per la Fondazione Martino Dolci di Brescia che ha capito come la realizzazione di eBook con le monografie dei pittori bresciani, possa avvicinare i giovani al mondo dell’arte e possa far conoscere loro questi artisti, cosa che le monografie cartacee realizzate fino a 3 anni fa, non avrebbero potuto fare.

ELR: Nel 2017 hai iniziato a organizzare il “BreakfastPro” un ciclo di incontri a scadenza mensile per professionisti della comunicazione, del marketing e dell’editoria. Quali sono stati finora gli esiti più significativi della “colazione 4.0”?

Michela Di Stefano: L’interesse suscitato da questi incontri molto brevi e fuori dalle fasce orarie tradizionali è stato altissimo. Abbiamo avuto una richiesta di partecipazione superiore del 50% alla capienza della sala che avevamo a disposizione ed abbiamo dovuto attivare una “lista in piedi” per permettere un numero più alto di iscrizioni. Poi qualche assente dell’ultimo minuto ha permesso a tutti di sedersi ed avere sempre la sala con un’alta partecipazione. Possiamo ritenerci molto soddisfatti perché l’orario dalle 8.00 alle 9.30 ed i mesi invernali (il primo incontro è stato a settembre 2017 e l’ultimo a dicembre 2017) non erano di buon auspicio. Visto l’interesse ed il successo riscontrato, abbiamo deciso di riproporli anche per il 2018.

Probabilmente la formula “colazione+formazione” ha avuto successo perché permette in un tempo limitato di scoprire 1 solo argomento e potersi concentrare su quello a differenza degli altri eventi che organizziamo più impegnativi sia in termini di organizzazione che di partecipazione degli utenti. Ovviamente si tratta di incontri ben diversi, infatti l’evento annuale del Digital Publishing Explorers è già in calendario per il 2019 e si svolgerà a Brescia. Come ogni edizione la giornata sarà fitta di incontri e di informazioni, un taglio completamente diverso dai BreakfastPRO, nato per offrire strumenti essenziali ai professionisti che desiderano tenersi aggiornati ed al passo con la tecnologia per offrire e trovare sempre nuove strategie di business.

ELR: Come sono strutturati i vostri corsi di formazione? Quali nozioni di base devono avere i partecipanti?

Michela Di Stefano: Tutti i nostri corsi sono “personalizzati” nel senso che, prima di partire c’è un colloquio telefonico con il richiedente. Solo in questo modo è possibile costruire un percorso formativo su misura per chi lo richiede. Che si tratti di un libero professionista, che di un team aziendale, prima di fare formazione è necessario conoscere il livello dei partecipanti, quali sono gli obiettivi da raggiungere e quanto tempo viene messo a disposizione per farlo. Sulla base di questi elementi formuliamo un programma ad Hoc ogni volta. Sul sito ci sono gli elenchi delle funzioni di ogni pacchetto, ma il corso è molto di più, rilasciamo anche link a tutorial, videotutorial e altro materiale importante che non è possibile approfondire durante la lezione live.

ELR: Secondo te c’è una consapevolezza e una volontà forte, nel tuo ambito lavorativo, per lo sviluppo di nuove tecnologie che agevoleranno il passaggio dall’editoria a stampa all’editoria digitale?

Michela Di Stefano: Purtroppo l’utilizzo e l’utilità delle nuove tecnologie che permettono di migrare o semplicemente distribuire progetti di stampa tradizionale in formato digitale sono ancora sconosciuti e visti con diffidenza. In Italia la parola eBook viene utilizzata per indicare un PDF e un App per indicare un gioco o qualcosa di molto complesso mentre non è così. Dal 2011 ad oggi ci siamo impegnati per far conoscere questo mercato al mondo dei creativi e di tutti coloro che operano nel settore della comunicazione, oggi (nel 2018) si cominciano a vedere i primi risultati di quanto abbiamo seminato, ma la strada  ancora molto lunga…

ELR: Da una breve ricerca sul web sui libri elettronici risulta che la storia dell’editoria digitale inizi attorno all’anno 1993 quando due italiani, Franco Crugnola e sua moglie Isabella Rigamonti, hanno creato il primo libro elettronico e quando il poeta Zahur Klemath Zapata pubblica “L’Assassinio come una delle belle arti” di Thomas de Quincey in formato DBF (digital book format). Secondo te quando ha avuto inizio la storia dei libri digitali e quali sono alcuni dei momenti salienti della storia dell’editoria digitale?

Michela Di Stefano: Secondo me, come per il Web, inizialmente implementato da Tim Berners-Lee mentre era ricercatore al CERN, sulla base di sue idee e di un suo collega, Robert Cailliau. Tim Berners pubblicò  il 6 agosto 1991 il primo sito Web al mondo, presso il CERN, ma passarono anni prima che questa tecnologia prendesse piede in Italia, ancora oggi ci sono aziende che non hanno un sito Web e lo considerano inutile per il proprio business!!! Peggio ancora ci sono aziende che ne hanno uno inefficiente e non idoneo ad essere visualizzato sui nuovi device mobili.

Nello stesso modo l’editoria digitale è arrivata con i primi strumenti di lettura di Amazon e poi si è evoluta in modo incredibile, tuttavia è ancora in gran parte sconosciuta. Sia il formato ePUb interattivo che le applicazioni editoriali, possono essere sfruttati per distribuire informazioni editoriali in modo veloce ed economico, ma sono visti come investimenti troppo complessi e costosi a causa della scarsa cultura in merito. Alcune aziende si sono inoltrate senza la guida di strutture professionali come la nostra su questi mercati ed hanno ottenuto grandi frustrazioni e scarsissimi risultati dovuti alla mancata conoscenza degli strumenti e delle regole che sono alla base del mercato dell’editoria digitale.

Questo mercato è sicuramente efficace, ma in continua evoluzione. Si tratta di un mercato gestito da regole ben precise che gli Store di distribuzione dettano a tutti coloro che desiderano distribuire su questi canali. A seguito di ciò, le aziende non sono in grado di gestire in autonomia questo passo importante, ma pensano di potersi in qualche modo arrangiare con modalità a dir poco “casalinghe”, mentre i professionisti che operano in questo settore da tempo, potrebbero essere di grandissimo aiuto per risparmiare denaro e tempo ed accompagnarli verso il risultato più efficace per loro.

Per tornare alla domanda iniziale, anche un PDF (nato nel 1991 con il progetto Camelot di Adobe) può essere considerato un esempio di editoria digitale, ma non si tratta di eBook. Quando parliamo di eBook parliamo di formato .ePub o .mobi o altri formati di lettura fruibili su device specifici in grado di effettuare anche operazioni aggiuntive come:

  • Ingrandimento/riduzione del carattere di lettura
  • Cambiamento del Font di lettura
  • Possibilità di mettere note e segnalibri
  • Ricerca del testo
  • Link ipertestuali
  • Funzioni di interattività per i formati ePub interattivi:
  • Animazioni
  • Audio e video
  • Gallerie fotografiche

Ecc. ecc.

Alla luce di quanto sopra, posso tranquillamente dire che la storia dell’editoria digitale si sta ancora scrivendo.

ELR: Come si è sviluppato il mercato dell’editoria digitale negli ultimi 20 anni in Italia? Quale paese europeo è all’avanguardia in questo settore?

Michela Di Stefano: In parte ho risposto a questa domanda nelle precedenti risposte perché in Italia il mercato dell’editoria digitale è molto acerbo ed in gran parte sconosciuto. Se pensiamo che l’editoria tradizionale cartacea è di per sé in crisi, i libri che sono stati convertiti in digitale hanno dato come risultato un mercato del 3% del mercato editoriale tradizionale, una cifra veramente irrisoria. Il punto è proprio questo. Il termine “editoria digitale” non indica la conversione del libro cartaceo in versione digitale, ma è molto di più. Il termine Publishing già indica in modo più ampio il processo di produzione e distribuzione di letteratura, musica o informazioni e l’attività di rendere queste informazioni fruibili al pubblico su vari supporti. Come puoi immaginare, l’Editoria digitale permette di allargare questo concetto e di abbracciare un numero di settori molto vari che sono:

  • la fotografia
  • il video
  • il web
  • i social network
  • la carta
  • gli eBook e le app

Tutti insieme permettono di distribuire contenuti su nuovi supporti digitali, pertanto il concetto di Editoria digitale è molto più ampio di come lo pensiamo di solito.

ELR: Da un punto di vista dell’estetica del medium quali sono le differenze tra il modo di concepire l’impaginazione di un ebook e quello della tipografia a stampa?

Michela Di Stefano: Se parliamo di un eBook fixed layout, l’impaginazione può essere molto simile a quella del formato cartaceo, tuttavia bisogna ricordare che questi contenuti devono essere fruibili su schermi di diverse dimensioni e quindi è importante studiare il layout di impaginazione affinchè sia leggibile sul maggior numero di dispositivi. Per poterlo fare, è necessario sfruttare font adeguati alla lettura su display (ad esempio evitando i font con grazie molto accentuate), settare la dimensione dei caratteri ad almeno 20 pt per la visualizzazione su tablet dai 7” in su, mentre per gli smartphone è necessario pensare un layout diverso e dedicato. Se si ignorano questi parametri, si costringe l’utente a dover fare “pinch and zoom” per riuscire a leggere i contenuti e questo è veramente scomodo e controproducente per il lettore.

ELR: Quali sono secondo te i criteri estetici fondamentali per l’impaginazione di un ebook in formato EPUB?

Michela Di Stefano: Una parte di risposta è già stata fornita nella precedente, aggiungo che prevalgono i criteri di leggibilità ai criteri di estetica. Se l’eBook non è leggibile, non importa quanto sia bella l’impaginazione. La sfida in questo momento storico è trovare un format che sia fruibile sul maggior numero di device senza dover realizzare impaginati diversi, anche perché, a differenza delle applicazioni editoriali, un ebook non ha la possibilità di riconoscere il device di lettura quando viene scaricato dagli store, funzione invece attiva per le app che sono in grado di riconoscere se il device è uno smartphone o un tablet e permettono di realizzare delle “rendition” ad hoc per ogni tipologia di supporto.

ELR: Quanto è importante conoscere le lingue di programmazione per lavorare nel settore dell’editoria digitale? Che consigli daresti a coloro che vogliono iniziare a imparare a programmare?

Michela Di Stefano: Avere delle conoscenze di programmazione html permette di entrare più in profondità nella realizzazione di un ePub e permette di aggirare alcuni ostacoli. Poter mettere mano al codice html di un eBook significa avere il controllo “quasi assoluto” di come verrà visualizzato sul device. Il mio consiglio è quello di conoscere questo linguaggio di programmazione per poterlo sfruttare in caso di necessità.

 

#ELRPUB: Intervista con Antonio Tombolini

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In questa intervista Antonio Tombolini, fondatore della casa editrice StreetLib ci racconta come dalla sua passione per i libri e la lettura è scaturito l’interesse per l’editoria digitale. Un mondo tutto da scoprire, come rivelano le sue parole. Un settore industriale che è saldamente legato alla tradizione della stampa e che solo lentamente riesce a creare un proprio mercato che richiede solide strategie e vedute molto ampie, ma che consente anche di avere la testa “tra le nuvole”.

 

 

ELR: Antonio Tombolini, nel 2006 hai fondato la casa editrice Simplicimus Book Farm che dal 2016 si chiama StreetLib. Come è nato l’interesse per l’editoria digitale?

Antonio Tombolini: Semplicemente dalla mia passione per i libri e la lettura, che mi portò all’epoca a chiedermi se anche il libro non avrebbe dovuto fare i conti, prima o poi, con la transizione al digitale che la musica stava già affrontando.

ELR: Nel 2014 hai fondato un’altra casa editrice, la Antonio Tombolini Editore (ATE), un’editoria digital first che come StreetLib pubblica anche libri cartacei. Sul sito dell’ATE promuovi dei workshop. Come sono strutturati i workshop? Quali sono le prerogative per partecipare ai vostri corsi di formazione?

Antonio Tombolini: L’esperienza dei workshop ATE è stata preliminare alla creazione (a cui stiamo lavorando proprio in questi mesi) di un’offerta di formazione specialistica sul libro in tutti i suoi aspetti, che prenderà entro il 2018 la forma di una vera e propria “Scuola Permanente del Libro”, con una grande molteplicità di corsi e percorsi formativi, sia nell’area delle professionalità tecniche, che in quella dei contenuti e delle professionalità economico-manageriali. Siamo convinti che la transizione al digitale e alla rete comporti anche per l’industria del libro un adeguamento delle competenze e intendiamo offrire gli strumenti migliori per acquisirle.

ELR: Secondo te c’è nel settore editoriale una consapevolezza e una volontà forte per lo sviluppo di nuove tecnologie che agevoleranno il passaggio dall’editoria a stampa all’editoria digitale?

Antonio Tombolini: No, o almeno non in maniera adeguata nei protagonisti attuali dell’editoria. Sì, invece, e in misura crescente, tra gli autori, specie i più giovani, e i lettori.

ELR: Personalmente come hai vissuto il passaggio dalla stampa al digitale dal 2006 a oggi?

Antonio Tombolini: È stato ed è ancora un percorso di scoperte progressive, che sarà ancora lungo, perché siamo ancora ai primi passi di una evoluzione di cui non abbiamo visto che una piccola parte. Quello che ho imparato nel frattempo è che in queste fasi di cambiamenti radicali dei paradigmi di un intero settore, i meno avveduti e i meno adatti a individuare e coltivare il nuovo sono proprio quelli che in teoria si troverebbero nella posizione di maggior vantaggio, ovvero quelli che nel settore ci lavorano già. E più grossi sono, peggio è.

ELR: Da una breve ricerca sul web sui libri elettronici risulta che la storia dell’editoria digitale inizi attorno all’anno 1993 quando due italiani, Franco Crugnola e sua moglie Isabella Rigamonti, hanno creato il primo libro elettronico e quando il poeta Zahur Klemath Zapata pubblica “L’Assassinio come una delle belle arti” di Thomas de Quincey in formato DBF (digital book format). Secondo te quando ha avuto inizio la storia dei libri digitali e quali sono alcuni dei momenti salienti della storia dell’editoria digitale?

Antonio Tombolini: Riesce sempre difficile, e in fondo neanche troppo utile, rincorrere il primato di questo o di quello nell’avvento di un fenomeno. Il libro in realtà viene scritto e prodotto in digitale da tantissimi anni, da decenni, direi dall’avvento degli antenati dei computer, a fine anni ‘70 del secolo scorso, quando cominciarono a circolare non ancora i computer, ma le macchine per scrittura elettronica, di cui Olivetti era un precursore: da allora il libro viene scritto prevalentemente in digitale, lavorato impaginato corretto ecc. sempre in digitale, attraverso appositi programmi software. Il punto di svolta a mio avviso risiede in realtà nell’avvento dei primi dispositivi di lettura con schermo e-ink, che iniziammo a vendere, primi nel mondo, e non solo in Europa, proprio alla fine del 2006: è solo con questi schermi che leggere elettronicamente un libro diventa un’esperienza finalmente comparabile al comfort della esperienza di lettura su carta.

ELR: Nei StreetLib Stores è possibile acquistare o scaricare gratuitamente ebook nei formati PDF, EPUB e Kindle come anche libri cartacei in tantissime lingue – dallo Zulu al Bokmal. Quali sono i formati e i generi letterari più gettonati? Come si è sviluppato il mercato dei diversi formati?

Antonio Tombolini: Quanto ai formati il mercato si è andato concentrando su Kindle per il mondo Amazon e su EPUB per tutto il resto, con una residuale importanza del PDF per la diffusione gratuita e per la manualistica.

Quanto ai generi letterari invece la parte del leone la fa senz’altro la narrativa, per ora, anche se la saggistica sta già mostrando segnali di crescita, e sarà destinata a crescere molto più della narrativa nei prossimi anni, man mano che miglioreranno i software di lettura digitale.

ELR: Sui siti Simplicissimus.it e StreetLib.com è possibile distribuire gli ebook attraverso le rispettive piattaforme STEALTH e PUBLISH. Da dove nasce l’esigenza di creare delle piattaforme digitali? Quali sono i vantaggi rispetto ai servizi online già esistenti?

Antonio Tombolini: Piattaforme come la nostra consentono anche a piccoli editori e self publishers di raggiungere col proprio libro tutti gli scaffali di tutti gli ebook store del mondo, dai più grandi e globali fino ai più piccoli e locali. E tutto con un clic, senza bisogno di negoziare con una pluralità crescente di store, e senza dover gestire separatamente ciascuno di essi, anche dal punto di vista amministrativo e contabile, che come si può immaginare è particolarmente complesso.

D’altro lato consentiamo ai player più grandi e globali, come Amazon, Apple, Google, Kobo, di offrire in vendita titoli (distribuiamo ad oggi quasi 250mila titoli, e acquisiamo circa 500 titoli nuovi a settimana) provenienti da piccoli editori e self publishers che loro non sarebbero mai in grado di raggiungere e gestire.

ELR: Da un punto di vista di estetica del medium come cambia il modo di concepire l’impaginazione di un ebook arricchito con effetti interattivi e multimediali rispetto a un libro cartaceo?

Antonio Tombolini: Questo è in realtà un terreno molto delicato e su cui c’è molto da sperimentare. I software di lettura non sono tutti allineati, e inserire troppi “effetti” rischierebbe di far funzionare il libro su una piattaforma e non su un’altra. Non solo: questi “effetti” vanno dosati con grande cautela, perché il passo da “ebook interattivo ben fatto” a “videogame fatto male” è molto breve.

ELR: Come vengono salvate e archiviate opere interattive e multimediali?

Antonio Tombolini: I file delle opere risiedono nei nostri server “on the clouds”, con repliche in varie aree del mondo, così che qualora dovessero aversi interruzioni di connessione in un’area, per esempio nei server USA, possano entrare in funzione i server europei o asiatici.

ELR: Quanto è importante conoscere le lingue di programmazione per creare degli ebook in formato EPUB? Che consigli daresti a coloro che vogliono iniziare a imparare a programmare?

Antonio Tombolini: Chi vuole dedicarsi al mestiere dell’impaginatore oggi non può certo fare a meno di studiarsi il formato EPUB, che è fondamentale, ma che è anche, in fondo, una sorta di “dialetto” specializzato per i libri del HTML.

Chi invece scrive libri non ne ha affatto bisogno. Noi stessi offriamo un’applicazione gratuita online, StreetLib Write attraverso cui è possibile scrivere il proprio libro, o importare il proprio libro esistente in formato Word e simili, per ottenere automaticamente un formato EPUB, Kindle e PDF validato e pronto per la distribuzione.

Interview with Mez Breeze

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What lies beneath our screens? Can humans read programming languages? Where lies the boundary between human langugage and machine language? The ELR has invited Mez Breeze, artist and writer of new media works, to participate in this interview to talk about code works, Mezangelle and the importance of learning to code. Also, we have tried to draw a distinction between fiction, video games and art in some of her latest works that are characterized by multimodal narrative, game mechanics and VR technology.

 

ELR: Mez Breeze you are an artist and a writer who works with new media. You began in the early 1990s and your work includes many different literary genres (electronic literature, transmedia, code poetry, codework, literary games, etc) and net art and game art. How did you become interested in digital culture, where did your original inspirations come from?

Mez Breeze: If I had to pinpoint a specific catalyst for my interest in digital culture, it’d probably be when researching the Internet for an Arts Institution talk in the early 1990’s. The talk was based on the concept of Cyberspace and was given either in 1992 or 1993, though my Cyberspace interest was piqued originally when I was studying an Applied Social Science degree back in the late 1980’s [when I was first introduced to the term].

Regarding original inspirations, there’s two that spring to mind: the first being my exposure in 1992 to VNS Matrix [who I later wrote about/interviewed in Switch Magazine]. Their mix of feminism, text/image merging and virtual engagement intrigued me; at the time I was creating mixed-media installations involving painting, computer text and computer hardware. I was prompted by my intrigue with VNS Matrix to Internet-delve in 1994 when using Telnet/Unix, and exploring avatar use and identity-play with other virtual participants through projected text and interactive, game-like fiction. Two of my avatar names from that time included “ms post modemism” and “aeon”.

My second main inspiration in relation to digital culture can be traced from my love of gaming. I’ve been a gamer since way back when, madly playing first-person shooters Doom and Quake in the mid 1990’s. I was also thoroughly immersed in Massively Multiplayer Online RPGs including Everquest and World of Warcraft [in which I co-ran a guild for a while] and have used these platforms to produce creative projects too. An applied example of inspirations that have filtered down into specific digital works is seen in the sense of space and oddness that you’ll encounter in the “Mo’s Universe” section of All the Delicate Duplicates gameworld: this was in part shaped by my own personal intrigue with language and landscapes in general, and how the vastness of the rural [especially like here in Australia] can seem open, alien, fascinating. When I was a kid, my Dad would take us on Sunday drives into the countryside, and we’d spend hours trekking through abandoned houses and dilapidated sheds, finding and collecting strange objects – once we explored a half-burnt house where I found several abandoned chess pieces that I kept for years, and remember thinking how weird these objects – designed for placement in a game – seemed when placed outside in the dirt, in a completely different context. It was during these treks that I also came to view the half hour or so before dusk as a weird, fantastical time when anything could happen: when the light shifted so suddenly sometimes that a real sense of almost David-Lynch-like strangeness could result.

ELR: This year you released “All the Delicate Duplicates” (2017) in collaboration with Andy Campbell with whom you also worked on: “#Carnivast”, “#PRISOM”, in 2013, and “The Dead Tower“, in 2012. The description on the homepage of “All the Delicate Duplicates” states that it is a work of fiction, but it is also a PC game. What relationship exists between video games and literature in your opinion? What is priority in “All the Delicate Duplicates”: the plot or the game mechanics?

Mez Breeze: The relationship between video games and literature is a complex one, especially in today’s muddied cultural climate where a proliferation of narrative based games [think: walking simulators, indie games, altgames, artgames, XR games, interactive fiction etc] has shifted the definition of what constitutes a game, and prompted questions concerning the validity of digitally-produced literature [and how both intersect]. There’s been so much said about whether video games can be considered art [or as high literature] in the past few years that the topic seems played out [pardon the games pun!] and almost redundant – my feeling is: games can be art, games can be literature, and the combination of game mechanics and literary conventions can act to create emergent artgame/game-art forms.

In relation to our literary game “All the Delicate Duplicates”, there’s no clear priority in terms of the plot or game mechanics. At present, the project consists of two main parts: a narrative game and a fragmented web-based fiction version, both of which delve into the delusional life of a computer engineer named John, his relationship with Charlotte, his daughter, and how the memories and inherited objects of John’s enigmatic relative Mo skew both their lives. We’re currently working on the third aspect of the project to complete an “element trilogy” of sorts: this third angle is being developed as a standalone Virtual Reality [or VR] work – it presents an angle of the story that is yet to be unpacked.

ELR: As an artist and writer who has worked in different fields like literature, video games, and art. Where do you put the boundaries between these different modes of expression? Are there any boundaries at all? Is it possible to correlate the aesthetics of literature, video games, and art?

Mez Breeze: In a sense my entire practice has been [and continues to be] one big creative experiment. From creating code poetry using Mezangelle back in the 1990’s, to transmedia [Alternate Reality Games and “Socumentaries” in late 2000s], to literary and AR games, to VR sculpting/modelling, I see all these modes of expression as elements in a progression web. As long as the work, or experiments, produce engaging and interesting output, I’m there. One fascination I have is how to best embody storytelling in works that are largely viewed as technologically ephemeral [VR, AR or XR based] and that operate at the intersection of a multitude of boundaries. At present, I’m interested in embodiment here in how it encapsulates a mix of intimacy and identity projection that comes from diving into a high-end VR-based experiences: the immersive quality is entirely different in this type of VR medium in that a VR user has to make a distinct effort to participate, has to don gear that firstly reduces their ability to engage in their actual physical space in standard ways [such as their vision and hearing being “co-opted” into the VR space]. The leap of faith a user needs to make in order to establish a valid “willing suspension of disbelief” [as Coleridge so beautifully phrased it] is already set in motion by the fact a user is entirely aware that their actual body is involved in the VR experience [haptically, kinetically], as opposed to a more removed projection into a story space via more traditional forms [think book reading, movies, tv]. In my experience, this body co-opting can lead a user to either be on the alert from the beginning of the VR experience, and so they are harder to get onside in terms of true immersion, or they readily fall into the experience with an absolute sense of wonder.

Another example of how I’m constantly prodding and testing creative/mode-based boundaries is how I’m currently using VR to create 3D models/tableaus [sculptures?]. For example, within 24 hours of first using Blocks, Google’s poly 3D asset creation tool, I’d created a script for a VR Alphabet Book, as well as the first two 3D models of the 26 animated scenes. With continued work, this VR-based book will operate through interactive navigation via use of haptic controls [that is, primarily by touching objects and invoking movement] rather than relying just on the written word as the primary method of conveying meaning. We’re attempting a similar spatial and haptic emphasis through the latest instalment of the Inanimate Alice franchise, a digitally-born set of stories relating the experiences of Alice in episodes, journals, games, and other digital media. The latest instalment is a VR Adventure Experience called Perpetual Nomads, a Coproduction between Australia and Canada, that combines aspects of game-like literary storytelling in a Virtual Reality form.

ELR: You invented a programming language in 1994 called Mezangelle. You use Mezangelle in your printed book “Human Readable Messages”. How are readers supposed ‘to read’ this book? Could you explain to us what aesthetics of computer code means?

Mez Breeze: I’m reluctant to suggest [or indeed unpack] definitive explanations of Mezangelle works and/or computer code aesthetics. Works created in Mezangelle are designed to function and meaning-establish via an individual’s own subjective meaning framework. There is no “wrong” way to interpret Mezangelle: many people parse only the poetic underpinnings, whereas some in the code-loop absorb the programming elements or ascii-like symbol. Output is dependent on the structures that are being emulated, mashed, and/or mangled, and again have less to do with my manifest intention and more to do with a more universal lattice-like cohesion. While engaging a Mezangelled text/snippet, a reader/user is encouraged to construct meaning [but isn’t necessarily forced to absorb: there’s always the option to omit, to resist] in a tumultuously fractured meaning zone that bends and happily shifts comprehension goalposts. Shattered rule-fragments exist [t]here, but determination of meaning depends on an acknowledgment that there is never only one level of interpretation, or an ultimately correct [or incorrect] option: there is never a singular definitive/functional interpretation involved in order to construct valid meaning.

Others have attempted to analyse Mezangelled works on a more granular level: one of the better-known attempts comes from theorist Florian Cramer, who says of one of my earliest codeworks “_Viro.Logic Condition][ing][ 1.1_“: “What seems like an unreadable mess at first, turns out to be subtle and dense if you read closer. The whole text borrows from conventions of programming languages; it presents itself as a program with a title, version number, main routine – indicated with the line “[b:g:in]” – and several subroutines or objects (which, like in the programming language Perl, are indicated with two double colons). But the main device are the square brackets which, like in Boolean search expressions, denote that a text can be read in multiple ways. For example, the title reads simultaneously as “Virologic Condition”, “Virologic Conditioning”, “Logic Condition” and “Logic Conditioning”. This technique reminds of the portmanteau words of Lewis Carroll and James Joyce’s “Finnegans Wake”, but is reinvented here in the context of net culture and computer programming. As the four readings of the title tell already, this particular text is about humans and machines and about a sickness condition of both. The square bracket technique is used to keep the attributions ambiguous. For example, the two words in the line “::Art.hro][botic][scopic N.][in][ten][dos][tions::” can be read as “arthroscopic” / “art robotic” / “Arthrobotic” / “horoscopic” and “Nintendo” /  “intentions” or “DOS”. So the machine becomes arthritic, sick with human disease, and the human body becomes infected with a computer virus; in the end, they recover by “code syrup & brooding symbols”. So mez has taken ASCII Art, as we can see it in the exhibition above, and Net.art code spamming and refined it from pure visual patterns into a rich semantical private language. She calls it Mezangelle which itself is a mez hybrid for her own name and the word “to mangle”. But why did we accept and shortlist the piece as software art? In the jury, we defined software art as algorithmic code and/or reflections of cultural concepts of software. In my opinion, mez’ work fits both parts of the definition. Since her square-bracketed expressions expand into multiple meanings, they are executable, that is, a combinatory sourcecode which generates output. But it’s also a sophisticated reflection of cultural concepts of software which rereads the coding conventions of computer programming languages as semantical language charged with gendered politics. It’s imaginary software which executes in the minds of computer-literate human readers, not unlike the Turing Machine which was an imaginary piece of hardware.”

ELR: How important is it today to study programming languages? What do you think about the idea of teaching code, like foreign languages, being taught at school?

Mez Breeze: It’s a fantastic idea to implement an educational strategy that includes teaching programming languages, absolutely: teaching code as early as possible [say, in the primary school curriculum] while keeping inclusivity and diversity as a priority [as well as emphasising emotional intelligence, a chronically neglected subject] would be my preference.

#ELRFEAT: Intervista con George P. Landow (1997)

with one comment

La ELR ripropone un’intervista di Gino Roncaglia pubblicata sul sito Mediamente della RAI (26.11.1997). L’intervistato è George P. Landow, professore d’inglese e di storia dell’arte presso la Brown University e noto pionere nello studio della letteratura ipertestuale.

L’autore dell’intervista ha concesso la publicazione di questo articolo. I gestori del sito della RAI non hanno risposto alla richiesta della ELR.

“La grande potenza del testo quando diventa ipertesto”

 

Gino Roncaglia: Qual è la sua definizione di ipertesto?

George P. Landow: Definirei l’ipertesto come qualsiasi forma di testualità – parole, immagini, suoni – che si presenti in blocchi o lessie o unità di lettura collegati da link. Si tratta, essenzialmente, di una forma di testo che permette al lettore di abbracciare o di percorrere una grande quantità di informazione in modi scelti dal lettore stesso, e, nel contempo, in modi previsti dall’autore. Se dovessi definire l’ipertesto con una o due frasi, direi che l’ipertesto è una forma di testo composta da blocchi di “scrittura” e immagini collegati da link, che permette una lettura multilineare: non una lettura non lineare o non sequenziale, ma una lettura multisequenziale.

Gino Roncaglia: Lei pensa che ci sia una totale opposizione fra ipertesto e testi lineari, oppure crede che l’ipertesto sia una forma di generalizzazione del concetto di testo?

George P. Landow: Non so bene quale sia il modo giusto di affrontare questa questione. Ted Nelson sostiene che l’ipertesto sia la forma di testo più basilare, e che la testualità lineare sia un sottoinsieme degli ipertesti. Altri sostengono, viceversa, che l’ipertesto sia un sottoinsieme del testo lineare e che ne sia un ampliamento. Io non so bene cosa sia vero; certamente c’è una relazione tra queste due tipologie, ed io penso che dipenda da quali tecnologie di informazione si usano. È chiaro che quando si comincia a scrivere un testo strutturalmente semplice si tratta – in genere – di un testo lineare. Tuttavia, appena un autore comincia a sviluppare registri più complessi in testi scritti a mano o stampati, ci si ritrova a confrontarsi con cose simili a note a piè di pagina o alla glossa ordinaria nelle Bibbie medievali, in cui si cerca di rendere possibile l’aggiunta di ulteriori informazioni ad un testo lineare. È quasi una questione di sofisticazione! Non si tratta tanto di una questione di semplicità del testo, quanto quasi di un avvicinamento del testo al lettore. Con questo intendo dire che sembra del tutto ovvio che i lettori, all’inizio, leggano soltanto in un modo più o meno lineare; a mano a mano che diventiamo più sofisticati, tendiamo ad usare note a piè di pagina, glossari, e a lasciare il testo che stiamo leggendo per consultarne un altro, e poi tornare al primo. Questo processo è molto simile, ma non del tutto identico, all’esperienza della lettura di un ipertesto. Naturalmente, ci sono testi che sono più ipertestuali di altri. I testi scolastici che contengono note a piè di pagina o in fondo al libro, o glossari, sono molto più ipertestuali di un semplice romanzo o di un racconto. D’altra parte, le enciclopedie sono opere quasi del tutto ipertestuali.

Gino Roncaglia: Abbiamo un modello di ipertesto – probabilmente quello più conosciuto dal grande pubblico – che è il World Wide Web. Pensa che quando parliamo di ipertesto, la maggior parte delle persone tenda a riferirsi al WWW?

George P. Landow: Nella nuova versione del mio libro, Hypertext 2.0, si discute molto fino a che punto il WWW sia un vero ipertesto. Dovrei cominciare col dire che il WWW, per quanto sia inestimabile, è, tuttavia, una forma di ipertesto molto primitiva, appiattita e ridotta. Inoltre, ha l’effetto dannoso di abbassare le aspettative della gente, di far sì che le persone vogliano qualcosa di molto simile alle potenzialità dei libri senza avere le potenzialità di ciò che è elettronico. Sono diversi i motivi per i quali il WWW risulta così noioso, ed in parte è per il modo di fare collegamenti, poiché si tratta di un modo che comprende solo un tipo di link. Questa è la prima ragione. In secondo luogo c’è soltanto una possibilità di collegamento dal singolo al molteplice, e molti browser WWW permettono di utilizzare, in modo utile, solo un tipo di finestra e solo una finestra per volta, a meno che il lettore sia molto sofisticato. In altri tipi di sistemi di ipertesto – Storyspace, Intermedia, Microcosm, Sepia – alcuni scrivono con una tecnica simile al collage, fanno esperimenti con forme di discussione, con l’uso di immagini e colori nei modi più diversi. Il WWW tende ad annullare tutto questo. Posso riportare un esempio: se io lavoro con uno di questi sistemi ed uso le modalità OVERVIEW o HOMEPAGE, posso collegarmi a un documento che funge da contenitore generale, e poi attivare automaticamente, da questo, i link specifici. Supponiamo che io abbia un titolo: “relazioni letterarie”; se parlo di opere di Henry James o James Joyce o di Giovanni Boccaccio, io posso, allora, collegare al titolo “relazioni letterarie” molti oggetti diversi, molti argomenti diversi. Ma in WWW si deve fare un link semplice, e, poi, manualmente, aggiungere ogni singolo link ogni volta che arriva un nuovo documento. Sebbene il WWW sia considerato molto dinamico, tuttavia, lo è in maniera molto regressiva, poiché obbliga le persone a passare molto tempo ad aggiungere le cose manualmente. Per questa ragione molti link muoiono: il sistema è inadeguato. Un’altra caratteristica che manca nel WWW è un tipo di ipergrafico dinamico. Si tratta di un dispositivo che si attiva quando un lettore apre un link; tale dispositivo comunica al lettore dove lui o lei possono andare dopo. In sistemi che hanno dispositivi come questo, quali Storyspace, Intermedia, Microcosm, il lettore non si perde mai; si è sempre orientati, perché non soltanto si sa dove si può tornare, ma si conoscono anche i modi per andare avanti, e si ha quello che Mark Bernstein chiama “airlock”: prima di cadere nell’oscurità, un dispositivo ci permetterà di sapere dove siamo e dove si può andare. Il WWW per il momento non possiede nessuna di queste caratteristiche. Tuttavia, il WWW ha avuto un’importanza enorme, e questo per due ragioni: la prima consiste nella gratuità dell’uso; la seconda, nel fatto che il WWW offre, comunque, una certa idea dell’ipertesto. Ted Nelson parla di “docuverse”: tutti i documenti del mondo potrebbero, potenzialmente, essere collegati. Per quanto mi riguarda, il WWW è per Internet quello che il programma Hypercard è stato per i personal computer: Hypercard ha a che vedere con il momento dell’informatica legato al singolo personal computer, mentre il WWW ha a che vedere col personal computer collegato ad Internet. In entrambi i casi, tuttavia, l’utente adopera il sistema come un software praticamente gratuito ed è stimolato a volere molto di più. Si potrebbe sostenere che da Hypercard è venuto il WWW, e forse dal WWW avremo una forma di ipertesto più ricca, accessibile a molti.

Gino Roncaglia: Lei ha parlato di Storyspace. Può essere interessante delinearne la storia: come si è sviluppato, ed anche come continuerà a svilupparsi.

George P. Landow: Storyspace fu inizialmente ideato da un gruppo molto interessante, composto di tre persone: John Smith era un famoso professore di informatica negli USA; Jay Bolter, un classicista, da allora è diventato un teorico molto importante della tecnologia dell’informazione; è l’autore di Turing’s Man e di Writing Space. Infine, Michael Joyce, che è forse il romanziere e narratore di ipertesti più importante al mondo, certamente il primo scrittore di ipertesti di alto livello. Essi progettarono una specie di ambiente di scrittura che avrebbe consentito di realizzare esperimenti nello spazio elettronico. All’epoca chiamarono questo progetto “l’Intermedia dei poveri”, nel senso che ha molte delle caratteristiche del grande sistema Intermedia senza averne il prezzo elevato. È un sistema autonomo, si usa essenzialmente con una sola macchina, anche se quest’ultima può essere messa in rete; non funziona, tuttavia, come un vero ipertesto di rete: se io opero un cambiamento con la mia macchina su un ipertesto non lo si vede finché non salvo il documento e lo copio in ogni macchina, o lo distribuisco ad ogni macchina. Si tratta di un ipertesto non simultaneo, se confrontato con un vero ipertesto in tempo reale o simultaneo. Che cosa ha di buono Storyspace? Anzitutto, è molto facile creare i link, poiché non è necessario programmare niente. Inoltre, funziona con un’interfaccia grafica. In altre parole, se si vuole fare un link, si può usare il mouse per evidenziare una parola o una frase, si preme un tasto, poi si preme di nuovo dove si vuole che arrivi il link. Si può allora dargli un nome; si possono avere vari link contemporaneamente, e quando si selezionano, appare un menu che si forma automaticamente. In questo modo gran parte del lavoro è già svolto in modo automatico, ed è molto facile riconfigurare i link, cancellarli, rinominarli e così via. Ciò verrà reso superfluo, annientato dal WWW? Fino ad un certo punto, la risposta è affermativa, dal momento che molti di coloro che potrebbero voler usare un sistema come Toolbook, Storyspace, Intermedia, possono avere accesso alla rete Web. Durante i corsi di teoria letteraria e ipertesti ho scoperto che gli studenti che hanno usato Storyspace trovano molto frustrante lavorare nel Web; essi vedono la rete come una versione dell’ipertesto molto restrittiva e la ritengono molto “stupida”; ciò riduce il loro desiderio di scrivere nel WWW. Eppure molte persone si imbatteranno nella rete; quale vantaggio, allora, può avere Storyspace? Ebbene, per le persone che stanno imparando a farlo ha due pregi importanti; il primo consiste nella facilità di fare link e creare un modello di rete più vasto. Molti dei siti Web letterari e culturali che sono stati creati originariamente in America si basano su Storyspace che li esporta, a sua volta, in HTML; vale a dire che si può prima realizzare un ipertesto in Storyspace e poi perfezionarlo, se si vuole. Il secondo grande vantaggio di Storyspace è che offre una visione molto più ampia e completa dell’ipertesto che si sta realizzando. Qual è il suo futuro, io non so dirlo. Immagino che tutti i sistemi di ipertesto attuali saranno limitati per il fatto che operano negli ambienti informatici di oggi. Nei prossimi tre-cinque anni prevedo che tutti i sistemi operativi che abbiamo ora, che siano del tipo MacOS o del tipo Windows, dovranno evolversi verso qualcosa che integri in maniera più efficiente Internet, cioè verso il cosiddetto “docuverse”, con le capacità della macchina indipendente. Ci sono già molti ambienti informatici che funzionano in questo modo; il britannico Microcosm e l’americano Dynatext sono entrambi esempi di sistemi di documenti che hanno una forma di ipertesto in cui ciò che si fa sulla propria macchina si riflette nel modo in cui si vede il WWW. In altre parole, si potrebbe aprire un documento di qualcun altro in Dynatext e inserire i propri link nel documento di qualcun altro (la stessa cosa vale per quello che si può fare con Microcosm). È un po’ un fondersi del sé con l’altro senza fare connessioni. È un modo quasi automatico di creare comunità del sapere digitali, virtuali.

Gino Roncaglia: Parliamo ora della nuova versione del suo libro, Hypertext 2.0. Può dirci quali sono le differenze principali fra questa nuova edizione e la prima edizione del libro, quali sono i punti che ha cambiato o sviluppato nella sua esposizione?

George P. Landow: Hypertext 2.0 ha cercato di andare di pari passo con ciò che accade nell’ipertesto e nella cultura digitale… è come tentare di colpire un bersaglio mobile quando il bersaglio si muove a grande velocità. Naturalmente, la cosa più importante che si deve considerare è la questione del tipo di rapporto esistente tra il WWW e l’ipertesto vero e proprio. Il primo capitolo è stato diviso in due nuovi capitoli; c’è ancora il tentativo di mostrare una convergenza tra forme diverse di ipertesto e l’attuale teoria critica, la teoria del postmodernismo e il poststrutturalismo. La nuova parte cerca, tuttavia, di considerare una vasta gamma di sistemi di ipertesto dal WWW agli altri, come Dynatext, Storyspace, Sepia o HyperG, mostrando come ciascuno sia, in un certo senso, generato – se si può chiamare così qualcosa che è immateriale – dalle teorie dell’ipertesto. Ogni capitolo, in realtà ogni pagina, è stato cambiato, perché piuttosto che fare ampi riferimenti a Intermedia ho cercato di riferirmi ad un più generico medium di ipertesto e, successivamente, di riferirmi a sistemi specifici via via che andavo avanti. Inoltre, sono state aggiunte nuove parti sulla teoria della letteratura; c’è una nuova sezione su Deleuze e Guattari e i Plateaux e l’idea di rizoma e dell’ipertesto come scrittura rizomatica. Sono state aggiunte le sezioni sull’insegnamento, poiché il mio modo di usare l’ipertesto nell’insegnamento è cambiato e perché è passato dall’ipertesto puramente informativo, molto strutturato, alle applicazioni dell’ipertesto, che mettono in risalto il fatto che gli studenti devono inventare nuove forme di scrittura per l’ambiente elettronico. Allo stesso modo, il capitolo sulla narrativa e sulla poesia ipertestuali è molto più lungo, perché ora si hanno molti più esempi di grandissima narrativa ipertestuale di quando ne scrissi in precedenza. C’è un capitolo del tutto nuovo sulla scrittura per l’ambiente elettronico che riassume quanto sono riuscito a concludere sulla stilistica e sulla retorica degli ipermedia. Inoltre, c’è del nuovo materiale nella sezione sulla politica degli ipermedia, in cui introduco alcune questioni che sono state sollevate rispetto WWW: parlo della censura e della mia idea che la maggior parte delle questioni che sono state sollevate sulla censura siano, in realtà, questioni economiche e non riguardino assolutamente la salvaguardia della morale.

Gino Roncaglia: Per quanto riguarda la critica letteraria moderna, la teoria dell’ipertesto appare collegata con l’approccio decostruzionista allo studio dei testi. D’altra parte, dal punto di vista formale l’ipertesto sembra essere qualcosa di fortemente strutturato. Cosa ne pensa della relazione fra ipertesto e decostruzionismo?

George P. Landow: Cercando una relazione fra ipertesto, strutturalismo e costruttivismo, bisogna ricordare che ci sono varie modalità e generi di ipertesto proprio come ci sono diverse modalità e generi di scrittura e di stampa. Certamente, quando si considera una enciclopedia, un manuale di consultazione, un compendio di ingegneria, essi appaiono testi estremamente strutturati, e si vorrebbe impedire a chiunque di aggiungere qualcosa o di cambiare il testo; non si vuole che il manuale per riparare l’aereo su cui si vola sia aborracciato da un amatore. D’altra parte, l’ipertesto didattico e l’ipertesto creativo tendono a variare nel loro grado di strutturazione. Michael Joyce, lo scrittore di romanzi ipertestuali, osservò, diversi anni fa, in un articolo importante, che ci sono due tipi di ipertesto: l’ipertesto in cui si scoprono delle cose e l’ipertesto che si costruisce. Per una teoria dell’ipertesto, possiamo dire che esso viene soltanto letto e il materiale – come in una enciclopedia – è già lì, ma i lettori si creano la loro propria esperienza basata sulle scelte personali. Questo è un modo di considerare la questione. Un altro modo è: dipende da quanto è grande la rete, da quanto è ampia. Se si parla di un’enciclopedia di cultura, di storia dell’arte o di un dizionario in forma elettronica, o si parla solo del dizionario, esso è qualcosa di perfettamente strutturato. Ma se quel dizionario è inserito nel WWW, e chiunque può imbattersi in un elemento di quel dizionario usando un motore di ricerca o un link, allora, lo stesso documento diventa molto meno strutturato perché può essere usato in vari modi. Ci sono diverse forme di ipertesto. Se si guarda alla loro genesi, una forma di ipertesto è originariamente creata per la stampa in volumi separati; un’altra forma di ipertesto è quello creato per un ambiente elettronico. Ciascuno di essi porta le tracce di come devono essere usati e di come sono stati usati in passato. Una domanda può essere: che cosa avviene nella strutturazione quando un documento, una unità di lettura può avere molte funzioni? A questa domanda risponderò con un esempio, considerando un’edizione a stampa o un piccolissimo ipertesto di un lavoro didattico, o anche un’opera creativa; un brano di Dante: se si guarda il brano e si trova un riferimento a Sant’Agostino, in un libro si potrebbe avere una nota a piè di pagina. Si potrebbe anche avere l’equivalente di una nota a piè di pagina nel WWW. Poiché la lunghezza è molto diversa, e nel formato elettronico diverse sono le risorse, ciò che deve essere una piccola nota a piè di pagina nella stampa, nel WWW o in un altro sistema di ipertesto potrebbe essere un intero saggio. Ora: la questione è che il saggio potrebbe essere il documento principale e Dante potrebbe funzionare come nota a piè di pagina, oppure Dante potrebbe essere il documento principale e quel saggio potrebbe essere la nota a piè di pagina. Quello stesso saggio può, in realtà, essere collegato a qualcosa su Sant’Agostino. Attualmente sembra che ci sia un contrasto tra gerarchie accuratamente strutturate e ciò che avviene nei testi nel WWW. Penso che le persone che lavorano con SGML e le teorie delle strutture del testo debbano creare forme dinamiche di strutturazione dei testi in modo che queste strutture solide esistano e allo stesso tempo si modifichino mentre vengono lette in contesti diversi. Lei mi ha posto la domanda sulla relazione con la critica letteraria. Dal mio punto di vista non c’è molto collegamento tra l’ipertesto e lo strutturalismo, viceversa, credo che i collegamenti siano fra l’ipertesto e il poststrutturalismo. Ma, di nuovo, una delle cose che Jacques Derrida – il “padre” del poststrutturalismo – ci insegna, è che non serve a nulla fare opposizioni nette, opposizioni binarie; perciò, non si possono realmente giustapporre, opporre diametralmente, testo stampato ed ipertesto, o testo stampato e testo digitale e considerarli come bianco e nero, come due cose opposte, poiché esse si compenetrano. Si tratta, in realtà, di un modo di pensare in termini di spettri, che in certe aree di interattività – delle nozioni del sé, della proprietà intellettuale, dell’impermeabilità – i testi stampati esistono ad un’estremità dello spettro e un po’ più in là abbiamo l’ipertesto. Il testo digitale si trova a metà strada. Non si può pensare ad opposizioni assolute, non ha molto senso.

Gino Roncaglia: Sembra, dalla sua esposizione, che Lei abbia una concezione dell’ipertesto in cui molto importante è la possibilità di cambiare dinamicamente la struttura stessa del testo; in altre parole, molto importante risulta la possibilità di collaborare. In questa prospettiva, che ne è dell’autore?

George P. Landow: La nostra sensazione che l’autore sia diverso in un ambiente elettronico è assolutamente giusta, perché penso che le nostre nozioni di autorialità, il nostro timore della collaborazione, molte delle nostre concezioni sul diritto d’autore e la proprietà dell’autore derivino direttamente dal mondo della stampa. Era necessario dare agli editori, ai librai e agli autori i mezzi per sopravvivere economicamente – molti dei primi editori fallirono – perciò abbiamo sviluppato un concetto di proprietà dell’autore. Affermiamo questo forte concetto di professione dello scrittore per il quale, essenzialmente, ciò che si suppone che gli autori facciano è creare qualcosa dal nulla. In questa prospettiva, hanno molto più senso sia l’idea del poststrutturalismo sia l’idea medievale, che ritiene l’unico vero creatore Dio; in base a tale concezione gli esseri umani combinano le cose tra loro e basta. Il concetto dell’autore “forte” ha molto senso se si pensa che il nostro paradigma sia un libro, ma con il libro elettronico tale concezione non funziona altrettanto bene. Proviamo a pensare che il nostro paradigma sia non il libro ma la biblioteca: ogni autore ha solo in parte voce in capitolo nella biblioteca; e non ci stupiamo che io scriva un libro, lo pubblichi, che il libro venga messo in biblioteca e poi un mese più tardi appaia un altro libro. Questo è ciò che, in realtà, accade continuamente in un ambiente elettronico; e una volta che si sposta il proprio paradigma per pensare ad una biblioteca anziché al singolo libro, il concetto di un controllo condiviso di tutte le idee che arrivano in uno spazio intellettuale non è affatto sorprendente, perché questo è quello che succede. Se si osserva la sezione delle recensioni dei libri, si noterà che le idee cambiano appena si aggiungono nuove idee. Per tale ragione io penso che ciò che dobbiamo fare sia modificare il nostro pensiero, in modo da guardare alle biblioteche elettroniche come ad un mezzo per affrontare questa crisi della cultura, per non vederla più come il singolo documento o il singolo libro. Quando si pensa al modo in cui i libri sono effettivamente scritti, naturalmente siamo molto più vicini ai film. Il mio editore ha molto da dire, e anche il grafico; tutte le persone che hanno contribuito alle mie idee dovrebbero partecipare. E come ho mostrato in tutte e due le versioni del mio libro, nelle scienze, il concetto di autorialità è molto diverso da quello che c’è negli studi umanistici. Io credo che siano le condizioni economiche diverse che hanno regolato il criterio di qual è l’autore forte e l’autore debole. Se in medicina uno possiede un laboratorio e ottiene finanziamenti per il laboratorio, il suo nome va sui documenti che sono scritti in quel laboratorio. Se uno conduce la parte principale di un esperimento, in molte scienze, il suo nome è scritto su tutti i documenti che vanno sotto quella rubrica. Nelle materie letterarie io posso dare ai miei studenti i miei appunti, potrei dare alle persone quadri che ho collezionato che sono molto difficili da trovare, posso dar loro manoscritti e, se sono fortunato, mi ringrazieranno nella prefazione per essere stato d’aiuto. Se ciò avvenisse nelle scienze, sarei considerato il co-autore. Questo mi è successo molte volte: ho fatto pubblicazioni in riviste scientifiche o in riviste e qualcuno ha detto: “Abbiamo messo il tuo nome sulla rivista”, e ho scoperto che avevo scritto qualcosa. Evidentemente è una questione di definizione culturale e di decisione economica per le quali ci siamo abituati a un determinato concetto dell’autore forte; ciò è stato necessario fino ad ora, ma penso che falsifichi la realtà in molti modi. In un bellissimo libro scritto da un signore che si chiama James Boyle sulla legge e Internet, l’autore osserva che i problemi dell’Occidente col Terzo Mondo spesso nascono dai concetti di Copyright basati sul nostro concetto dell’autore forte. Una tribù o un gruppo di persone, per esempio, non possono avere il copyright su nulla, poiché tutto ciò che creano è qualcosa di dominio pubblico. Quindi, se uno scienziato occidentale va in qualche comunità rurale e prende il grano che quei contadini hanno selezionato in millenni e che è resistente alla muffa e alla putrefazione, lo porta a casa, opera delle piccole modifiche, lo scienziato può prendersi il copyright su quello. Adesso il contadino deve pagare per il seme a cui lui ha contribuito per il 99 per cento; gli agricoltori pensano che gli è stato rubato il lavoro; la ditta che produce i semi pensa che essi gli vengono rubati, e questo perché si ha un’idea diversa dell’autore forte. L’autore forte è la comunità oppure è l’individuo, che secondo la definizione del sé della società occidentale può essere una ditta? Questo è un caso in cui entrambe le definizioni hanno un senso; entrambe provengono da culture diverse e stanno causando moltissime privazioni e incomprensioni. Penso che dovremmo avere una maggiore autocoscienza delle nostre idee di autorialità prima di poter decidere cosa ne vogliamo fare.

Gino Roncaglia: D’altro canto, sembra che l’autore che non è più forte senta ancora l’esigenza di un messaggio forte: in genere c’è un messaggio preciso che l’autore vuol trasmettere, specialmente nelle scienze umane. Come può, quest’ultimo, mantenere la possibilità di trasmettere un messaggio forte in un contesto in cui egli stesso non è più un autore forte, “tradizionale”?

George P. Landow: Penso che ci siano modi in cui l’autore può mantenere la voce unitaria, se questo è quello che l’autore vuole. Di nuovo, si ritorna alla differenza tra il paradigma del libro e della biblioteca: se un individuo vuole mantenere l’isolamento della voce o la potenza della singola voce, si deve creare una zona di isolamento intorno a quella voce. In altri termini, le persone che stanno scrivendo in ambienti multivocali, complessi, devono sviluppare una retorica e una politica della voce forte, e questo è abbastanza possibile. D’altro canto, per quanto riguarda la versione elettronica del mio libro, penso che si possa affermare che esso contiene una voce forte che lo percorre; ha un tono molto caratteristico, una specifica scelta degli argomenti; nella cultura della stampa, tale specificità è la mia voce. Quando io ne ho fatto un libro elettronico, vi abbiamo allegato molte voci di altre persone. Lei potrebbe sostenere, come penso anch’io, che ho perso il controllo sul discorso perché abbiamo creato una biblioteca elettronica in miniatura. Se non le piacciono le mie teorie o le mie opinioni su Barthes o su Derrida o i critici marxiani, può seguire quelle di qualcun altro. In questa direzione la questione diventa: come posso assicurarmi che Lei mantenga la sua voce o la mia voce? Una cosa da fare è di rendere ben chiaro al lettore dove comincia il mio testo e dove quello di qualcun altro comincia, si interrompe e riprende. Dove sono i confini? Dobbiamo avere una retorica, in altri termini, dei confini e dei limiti del documento. Questo si mette in atto spesso nel WWW attraverso la creazione di uno stile unitario all’interno di un sito, ad esempio attraverso l’uso di colori di sfondo, o di immagini nell’intestazione o nel piè di pagina dei documenti; in questo modo, una volta che Lei lascia il mio documento sa che ha trovato qualcos’altro, e quando torna indietro sa dov’è. In altri termini, per concludere, penso che sia ben possibile mantenere la voce unitaria se questo è ciò che si vuole fare. Tuttavia, non si devono dimenticare i vantaggi dell’espressione multivocale: lo stesso testo può essere letto in diversi modi. Penso che molti autori desidererebbero avere l’espressione multivocale allo stesso modo in cui molti altri desiderano avere i loro libri nelle biblioteche accanto a quelli di persone da cui discordano, purché i loro libri possano essere letti almeno una volta così come vogliono loro. Nella forma elettronica si potrebbe dare la facoltà al lettore di scegliere in che modo leggere il libro; dovrebbe essere altresì possibile consentire che si legga il libro in maniera isolata: si tratta, si, di un ipertesto, ma la prima volta si legge solo attraverso quello che ha scritto l’autore; soltanto dopo si apriranno i nuovi link.

Gino Roncaglia: C’è una differenza nel modo in cui lei esprime la sua voce, la sua opinione, la sua posizione – in particolare nello svolgere un’argomentazione – quando scrive in forma lineare in un libro standard rispetto alla scrittura in forma ipertestuale?

George P. Landow: Penso che ci siano sia un tono diverso che un insieme diverso di strategie o tecniche caratteristiche nel testo stampato rispetto al testo digitale, in particolare all’ipertesto. La possibilità di fare link permette sia al lettore sia all’autore di imbattersi negli argomenti in ordine diverso. Molte volte, mentre parlo con lei, dico che ci sono tre modi per fare qualcosa, ma questi tre modi sono solo una questione di numerazione, non c’è un vero crescendo. “Tre” non è per forza più importante di “uno”. Ci hanno, però, insegnato in retorica, che quando si scrive si deve cercare di costruire un crescendo. Se si scrive per il mezzo elettronico, che consente ramificazioni, basta informare il lettore che ci sono degli argomenti; il lettore può voler guardare alcuni argomenti ma non altri, può semplicemente accettare quello che l’autore dice e non voler approfondire troppo (è anche possibile che la documentazione a sostegno di una tesi si arricchisca e conduca sempre più lontano dall’argomento principale, se è questo che interessa al lettore). Si può, quindi, assottigliare il proprio discorso allo stesso modo in cui le persone scrivono libri, e dare le informazioni a richiesta. L’altra possibilità è che se ci si collega alle idee di altre persone o ad altre versioni del proprio lavoro precedente – alle altre parti di sé -, si può cambiare tono di molto. Penso, inoltre, che le persone usino le citazioni o le informazioni in maniera assai diversa. Una delle cose che si impara quando si scrive un libro è che se si cita da qualcun altro, se si cita troppo, si appare dipendenti dall’altra persona; il modo per dominare il testo di un altro, dunque, è di riassumerlo in termini propri e citare parti molto brevi; si può citare una volta e poi farvi riferimento con una frase chiave o un riassunto. Ma nell’operare un’analisi di un passo di Giovanni Boccaccio o di Dante Alighieri o di James Joyce o di Thomas Mann, si può voler avere un lungo brano, troppo lungo per poterlo citare nel testo; allora vi si fa un semplicemente riferimento e ci si collega ad esso con un link e il lettore lo può riprendere molte volte nel discorso. Quando si ha a che vedere non con fonti primarie ma con lavori di altri studiosi, mi sembra più onesto trascrivere un lungo brano del testo in modo bachtiniano: lasciamo che il testo parli per sé piuttosto che cercare di dominarlo. Questa operazione crea un tono molto diverso, quasi più umile, perché si lascia che l’altra persona esprima la sua opinione lasciando che il testo acquisti una maggiore presenza. Queste che ho elencato sono tre differenze importanti. Un quarto tipo di differenza nell’argomentazione è che penso si possano usare le immagini molto più spesso perché è più economico, in termini di risorse, usare le immagini in un ambiente ipertestuale. Se si fa riferimento ai testi si può, come ho detto, collegarvisi tramite un link; allo stesso modo si fa riferimento alle immagini: si può inserire un link che colleghi all’immagine in modi che sarebbero troppo complessi in un testo.

Gino Roncaglia: Come usa i nuovi media e gli ipertesti nella sua attività di insegnante?

George P. Landow: Ci sono tre modi in cui io ho usato e continuo ad usare l’ipertesto nell’insegnamento. Il primo è come grande biblioteca elettronica o strumento di riferimento attraverso cui gli studenti possono contestualizzare una determinata opera o fenomeno letterario e scoprire cosa succedeva nella società, nella teoria politica, nella critica letteraria, nell’economia, a quel tempo. Il secondo modo è quello di usare l’ipertesto nella sua forma più dinamica come un ambiente di lavoro collaborativo che cambia continuamente; ogni studente può aggiungere il proprio testo alla biblioteca elettronica, cosicché gli studenti diventano automaticamente parte del testo. Ci si ritrova, in questo modo, ad aver creato una specie di appendice riassuntiva del corso. Certi corsi – quelli che in America chiamiamo “course”, ovvero una serie di conferenze – riuniscono attorno a sé persone che, magari, si sono laureate una decina d’anni prima ma fanno ancora parte del seminario. Si può, infine, usare l’ipertesto nell’insegnamento per sviluppare modi di scrittura, moduli retorici, per imparare come argomentare e come scrivere sia una prosa creativa e discorsiva nell’ambiente elettronico, sia in maniera ipertestuale ma facendo riferimento ad altre forme di testo digitale. Ci sono molti testi digitali nel WWW che non sono propriamente ipertestuali; c’è narrativa ipertestuale nella rete e c’è una narrativa digitale vera e propria che consiste in lunghissime sequenze di testo con animazioni, suoni e colori che non si potrebbero avere in un libro ma che, tuttavia, non hanno le ramificazioni proprie dell’ipertesto.

Gino Roncaglia: Abbiamo in progetto una serie di video e libri per le scuole, e sarebbe interessante ascoltare i Suoi suggerimenti pratici. Quale può essere il suo consiglio pratico ad un professore che ha la possibilità di usare i nuovi media?

George P. Landow: Gli studenti devono cominciare ad usare i nuovi media molto giovani, dunque durante il corso di studi che precede l’università. Ma, di nuovo, quando parlo dei nuovi media, mi interessa, nel complesso, l’ipertesto come immagine testuale più che come immagini in movimento. Michael Joyce, il teorico dell’ipertesto, programmatore e scrittore di ipertesti narrativi, ha sostenuto varie volte che l’ipertesto è la vendetta del testo sulla televisione. Io penso che molti dei nuovi media cerchino, in realtà, di tenere sotto controllo quella modalità di trasmissione, mentre il grande valore educativo dell’ipertesto sta nell’offrire a chi impara ciò che desidera imparare quando vuole impararlo; esso è rivolto a chi impara. L’ipertesto didattico e le cose migliori dei nuovi media didattici sono ambienti di apprendimento, non di insegnamento. Questo tipo di attivazione dello studente in maniera costruttiva deve predominare se vuole essere efficiente! Non penso, inoltre, che il video, la trasmissione televisiva siano il sistema più efficiente per far apprendere, poiché immettono gli studenti nelle stesse vecchie grandi aule per ascoltare qualcuno che – per quanto brillante sia – parla loro ‘dall’alto’. Certo, ascoltare è importante e necessario, ma è molto più importante se lo studente agisce per ottenere un risultato; si impara molto di più quando si fa qualcosa. Una cosa che ho scoperto è che gli studenti scrivono molto meglio quando sanno che stanno scrivendo per un altro lettore; appena vengono a conoscenza del fatto che il loro lavoro verrà letto da altri studenti o da persone in altre parti del mondo, vi tornano sopra per migliorarlo. Questo è un esempio di conseguenza positiva, involontaria dello scrivere per un ambiente collegato in rete. L’abitudine di pensare ad un modello di trasmissione televisiva come ad una cosa suprema è molto pericoloso per i nuovi media. Stiamo parlando di cose come la push technology, per la quale uno accende il proprio computer collegato a WWW e questo diventa una specie di televisore attraverso cui gli vengono “lanciate” le informazioni. Penso che ci sia sempre bisogno della televisione; tuttavia, per quanto riguarda l’insegnamento penso che sia necessario che gli studenti facciano scelte e guidino questi media. Ciò non significa che questi ultimi si debbano limitare a giocherellare senza scopo, viceversa, devono avere dei compiti che li rendano attivi, sia per scoprire sia per produrre conoscenza. Le persone non vanno in biblioteca e non usano materiale didattico ed educativo senza scopo, lo fanno perché hanno da svolgere un compito o hanno uno scopo o vogliono imparare qualcosa.

Gino Roncaglia: E la narrativa ipertestuale?

George P. Landow: La narrativa ipertestuale è nuova, e se si guarda il rapporto tra la narrativa ipertestuale e la novità del mezzo, è stupefacente come essa progredisca. Tuttavia, ancora non si può dire quale sia il grande romanzo ipertestuale, siamo solo agli inizi. Ci sono opere che ritengo molto importanti, come Afternoon di Michael Joyce; si tratta di un grande modello modernista. L’autore mette l’accento non tanto sulla scelta del lettore ma sul modo in cui il romanziere ipertestuale può usare diverse ramificazioni per permettere al lettore di costruire molte storie, di ognuna delle quali può avere il controllo; in realtà, si può diventare ancor più che autore, più che un autore forte, se è così che si vuol lavorare. Carolyn Guyer, in Quibbling, è uno di quegli autori che permettono al lettore di muoversi nei singoli documenti come il lettore vuole, e non solo di seguire i link; si può andare ad una cartina e seguire qualcosa a cui si è già interessati. A mio avviso l’ipertesto più interessante finora è Patchwork Girl, di Shelly Jackson; si tratta di un romanzo “Storyspace” che può essere letto sia in ambiente Windows che Macintosh (meglio in Macintosh perché contiene più funzioni). Racconta la storia di un mostro, Frankenstein donna, che nel romanzo di Mary Shelley non è mai compiuta, ma in questa storia ha vissuto fino ad avere 180 anni: è alta due metri e dieci, gode di ottima salute. La costruzione del suo corpo attraverso la storia diventa un paradigma del nostro modo di costruire il gender, di costruire l’identità, e del nostro modo di leggere ogni testo. Come molti degli ipertesti di adesso, è molto autoreferenziale, postmoderno; è un testo serio e allo stesso tempo molto divertente. L’autrice usa il pastiche e il collage, e il lettore deve stabilire i significati egli stesso. Si possono anche prendere molte strade diverse lungo la stessa storia e trovare un’estetica; ciò significa che se uno arriva alla stessa unità di lettura da un punto di vista diverso, questa deve funzionare con un diverso inizio e una diversa fine. Robert Coover, uno dei grandi sostenitori dell’ipertesto, sostiene che, forse, l’ipertesto è più un mezzo poetico che narrativo. Certamente, molte delle opere che si vedono funzionano secondo vari tipi di rimandi, echi e metafore, ed è ben possibile considerarle poetiche. L’ipertesto è forse una forma narrativa poetica, un romanzo lirico o una vera e propria forma lirica. Ci possono essere momenti molto intensi e scene d’atmosfera, ma di rado si ha una climax potente, e ciò risulta strano, ovviamente, solo se si ha in mente il romanzo dell’Ottocento. Se si pensa al Decamerone o alla narrativa giapponese antica o contemporanea, appare come un modo pienamente accettabile di costruire storie piuttosto che una singola storia. Se si guarda all’era della scrittura e della lettura ad alta voce, si ha il romanzo cavalleresco; se si guarda all’era della stampa, si ha il romanzo. La domanda è: come sarà l’era della scrittura digitale? Potrebbe essere l’era della narrativa ipertestuale, ma la narrativa prende una forma piuttosto nuova e non assomiglia al romanzo così come lo conosciamo. Il testo può essere più frammentario, può essere più ricco, può essere a più voci. Ma pensiamo alla differenza tra la versione cinematografica di un romanzo che ha successo e il romanzo originario: se hanno veramente successo, sono opere diverse perché il mezzo è diverso.

Written by ELR

November 26, 2017 at 11:15 am

#ELRFEAT: Entrevista con Mark Bernstein (1999)

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Sigue la serie de #ELRFEAT con una entrevista de Susana Pajares Tosca con Mark Bernstein del 1999. Con el permiso de la autora republicamos esta entrevista que salió por primera vez en la revista online “Pendiente Migración” de la Universidad Complutense de Madrid.

 

ENTREVISTA CON MARK BERSTEIN, CIENTÍFICO JEFE DE EASTGATE

Entre el arte y la ciencia

 

Susana Pajares Tosca: ¿Dónde están los hipertextos? (Es una pregunta con trampa)

Mark Bernsterin: En primer lugar es importante recordar lo lejos que hemos llegado hasta ahora. Tenemos muchos buenos hipertextos. La red es maravillosa, florece y –aunque gran parte de la red es sólo superficialmente hipertextual- avanza a pasos agigantados. A pesar de todo, nuestras estanterías virtuales aún están bastante vacías.

¿Dónde están los hipertextos? Algunos se están escondiendo de la tontería, de los argumentos triviales que se pronuncian como juicios y edictos culturales. Preocupaciones como que la pantalla parpadea, que se parece demasiado a la TV, o el test de Bolter (si se puede leer en la bañera) no se pueden tomar en serio, pero los medios y los periodistas parecen tomarlas en serio.

Algunos de nuestros hipertextos se han perdido en el cisma entre las dos culturas. Pensamos que el arte y la ciencia deben colaborar, pero al mismo tiempo nos comportamos como si nos sorprendiera y molestara que se acerquen demasiado. Unir arte y tecnología parece extraño, antinatural y aberrante. A los poetas no les parece raro esperar que la gente aprenda italiano medieval para poder leer a Dante, pero aprender un poquito de programación les parece una imposición inaceptable. Tenemos que cambiar esto.

Algunos hipertextos tienen miedo de la teoría literaria, o se retrasan porque los escritores no entienden inmediatamente que la escritura no es lineal porque sí, ni siquiera en papel. La narrativa siempre gira y se enlaza, siempre escribimos en nudos y reflejos, montajes y fintas. El hipertexto nos da una nueva posibilidad para hacer esto, y a veces la libertad de hacer bien lo que siempre hemos hecho con dificultad nos aterroriza.

Susana Pajares Tosca: ¿Por qué la mayoría de hipertextos tratan los temas de la identidad fragmentada o de la escritura?

Mark Bernsterin: Sí, son dos temas comunes, pero probablemente sea una exageración decir que la mayoría de hipertextos tratan de ellos.

Aún así estos temas son bastante comunes, y también provocan extrañas coincidencias. Durante un tiempo hubo accidentes de coche por todas partes (afternoon, Victory Garden, I Have Said Nothing, Uncle Buddy´s Pahntom Funhouse, Ambulance). El desmembramiento es otra imagen típica (In Small & Large Pieces y Patchwork Girl – dos obras que por lo demás no se parecen en nada, y en Cyborg: Engineering the Body Electric).

Parte de esto es por supuesto coincidencia, otras veces es simplemente alusión. Algunos aspectos del hipertexto –su fragmentación, su tendencia a los lazos, su conexión con la máquina- sugieren estos temas también. Y escribir sobre escribir ha estado en el aire durante todo el siglo XX: igual que la pintura del siglo puede ser definida como pintura sobre pintar, gran parte de la literatura del siglo XX se concentra en entender su propio medio de expresión.

Susana Pajares Tosca: ¿Por qué los hipertextos que tenemos son tan vanguardistas literariamente hablando y no hay otros géneros?

Mark Bernsterin: En parte por definición: la literatura que no nos es familiar es automáticamente calificada de vanguardista, y tiende a ser recompensada según su novedad –lo que Michael Joyce llama su “proximidad inexorable”.

Todavía no tenemos géneros hipertextuales porque aún no tenemos suficientes hipertextos. Se pueden ver atisbos de formación de género aquí y allí –hay una relación interesante entre Lust de Arnold y Samplers de Larsen, por ejemplo- pero los géneros se forman por acumulación.

Si por “género” te refieres al sentido peyorativo –como en “ficción de género”- el problema es técnico. Muchos géneros populares actuales son una revisitación de una secuencia ritual, llevando al lector por lugares familiares hasta una resolución que podemos anticipar pero que, gracias a la habilidad del escritor, aún nos sorprende y deleita. El misterio, en particular, es un ritual: el mundo está dañado, y el protagonista ha de echarse a las malvadas calles para intentar volver a poner el mundo en un estado tolerable. Es muy difícil combinar esta secuencia ritual con el hipertexto. No digo que no se pudiera hacer, pero los que lo ha intentado se han concentrado en presentar los misterios como puzzles. Han estado trabajando desde el punto de vista equivocado.

Susana Pajares Tosca: ¿Qué echa de menos en la literatura hipertextual?

Mark Bernsterin: ¡Principalmente desearía que hubiera más! ¿Dónde están los hipertextos? Nuestras estanterías virtuales están mucho más llenas que en el 87, pero se podría hacer muchísimo más.

No tenemos hipertextos en las ciencias, en la ingeniería o las matemáticas, ni siquiera en la informática.

Nuestros hipertextos tienden a ser serios, y a menudo son tristes. Eso es lo que me parece peor. ¿Dónde está la alegría? ¿Dónde está el amor? ¿Dónde se esconden el schlemiel y el schlemazel?* No me malinterpretes: la seriedad es buena e importante. No es que me quiera ir a tomar unas cervezas precisamente con los muchachos de Esperando a Godot o a ligar con ninguno de los de Macbeth. Pero la amplitud es importante. (Me sentiría más a gusto si supiera que podemos hacerlo; a los pianistas no les debe resultar muy gratificante estéticamente hacer ejercicios y escalas, pero es bueno saber que puedes hacerlo si lo necesitas).

Susana Pajares Tosca: ¿Cuál es el papel de Eastgate en este mundo del Hipertexto?

Mark Bernsterin: Estamos entre la vela y las estrellas.

Por un lado, Eastgate es una compañía que hace tecnología. Creamos herramientas hipertextuales, software para que la gente escriba de formas que antes eran imposibles. Eso quiere decir que estamos muy unidos a la informática y a la ingeniería de software que hace posibles estos progresos.

Por otro lado, Eastgate es una editorial de hipertextos. Buscamos hipertextos de calidad que puedan cambiar a la gente y al medio. No nos detiene el trabajo duro.

Así que Eastgate está en un punto interesante, cambiando constantemente entre lo tangible y lo intangible, entre el arte y la ciencia, entre plazos inminentes y horizontes que se extienden durante décadas. No es extraño pasar de estudiar procesos sobre comercialización de embalajes a diseñar nuevos algoritmos de enlace en pocos minutos.

De hecho, una de nuestras herramientas hipertextuales, Storyspace, ha terminado teniendo un papel muy interesante en la investigación sobre hipertexto; para mucha gente se ha convertido en el sistema básico, la herramienta general de hipertexto que la gente conoce primero. Aquí en Darmstadt hay mapas de Storyspace por todas partes, en libros de texto de Sociología y en las notas que toman los asistentes a un taller de Hiperficción…

Susana Pajares Tosca: Eastgate parece el ejemplo perfecto de “tender puentes en el abismo” entre la ciencia y el arte. ¿Han alcanzado ustedes un equilibrio que el resto parece no entender?

Mark Bernsterin: ¡Mantener el equilibrio siempre es difícil!

Conectar la ciencia y el arte es lo que hacemos, es la idea principal detrás de Eastgate. Si hemos tenido éxito ha sido gracias a un grupo excepcional de gente con talento y un grupo excepcionalmente paciente de inversores y directores.

Susana Pajares Tosca: ¿Por qué es útil una Conferencia como ésta?

Mark Bernsterin: Las Conferencias para investigadores son todavía la mejor forma de compartir nuevas ideas y descubrimientos. Las publicaciones periódicas y libros son demasiado lentos.

Otra parte importante de las Hypertext Conferences (Conferencias sobre Hipertexto, de las que esta es la décima), es la oportunidad de discutir nuevas ideas con la gente más brillante del campo. El año pasado, por ejemplo, quería adaptar partes del sistema seminal MacWeb de representación del conocimiento de Marc y Jocelyn Nanard para utilizarlo en las nuevas herramientas de exportación a HTML para Storyspace. Arrinconé a Jocelyn Nanard en la recepción para pedirle consejo sobre el implemento de algunos detalles que no siempre se incluyen en los artículos pero que pueden ser muy importantes para construir sistemas que la gente usa día a día. Me dijo que estaba afrontando el problema por el lado equivocado, y acabamos teniendo una conferencia ad hoc junto con Daniel Schwabe. Planificamos el diseño de la nueva facilidad de exportación HTML en cosa de una hora, y ha resultado ser una de las mejores cosas del nuevo Storyspace.

Susana Pajares Tosca: ¿Ha encontrado alguna idea nueva interesante este año? (¿O es un secreto?)

Mark Bernsterin: Normalmente me lleva un mes o así extraer la idea (o ideas) clave. La idea de Peter Nürnberg sobre informática estructural es prometedora, y la demostración de un reimplemento colaborativo de VIKI sobre un servidor estructural fue espectacular. Esto me sugiere unas cuantas estrategias para nuestro nuevo proyecto de sistemas. El Taller de escritores originó una gran cantidad de “cosas que los escritores desean”; y pasaré sin duda muchas horas meditando sobre su lista.

También es interesante ver como mi ponencia de 1998: “Estructuras de Hipertexto” ha sido leída y entendida de forma muy diferente por gente diferente. En particular hubo un grupo muy interesante de ponencias críticas (se me ocurre pensar en Walker, Tosca, Calvi y Rau) y algunas ponencias en los talleres sobre lenguajes para estructuras (Schwabe, los Nanard, Bieber). Estos dos campos parten de actitudes y lenguajes muy diferentes; reconciliar ambas aproximaciones requerirá una meditación cuidadosa.

Susana Pajares Tosca: Usted tiene una gran experiencia de conferencias de hipertexto… ¿cómo ha evolucionado este campo en los últimos años?

Mark Bernsterin: En los primerísimos años, la gente estaba preocupada sobre todo por el problema de la navegación y por los expedientes (estándares y modelos) para afrontar el enorme coste de crear los primeros sistemas hipertextuales. Ambas cuestiones se revelaron después como parcialmente irrelevantes: el problema de la navegación era una ilusión. Los sistemas hipertextuales ya no son tan caros de hacer, así que no es vital codificarlo todo según una especie de denominador común general.

Lo que no entendimos en esos primeros años era que escribir hipertexto llegaría a ser un desafío que introduciría nuevas cuestiones muy interesantes sobre retórica y técnica. Durante un tiempo existió una gran tensión entre escritores e ingenieros. Esta tensión se ha disipado ahora, hasta llegar al maravilloso espíritu cooperativo de la conferencia de este año. Por ejemplo, el taller de escritores de Deena Larsen estaba lleno de escritores y diseñadores de sistemas. Este fenómeno es nuevo y muy positivo.

Susana Pajares Tosca: ¿Cómo ve el futuro de esta conferencia?

Mark Bernsterin: Es una conferencia excepcional, probablemente la más fuerte y consistente que conozco. La gente se preocupó durante un tiempo de que el hipertexto desaparecería porque sería demasiado fácil y obvio; eso aún no ha sucedido. Aún tenemos muchos desafíos interesantes.

Espero ver más trabajos sobre sistemas próximamente, investigaciones sobre nueva tecnología de software que exploren extrañas y nuevas ideas.

Susana Pajares Tosca: ¿Determina la importancia de la WWW nuevas actitudes frente al hipertexto o vivimos de espaldas al mundo real?

Mark Bernsterin: Las determina mucho. La red proporciona un maravilloso conjunto de documentos y un increíble campo de pruebas para nuestras ideas. Mozilla puede ser muy importante para la investigación en los próximos años; debería ser factible para un investigador crear un navegador muy sofisticado (u otro cliente de Web) para explorar ideas novedosas.

Tenemos que ser conscientes de lo que la red es y lo que no es. No es un interfaz de usuario; podemos (y debemos) ir más allá de los enlaces azules.

Susana Pajares Tosca: Muchas gracias por su tiempo y por responder todas nuestras preguntas.

* (N.del T.) Schlemiel y Schlemazel son dos palabras Yiddish que se refieren a personajes populares en la tradición cuentista judía, uno es el gafe que atrae las desgracias intentando hacer el bien, y el otro el “destinatario” al que le ocurren las desgracias.

 

© Susana Pajares Tosca, 1999 por el texto.

Written by ELR

June 25, 2017 at 8:00 am

Interview with Andy Campbell

with 2 comments

co-edited by Maíra Borges Wiese

ELR: Andy Campbell, since 1999 you publish your works on your website Dreaming Methods. How did you get involved in the field of digital fiction?

Campbell: When I was in my teens I worked in a large warehouse on night shifts unloading deliveries of sand and cement. During the daytime, when I wasn’t asleep, I taught myself to program video games for the Commodore Amiga, until eventually I became accomplished enough to make money out of it. I also started writing fiction.

I bundled a few of my games with prologues or epilogues that could be read from the screen or printed. I made disk-based short story collections for distribution in the Public Domain. My games and ‘digital writing anthologies’ were reviewed around 60 times during the early-mid 90s in the international computing press, and often featured on magazine cover disks and CDs.

During 1998-2001 my writing became heavily audio/spoken word-based, and I did a lot of performance gigs at local (and not so local) cafes, arts centres and theatres. I also began to experiment more seriously with ‘electronic fiction’ or ‘digital fiction’ – and in 2000 registered the domain name Digital Fiction which is now Dreaming Methods.

ELR: The visual composition in your works is very impressive, for its complexity, originality and high quality. How important is aesthetics in your works?

Campbell: For me, very important. I spend a lot of time on the visuals – months. I get many of my ideas and inspiration from the life and work of my grandmother, who was a painter, and even these days I imagine her sitting with me and looking at my work and commenting on its appearance and colours. If she approves, in my mind, then I’m happy. If she thinks it sucks, I work on it more, until I get the reaction I think she’d have if she were here.

ELR: Many of your digital fictions have game features, like Inkubus and #PRISOM, especially for using navigation and immersion tools to make the story progress.  How do you consider the ludic aspect of works of digital literature in general?

Campbell: Because of my background in programming games on earlier home computers, I’ve always had a ‘video game style’ approach to this kind of work. Dreaming Methods is about extreme experimentation, risk-taking, pushing the written word into unusual/unexpected digital places. It’s also about creating glimpses or ‘portholes’ into atmospheric, often short-lived worlds, where text exists as an integrated part of the fabric. The technology that powers video games provides a fantastic platform for that kind of realisation. Game-style mechanics allow for reader/player exploration through common control systems. And, for me, game engines allow many layers of media to be mixed in ways that would be very tricky through browser-based technologies alone.

ELR: Some of your works, like The Dead Tower and #Carnivast, mix programming code language with verbal language in the composition of their textual parts. How to read them, or interpret their functionality (especially to readers that are not used to programming code language)?

Campbell: You are referring here to my work with Mez Breeze, which began in 2012 with The Dead Tower.

I’m fascinated by the idea of ‘digitally born’ narratives that carry little or no obvious ‘baggage’ from the ‘traditional’ writing world. Much of my non-collaborative work (including The Flat, Glimmer and Dim O’Gauble) was written spontaneously into software GUIs (Graphical User Interface) and edited/modified ‘live’ as the work evolved. Mezangelle appealed to me as an entire poetic language born out of digital, and, after being lucky enough to collaborate with Mez, is now a beautiful part of a series of increasingly rich and evolving narrative worlds.

Although Mezangelle can exist in print, I see it primarily as a kind of ‘liquid’ or ‘quantum’ language; challenging to uninitiated readers, of course, but also infused with meaning and ripe with dazzling aesthetic potential. Mezangelle can be experienced in as many ways as it can be interpreted, from studious unpacking to an almost mesmerising visual flow.

ELR: Many of your digital fictions have a kind of enclosed atmosphere, like Glimmer, Duel and The Flat, and sometimes provoke a mix of feelings of curiosity, fear and anxiety. Why is this atmosphere common in your works?

Campbell: For me, digital is a multi-layered medium which invites a curious but also fearful exploration, a drawing back of curtains behind curtains, lies inside truths inside lies. Stories don’t just start at point A and end at point B, they ripple and twist and duplicate and rewrite and mutate and bend in on themselves, much like human memories and experiences. That can be frightening, but also compelling and rewarding.

My work started out extremely enclosed and dark (Fractured, Facedown for instance) – far more than it is now. Some of it is rendered in black and white. Chaotic, scrambled, enigmatic, bordering on horror. When I look back, I feel like that was my direction ‘being born’. I was finding my way, shedding a sense of confusion and anxiety about the world around me as a young person no doubt, but also as an artist getting to grips with a complicated medium.

Sonia Lombardo

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Reading Digital Fiction

We aim to introduce more readers to digital fiction and investigate digital fiction reading using cognitive and empirical approaches (funded by the AHRC).

Poesia Ú~ ///// Dia Inú~ ////

o primeiro poema a ser escrito que serve realmente para alguma coisa

Coeva, the novel

by TheCoevas: Musicians of Words / Strumentisti di Parole